Artros

Clinica ortopedica


Lascia un commento

Correre scalzi: si o no?

barefoot-runningCorrere a piedi nudi e quindi in modo più naturale possibile o proteggersi con calzature sportive per evitare ogni tipo di rischio?

Correre a piedi nudi priva di un ritorno elastico dato dalla scarpa?

Questi e tanti altri temi andrebbero affrontati per dare risposte esaustive sull’argomento. In questa occasione ci avvaliamo di due esperti del piede che alleno e con cui condivido studi in materia. I chinesiologi Daniele De Pasquale e Marco Giambastiani ci esprimono i loro pareri a riguardo. A mio avviso la loro testimonianza è molto utile poiché essendo atleti, sanno perfettamente cosa significa correre.

Prima però due parole sul piede.

 

Il piede

Il piede, si trova all’estremità dell’arto inferiore ed è una struttura anatomica molto importante, poiché ogni carico generato da movimenti e attività sportive, agisce su esso. Lo scheletro del piede è formato da 26 ossa (numero che può variare da persona a persona per la possibile presenza di ossa accessorie o di sesamoidi) che vengono generalmente divise in:

Tarso, che costituisce la parte posteriore del piede e contribuisce a formare lo scheletro della caviglia e del tallone. Vi possiamo trovare due fila di ossa: la fila prossimale, formata dal talo e dal calcagno e la fila distale, formata dalle tre ossa cuneiformi, dall’osso cuboide e dall’osso scafoide.

Metatarso, che costituisce la metà anteriore del piede, è formato da cinque ossa metatarsali che fanno da tramite tra il tarso e le falangi che compongono le dita del piede

Falangi, sono 14 piccole ossa.

 

Tutte le dita del piede sono formate da tre falangi, a eccezione dell’alluce, che ne ha solo due. Tutte le ossa del piede, presentano un rivestimento di cartilagine, elastica, ma anche resistente, che consente lo scorrimento delle ossa nelle articolazioni. La parte superiore del piede è chiamata dorso (o collo) del piede, la parte inferiore pianta.

Esistono varie patologie che colpiscono il piede, le più diffuse sono l’alluce valgo, una deformazione dell’articolazione del primo dito e il piede piatto, caratterizzato dalla riduzione dell’arco plantare.

 

Curiosità

Nei Giochi Olimpici del 1960 a Roma, Abebe Bikila, corse l’intera maratona senza l’uso delle scarpe ottenendo la medaglia d’oro.

Questa scelta tecnica fu concordata con il suo allenatore. Nel 1964 bissò il successo correndo con le scarpe.

 

Otto domande all’esperto

(Dr. De Pasquale)

 

Come mai corri a piedi nudi?

Fondamentalmente perché ero sempre alla ricerca di una scarpa che lasciasse la maggior libertà al piede. La trovavo sempre troppo alta o stretta e ho cominciato a “togliere” sempre più, in 4/5 anni sono arrivato a correre scalzo.

 

In allenamento corri sempre scalzo?

Adesso si, ma è stato un passaggio graduale. Faccio sempre il solito percorso lineare su asfalto, solo quando sono fuori corro con le FiveFingers di pelle.

 

Quanto perdi in termine di prestazione?

Sotto i 10 km adesso guadagno, inizialmente perdevo perché dovevo reimpostare la meccanica. La spesa energetica dovuta al correre scalzi è secondo me trascurabile fino ai 10 km. Sulle lunghe distanze invece c’è una perdita in termini cronometrici perché correre scalzi è più dispendioso.

 

Correndo scalzo hai risentimenti maggiori dopo gli allenamenti e nel post gara?

Sto molto meglio. Durante la corsa sento i polpacci che lavorano tanto, ho un impegno maggiore, fatico di più, anche se corro lento sono impegnato muscolarmente, ma finita la seduta non avverto fastidi.

 

Tutti possono correre scalzi?

Dipende da che tipo di vita ha fatto il podista, dal suo trascorso sportivo e se ha avuto traumi di rilievo.

 

Consigli di fare allenamenti con le FiveFingers agli atleti che tratti?

Solo qualche uscita a chi non ha nessun problema e si è abituato nel tempo a usare i piedi. Ciò aiuta a ritrovare la naturalezza al piede.

 

Un consiglio per i podisti?

Per tutti consiglierei una minimalista, niente zeppe ai piedi.

 

Un’ultima nota?

Dovremmo dedicare alla corsa non più di 30’ al giorno, questo tempo sarebbe perfetto.

Se vogliamo fare cose più grandi dobbiamo guadagnarcele con il continuo allungamento delle catene posturali. Io faccio lunghe distanze, come le maratone, ma so bene che per fare ciò e stare bene devo dedicare ampi spazi di tempo al mio corpo.

 

Correre: con quale tipo di scarpa? Scalzi è meglio?

(Dr. Marco Giambastiani)

 

Prima di esporre la mia opinione su un tema tanto affascinante vorrei fare una premessa: facendo il chinesiologo, più precisamente occupandomi di riequilibrio posturale, vorrei far suonare un allarme per tutti i podisti e altri atleti sulla questione piede.

Mi trovo ogni giorno davanti sportivi, podisti, triatleti, ecc. che non riescono a eseguire movimenti semplici come la flessione delle dita del piede, flessione-estensione dell’articolazione tibio-tarsica e altri semplici movimenti senza che si scatenino crampi violentissimi.

Mi sembra di notare che l’attenzione dello sportivo medio sia sul tipo di calzatura da comprare (e qui arrivano i più svariati consigli, anche da chi non sa minimamente com’è fatto e quali funzioni abbia il piede), che non sulla salute del proprio piede.

Quella che noi snobbiamo è la parte del corpo che ci permette di camminare, correre, orientarci nello spazio, manda continuamente segnali al sistema tonico-posturale e infine si adatta alle tensioni muscolari che derivano dalla parte superiore del corpo. È la sola parte del corpo che ci tiene quasi costantemente in contatto con il nostro pianeta!

Logicamente, la salute del piede, ha un ruolo fondamentale nella corsa. Esso è fatto di muscoli, e anche questi muscoli hanno diritto ad allungarsi per la propria salute ed efficienza.

Quindi pensiamo al piede come una parte del corpo da curare, rendendola sensibile (propriocezione, più il piede è sensibile, migliore sarà la meccanica di corsa) allungando i vari muscoli estensori e flessori (un piede elastico ci dà una maggiore spinta e previene i traumi tendinei ammortizzando maggiormente).

Fatta questa premessa, cerchiamo di dare risposte concrete su chi si chiede quale calzatura comprare e se addirittura sia meglio non usarle affatto. Rimane una terza opzione che è rappresentata dalla corsa con le famose scarpe con le dita.

Cercando di spiegarmi con una terminologia semplice, la corsa a piedi nudi non è adatta a tutti, anzi a pochi, pochissimi soggetti. Per provare a correre senza l’ausilio delle scarpe è necessario avere una postura pressoché perfetta (cosa praticamente impossibile) e non si devono aver subito traumi agli arti inferiori (fratture, tendiniti, tendinosi, ecc), dando per scontato che il soggetto si sottoponga a sedute di allungamento globale, e faccia quotidianamente auto posture di allungamento globale (cosa assai improbabile, visto che ai più l’allungamento globale è sconosciuto).

I vantaggi di correre senza scarpe derivano dal fatto che la meccanica di corsa risulta essere più pulita, libera, il piede con tutti i suoi propriocettori funziona per quello che è la sua natura e i muscoli della volta plantare svolgono il ruolo di ammortizzatore naturale. Siamo nati scalzi, non con le scarpe. Di conseguenza vengono meno tutti i compensi posturali che il corpo deve mettere in atto per un piede che funziona solo a metà.

I centimetri di gomma, infatti, che mettiamo tra il nostro piede e l’asfalto, modificano la nostra meccanica di corsa/camminata in quanto il piede si adatta alla forma della scarpa.

Gli svantaggi tuttavia sono microtraumi ripetuti alle articolazioni del piede (e non solo) per due semplici motivi: indossiamo scarpe fin da piccoli disabituando così il piede al contatto col terreno (i muscoli della volta plantare si irrigidiscono, non ammortizzano più); l’asfalto su cui corriamo è una superficie troppo rigida anche per chi ha il piede in perfetta forma e un’ottima postura.

La corsa con le scarpe con le dita ha una meccanica di movimento pressoché identica a chi corre scalzo, avendo come suola 2 mm di gomma che servono per la protezione del piede ma non per l’ammortizzazione. Quindi i vantaggi e gli svantaggi sono gli stessi descritti precedentemente per la corsa a piedi nudi (ovviamente a piedi nudi lo sviluppo propriocettivo è maggiore).

Per quanto riguarda la scelta della scarpa da corsa: la scarpa deve essere flessibile, il piede non deve stare immobile all’interno ma avere almeno una minima libertà di movimento. Ricordiamoci che se il lavoro del piede lo esegue completamente la scarpa, il piede diventerà rigido!

A mio avviso vedo troppe “scarpe gommone” che sarebbero per parlare in termini tecnici le A3/4.

Queste scarpe hanno troppi centimetri di gomma, sembra di correre sui tappeti elastici su cui giocano i bambini.

Il piede non può funzionare bene in queste condizioni. Per iniziare, una buona scarpa A2 (dai 180 ai 240 g) ci protegge comunque dai traumi dell’asfalto. La forma non deve essere a punta, la scarpa non è aerodinamica ma deve avvicinarsi il più possibile alla forma del piede: quindi davanti è larga non a punta! Le dita del piede non possono fondersi insieme dentro una scarpa, altrimenti saremmo nati con le pinne! Le dita durante la meccanica della corsa si muovono, afferrano il terreno per farci avanzare; non azzeriamo completamente questi movimenti con scarpe che sembrano macchine da formula 1.

Dobbiamo progressivamente arrivare a correre con scarpe sempre più leggere (A1), flessibili e con la parte anteriore larga. Ce ne sono tante in commercio, io stesso ne uso un modello di una marca molto nota, quindi fateci attenzione quando acquistate le vostre scarpe, non sceglietele in base al colore per farle intonare con il completino!

Infine, fate molto allungamento globale di tutta la muscolatura posteriore ogni giorno (bastano 10’), camminate scalzi almeno in casa e le scarpe con le dita sono una buona terapia che potete fare ai vostri piedi portandole nella vita normale di tutti i giorni per qualche ora.

Spero che questi consigli vi possano aiutare per sviluppare al meglio il vostro modo di correre e di camminare. Buona corsa a tutti!

 

Conclusioni

Le riflessioni di questi due esperti, che lavorano ogni giorno sui piedi dei pazienti, devono essere valutate con estrema attenzione.

Ognuno di noi però deve trovare i suoi equilibri e fare le sue scelte.

Un venditore, un preparatore, un fisioterapista, ecc. ci possono aiutare a trovare la giusta direzione, ma solo noi siamo in grado di capire con precisione, ascoltandoci, quale strada prendere.

 

Tratto da: http://www.runners-tv.it/articoli.php?articoli_ID=321

 

http://www.artros.it


Lascia un commento

Lesioni muscolari: trattamento con PRP

Nell’ organismo ci sono muscoli volontari e muscoli involontari, che hanno strutture e funzioni diverse tra loro.
I muscoli scheletrici o volontari costituiscono circa il 40% del peso corporeo. Ogni muscolo scheletrico contiene, al suo interno, un certo numero di fasci muscolari. Ciascuno di essi è costituito da un insieme di cellule muscolari che si definiscono FIBRE MUSCOLARI. Ogni fibra muscolare è formata a sua volta da elementi più piccoli chiamati MIOFIBRILLE, che si estendono per tutta la sua lunghezza. Ogni miofibrilla è costituita da elementi ripetitivi chiamati SARCOMERI, che rappresentano le unità fondamentali del muscolo e che gli conferiscono la tipica striatura. Le striature a bande chiare e scure, sono dovute all’alternanza di diversi tipi di filamenti proteici più piccoli all’interno dei sarcomeri. Ogni sarcomero si compone, infatti, di due filamenti proteici: un filamento formato da una proteina globulare chiamata ACTINA e  filamenti più spessi costituiti da un’altra proteina, la MIOSINA. La contrazione del muscolo avviene quando le molecole di actina scorrono su quelle di miosina e vi si sovrappongono. Questo scorrimento avviene in ogni miofibrilla e la accorcia.

I muscoli scheletrici sono detti VOLONTARI perché controllati attivamente dal sistema nervoso centrale. Essi si contraggono velocemente e sviluppano grande potenza: liberano molta energia in poco tempo, ma si stancano rapidamente. Sono avvolti da una guaina di rivestimento e nella parte centrale si riconosce un ventre che si inserisce sulle ossa attraverso dei cordoni fibrosi biancastri di tessuto connettivo chiamati TENDINI.
Le lesioni muscolari sono molto frequenti nello sport e la loro incidenza varia fra il 10 ed il 55% di tutti i traumi da sport (Jarvinen, 1997).
Le lesioni muscolari possono essere determinate da un Trauma Diretto più frequente negli sport di contatto (pallacanestro, calcio, rugby) o da un Trauma Indiretto più frequente negli sport individuali (tennis, atletica leggera).
Il danno muscolare si produce anche come conseguenza di fattori predisponenti intriseci (carenza di allenamento, affaticamento muscolare, squilibrio tra muscoli agonisti ed antagonisti, età) ed estrinseci (situazioni climatiche, situazioni ambientali)

Quali sono le lesioni muscolari?

Il trauma muscolare può prodursi per un trauma diretto o indiretto.
Nel trauma diretto la forza agisce sul muscolo schiacciandolo contro i piani profondi: il danno prodotto varia dalla semplice contusione fino alla rottura muscolare.
Nel trauma indiretto, in cui manca il contatto diretto contro una forza traumatica, si può ipotizzare una disfunzione neuro-muscolare: improvviso allungamento passivo del muscolo per effetto di una forza di trazione applicata durante la fase di contrazione  oppure una troppo rapida contrazione del ventre muscolare a partire da uno stato di rilasciamento completo.
In entrambe le lesioni da trauma diretto e indiretto, essendo il tessuto muscolare molto vascolarizzato, si forma un ematoma.

Le lesioni possono distinguersi in:

Traumi diretti:

  • Lesione di  I grado: rottura di poche fibre muscolari
  • Lesione di II grado: rottura di un discreto quantitativo di fibre muscolari
  • Lesione di  III grado: interruzione quasi totale o totale del ventre muscolare

Traumi indiretti:

  • Contrattura: alterazione diffusa del tono muscolare che provoca dolore a distanza dall’attività sportiva  e si localizza con difficoltà
  • Stiramento: alterazione funzionale delle miofibrille, acuta, si manifesta durante l’attività sportiva con ipertono e dolore ben localizzato
  • Strappo: lacerazione di un numero variabile di fibre muscolari accompagnato da dolore acuto e violento nel corso di un’attività sportiva. A seconda della quantità di muscolo lacerato si distinguono tre gradi.

Nonostante la dimensione del problema, il trattamento è prevalentemente non chirurgico, basandosi sulle fisiologiche capacità rigenerative del tessuto: riposo funzionale, ghiaccio, bendaggio compressivo e elevazione dell’arto leso.

Risultati incoraggianti, anche se ancora ad uno stadio iniziale, sono stati osservati in seguito a stimolazioni con fattori di crescita anche nel muscolo lesionato.
La limitazione all’utilizzo del PRP negli ultimi anni è dovuta al fatto che, trattandosi di una terapia con fattori di crescita, è stata classificata dalla WADA tra le procedure proibite fino all’anno 2010. Dopo molte discussioni, è stato chiarito che le attuali formulazioni del PRP non sono in grado di determinare un aumento delle prestazioni che vadano oltre quelle presenti nel caso di normale ritorno alle condizioni fisiologiche del tessuto. Perciò, poiché l’uso a scopo terapeutico del PRP non viola lo spirito delle competizioni sportive, esso è stato rimosso dalla lista delle procedure proibite del 2011.

In cosa consiste?

Il PRP contiene numerosi elementi bioattivi osservati nel tessuto muscolare in guarigione, ed è stato quindi suggerito qualorthokine terapijae possibile trattamento per accelerare tale processo. Si è visto che diversi fattori di crescita in esso contenuti svolgono un ruolo chiave nella rigenerazione muscolare e nella miogenesi.

Il PRP viene ottenuto prelevando del sangue dal soggetto che deve essere trattato. Dopo il prelievo il sangue viene sottoposto a processi di centrifugazione e separazione cellulare dando origine alla nuova sostanza molto più ricca di piastrine e dei relativi fattori di crescita. Il prodotto finale è rappresentato o da una soluzione liquida o da un gel applicabili sulle lesioni da trattare.
L’attivazione del PRP viene effettuata al momento in cui esso viene utilizzato: le sostanze impiegate per l’attivazione sono il calcio (sotto forma di cloruro o gluconato) e la batroxobina (un enzima ad attività procoagulante).
Il prodotto attivato viene infiltrato direttamente nella lesione muscolare sotto controllo ecografico.

plasma-rico-en-plaquetas-para-frmacos

Quali sono gli effetti?

Ai controlli successivi di RM dei soggetti trattati  si è evidenziata una cicatrice stabile senza eccesso di fibrosi. Questo è un risultato estremamente rilevante perchè numerosi dati in letteratura indicano che una incompleta guarigione del tessuto e la presenza di fibrosi costituiscono un importante fattore di rischio per un secondo infortunio.
Un accelerato tempo di recupero sarebbe quindi del tutto inutile in presenza anche solo di uno di questi due reperti.
Le stimolazioni con PRP consentono un recupero precoce dell’atleta, ma consentono anche di restituire una migliore qualità del tessuto rigenerato in modo da ottenere un recupero della forza muscolare e un minor rischio di recidive o di nuove lesioni a monte o a valle della lesione originaria.
Si è osservato anche una diminuzione del dolore già dopo la prima applicazione di PRP, verosimilmente correlata con gli effetti antiinfiammatori che studi precedenti avevano attribuito a queste preparazioni.
Se da un lato questo rappresenta un risvolto positivo nella gestione del paziente e nella sua adesione alla terapia, dall’altro è un dato di cui bisogna tenere conto nell’impostare il protocollo riabilitativo. Diminuendo il dolore, le preparazioni permettono infatti al paziente una più rapida mobilizzazione e danno la sensazione allo stesso di poter sopportare carichi riabilitativi che potrebbero invece risultare dannosi.

prp muscoliMuscolo adduttore lungo. RM di lesione a 0 e 14 giorni, proiezione coronale.

 

A chi è rivolto?

Considerato che le infiltrazioni di PRP consentono una migliore qualità del tessuto rigenerato del muscolo e un miglior controllo del dolore e che non si tratta di procedure molto invasive con costi contenuti, oggi la loro applicazione è stata estesa anche ai soggetti che non praticano sport a livello agonistico.

Tratto da: http://www.sanitafacile.it/blog/lesioni-muscolari-trattamento-prp/#sthash.46TNjkzg.dpuf

 

Artros


Lascia un commento

LCA: le tre variabili che influenzano le recidive

ginocchioDopo un intervento di riparazione del legamento crociato anteriore, una nuova rottura che renda necessario un ritorno in sala operatoria è purtroppo un evento frequente. Uno studio presentato lo scorso luglio, in occasione del congresso annuale della American Orthopaedic Society for Sports Medicine (Aossm), suggerisce però che esiste la possibilità di identificare dei fattori di rischio e dunque di ridurre al minimo l’eventualità di un re-intervento, soprattutto grazie a un’adeguata collaborazione con i pazienti, che vanno educati a comportamenti corretti.

Il coordinatore del gruppo di ricerca è stato Christopher C. Kaeding, medico della Ohio State University, che ha affermato: «il nostro studio suggerisce che vi sia un numero ristretto di fattori di rischio che influiscono sulla probabilità di dover ricorrere a un nuovo intervento: l’età del paziente, il tipo di innesto utilizzato e il livello di attività fisica». Proprio in riferimento a quest’ultimo punto, Kaeding ha aggiunto che «migliorando l’aspetto formativo riguardo agli atteggiamenti da tenere sulla base dei fattori di rischio, i pazienti possono essere in grado di ridurre al minimo le recidive».

Il medico americano e il suo gruppo di ricerca hanno analizzato i dati di 2.695 pazienti registrati in uno specifico database contenente gli interventi di riparazione del legamento crociato anteriore (Moon Acl injury database). Tutti i pazienti avevano una storia di ricostruzione primaria del Lca e nessun precedente intervento chirurgico al ginocchio controlaterale. I fattori esaminati dai ricercatori sono stati: il tipo di innesto, l’età, lo sport praticato dopo l’intervento chirurgico, il sesso, l’abitudine al fumo, lo stato della lesione meniscale e l’Indice di massa corporea (Bmi).

L’analisi dei dati ha mostrato che in 116 casi (il 4,3% del totale) si era registrata una nuova rottura del legamento sullo stesso lato in cui c’era stato il primo infortunio e il successivo innesto, mentre erano stati 97 (3,6%) i pazienti che avevano subito una rottura controlaterale. In termini percentuali, le probabilità di una nuova lesione del legamento operato sono diminuite del 9% per ogni anno in più di età del paziente, mentre quelle di un nuovo strappo al legamento crociato del lato opposto sono diminuite del 4% per ogni anno d’età.

Kaeding ha così commentato il risultato: «lo studio mette in evidenza che un’età più giovane, una più intensa attività fisica al momento della rottura e un trapianto allogenico possono aumentare il rischio di nuova lesione del legamento operato nei primi due anni. Nei pazienti più attivi e più giovani, una nuova lesione, ma nella gamba opposta alla prima, è risultata predominante».

Knee sport injuryCerto non si può intervenire sul fattore età, ma secondo il ricercatore americano «i medici e i fisioterapisti devono educare meglio i pazienti riguardo a un corretto allenamento neuro-muscolare, che deve continuare anche dopo la fine del primo programma di riabilitazione, in modo da aiutarli a prevenire future lesioni».

 

American Orthopaedic Society for Sports Medicine (Aossm) Annual Meeting 2014

Tratto da: http://www.orthoacademy.it/ginocchio/lca-le-tre-variabili-che-influenzano-le-recidive/#sthash.YWNk2Pbe.dpuf


Lascia un commento

Ricostruzione del legamento crociato anteriore (LCA)

Ricostruzione del legamento crociato anteriore con tecnica a doppio fascio (Double Bundle)

La ricostruzione artroscopica dei legamenti crociati anteriori con il  trapianto autologo di tendini è un metodo stabilito per il trattamento della rottura del legamento crociato anteriore. In questo intervento il chirurgo sostituisce il legamento crociato anteriore rotto con l’innesto di tendine, di solito si tratta del trapianto autologo del tendine del muscolo semitendinoso e gracile, il quale viene prelevato durante l’intervento dalla loggia posteriore della coscia. Lo scopo del intervento è di ripristinare una stabilità articolare e diminuire il rischio di complicazioni tarde dell’instabilità cronica del ginocchio come per esempio lesioni dei menischi e usura della cartilagine. La tecnica artroscopica ha numerosi vantaggi in confronto alla ricostruzione dei legamenti crociati classica. Consente il posizionamento molto più accurato e esatto del innesto di tendine nell’articolazione, mantiene i tessuti molli vicini dell’articolazione, il rischio della possibilità dell’infezione dell’articolazione post-operativa è ridotta al minimo, anche il dolore post-operativo è minore. Per un risultato finale ottimo è dopo la ricostruzione del legamento crociato anteriore decisiva anche la riabilitazione individuale post-operativa, la quale dura 6 mesi dopo l’intervento.

Procedimento della ricostruzione del legamento crociato anteriore

L’intervento viene eseguito in anestesia totale. Dopo che il paziente è posizionato sul letto operatorio il sito chirurgico viene disinfettato. Sulla coscia della gamba operata viene, se necessario, posizionata una fascia comprimente per impedirvi il corso del sangue. Per l’esecuzione della ricostruzione artroscopica del legamento crociato anteriore sono necessarie tre incisioni cutanee – uno nella parte interna e uno nella parte esterna del ginocchio (simile all’artroscopia del ginocchio usuale) e un incisione cutanea addizionale di pochi centimetri nel sito del prelievo del trapianto del tendine. Quando si usano nella ricostruzione i tendini dei muscoli semitendinoso e gracile l’incisione si trova nella parte interna della tibia, nel terzo superiore, quando si usa invece il legamento della rotula l’incisione si trova in mezzo, nella parte posteriore del ginocchio. A causa dell’inserimento degli innesti con i quali fissiamo il tendine nel canale osseo sono a volte necessarie, a parte le tre incisioni menzionate, delle incisioni addizionali più piccole nella parte interna o esterna del ginocchio. Delle incisioni addizionali sono necessarie anche se durante l’intervento sono riconosciuti altri danni dell’articolazione.
L’intervento operativo usualmente inizia con un’artroscopia diagnostica, la quale è dedicata al ispezione dettagliata del ginocchio e alla individuazione di eventuali altre lesioni come per esempio di menisco mediale e laterale, della cartilagine e del legamento crociato posteriore. Durante l’intervento, il l’articolazione del ginocchio è riempita di una soluzione fisiologica acquosa sterile. Si tratta della soluzione acquosa di NaCl, la quale sciacqua  l’articolazione, la espande e in questo modo permette una buona ispezione dell’interno dell’articolazione. Nel caso della scoperta di altre lesioni, se possibile, queste sono curate adeguatamente. Nel caso della rottura del menisco questo significa la resezione parziale o totale del menisco, in rari casi anche la cucitura del menisco. Nel caso del danno della cartilagine, il quale è più complesso, possiamo decidere per la perforazione del sito del danno oppure per la microfratturazione. Con l’intervento di questo tipo, con la tecnica di microfratturazione, stimoliamo la ripristinazione parziale della cartilagine danneggiata con la cartilagine fibrosa. Nel caso di gravi danni della cartilagine il trattamento di queste può richiedere un intervento operativo addizionale. In rari casi il chirurgo può, se scoperta l’usura progressiva della cartilagine, decidere di non eseguire la ricostruzione del legamento crociato.

Dopo il prelievo del trapianto del tendine segue la preparazione dei tunnel ossei nella tibia e femore attraverso le quali saranno attraversate dal trapianto del tendine. Per un intervento di successo è molto importante una determinazione precisa del sito del tunnel osseo nella tibia e nel femore. In alcuni casi il chirurgo decide di eseguire la ricostruzione del legamento crociato anteriore con tecnica a doppio fascio. Un’operazione di questo tipo è possibile specialmente se il paziente ha un ginocchio grande e se i tendini sono forti. Il vantaggio di questo trattamento è che con la ricostruzione ci avviciniamo di più all’anatomia naturale del legamento crociato anteriore, il quale è costituito da due fasci – antero-mediale e postero-laterale. In questo modo si ottiene una stabilità rotazionale del ginocchio migliore.   La tecnica a doppio fascio ha anche alcune debolezze. Alcune di queste sono la durata dell’operazione più lunga, la complessità della tecnica operativa, la revisione è più difficile nel caso della re-rottura del legamento crociato, i rischi per complicazioni durante l’intervento, come per esempio la frattura della parete ossea del tunnel, sono maggiori.

In rari casi si può, nel intervento dell’artroscopia diagnostica, scoprire che una parte del legamento crociato è mantenuta. In questo caso il chirurgo può decidere di mantenere questa parte e di rinforzare il legamento crociato esistente. Il procedimento di questa operazione è simile a quello della ricostruzione del legamento crociato anteriore con la tecnica a doppio fascio, solo che in questo caso si ricostruisce solo un fascio, la parte mantenuta del legamento crociato invece in questo caso rappresenta il secondo fascio.
Uno dei fattori più importanti per una ricostruzione del legamento crociale anteriore di successo è molto importante una determinazione precisa del sito dei tunnel ossei, i quali saranno attraversati dal trapianto del tendine. Nella determinazione di questo sito, l’esaminazione artroscopica dell’articolazione ha un grande vantaggio in confronto con l’operazione classica. Nella perforazione precisa dei tunnel ossei ci aiutiamo con strumenti chirurgici particolari. La tecnica standard della ricostruzione del legamento crociato anteriore richiede la perforazione di un tunnel osseo del diametro di 8-9mm tibiale e di un tunnel osseo del diametro simile femorale.  Nella tecnica del doppio fascio sono obbligatori due addizionali tunnel ossei del diametro 5-6mm tibiali e due tunnel femorali dello stesso diametro. Quando i tunnel sono effettuati segue l’introduzione della sutura, con la quale si, attraverso il tunnel, inserisce il trapianto del tendine. Alla fine dell’intervento l’innesto del tendine è fissato prima sulla parte del femore e poi sulla parte della tibia. Per fissare il trapianto del tendine sulla parte del femore possiamo usare delle viti ad interferenza in vari materiali, dei pin riassorbibili trasversali oppure un bottone in titanio. Sulla parte della tibia fissiamo il tendine con la vite ad interferenza. Quale metodo della fissazione del innesto del tendine è il più adatto per il Suo ginocchio Le spiegherà il chirurgo prima dell’intervento operativo. In alcuni casi si può durante l’intervento a causa del cambiamento delle circostanze decidere per un altro metodo della fissazione del innesto del tendine e non quello previsto.

Decorso post-operatorio dopo la ricostruzione del legamento crociato anteriore in artroscopia

Per l’invasività minimale il ricovero dopo la ricostruzione del legamento crociato anteriore è molto più veloce rispetto al intervento operativo classico. È molto importante che il paziente si renda conto e capisca che se il gonfiore e il dolore non sono più presenti e se la mobilità articolare è riacquistata, questo non significa che il ginocchio è già completamente sano e in grado del pieno incarico. Con l’intervento artroscopico otteniamo che il dolore e il gonfiore post-operativo vengono eliminati molto più velocemente, la mobilità articolare è riacquistata molto prima che nel intervento classico, non si può invece accelerare la crescita del innesto del tendine nel osso e neanche il processo della rivascolarizzazione del tendine. Questi due processi durano alcuni mesi. Si tratta del processo biologico della guarigione, il quale è incoraggiato con fisioterapia e con il controllo del carico, ma non può essere in alcun modo abbreviato.  Soltanto una crescita completa del innesto del tendine nel osso e la rivascolarizzazione del tendine, la quale ha come conseguenza la ripristinazione del tendine, consentono al legamento crociato ricostruito di essere in grado di reggere il carico completo  del ginocchio che è presente in attività sportive faticose. Questo avviene dopo il periodo di 6 mesi dopo l’intervento. Un incontrollato o eccessivo caricamento del ginocchio nei primi mesi dopo l’operazione può causare gravi danni – l’espansione del innesto del tendine, la quale causa di nuovo l’instabilità del ginocchio oppure anche il scioglimento della fissazione ossea del innesto.
La riabilitazione dopo la ricostruzione del legamento crociato anteriore ha un ruolo fondamentale per il raggiungimento di un buon risultato ed è molto esigente. Per questo è molto importante che sia controllata da un fisioterapista adeguatamente qualificato e conosce bene i limiti e obiettivi di diverse fasi della guarigione. È raccomandata una fisioterapia individuale e che il programma si adegui, al quanto è possibile riguardante i processi biologici della guarigione dei tessuti, al progresso e alle capacità del paziente. Immediatamente dopo l’intervento si deve più volte al giorno fare uso di una borsa di ghiaccio, il che riduce il gonfiore e anche il dolore. Immediatamente dopo l’intervento è possibile camminare in carico completo da subito.  Nei primi giorni dopo l’operazione i pazienti usano le stampelle. Siccome l’uso delle stampelle indebolisce i muscoli femorali, si consiglia di abbandonare l’utilizzo di queste al prima possibile.  Al momento della dimissione il paziente riceve indicazioni e consigli individuali riguardante i controlli medici post-operativi e la riabilitazione iniziale.

Ricostruzione del legamento crociato anteriore con tendine da donatore (allograft)

Per  la ricostruzione del crociato anteriore con innesto autologo possono essere prelevati parte del tendine rotuleo (prelievo del secondo terzo del tendine con due appartenenti blocchi ossei), il tendine del quadricipite (prelievo di una parte del muscolo nella parte dove è attaccata alla rotula), oppure il tendine associato al semitendinoso o gracile (tendini dei muscoli flessori sulla parte posteriore della coscia i quali sono prelevati tra una piccola incisione nella parte interna del ginocchio). A tutte queste varianti della ricostruzione è comune che durante l’intervento usiamo, per sostituire il legamento crociato anteriore danneggiato, un tendine autologo, trapiantato dal paziente stesso. La seconda opzione, la quale è negli ultimi anni sempre più popolare, è di usare un innesto da donatore, allograft. Si tratta del tendine trapiantato da persone decedute ed è prima del uso trattato secondo regolamentazioni rigide, il che garantisce una sterilità assoluta e con questo la sicurezza del uso. L’uso del allograft nella operazione del legamento crociato anteriore ha numerosi vantaggi. Quello più importante è certamente il fatto che si mantengono tutti gli altri tendini del ginocchio. In questo modo non influenziamo la funzione degli altri muscoli e tendini del ginocchio, il che significativamente facilita la guarigione post-operativa. Un grande vantaggio del uso del allograft è anche l’invasività minima del intervento perchè durante l’intervento i tendini del paziente non vengono trapiantati. Conseguentemente il dolore e il gonfiore nella fase post-operativa iniziale sono significativamente minori e la guarigione è più rapida. Nell’uso del allograft la qualità del legamento crociato anteriore ricostruito non dipende dalla potenza e qualità del proprio tendine, il che rappresenta un problema, specialmente per donne magre con tendini più deboli. Il più grande svantaggio degli allograft nell’intervento operativo della ricostruzione del legamento crociato anteriore è il prezzo relativamente alto di questi innesti. Al momento il trattamento di questi tessuti è eseguito solo in alcune istituzioni specializzate negli Stati Uniti d’America. Il prezzo di questi innesti è conseguentemente aumentato per le condizioni di trasporto speciali.
Nel nostro centro eseguiamo interventi operativi con uso degli allograft già dal 2009. Per i costi relativamente alti dell’operazione di questo tipo la raccomandiamo agli atleti migliori, i quali si aspettano una funzione perfetta del ginocchio e che non vogliono compromettere la funzione di altri muscoli e tendini a causa della ricostruzione del legamento crociato anteriore e vogliono una guarigione più rapida possibile. Con l’uso del allograft ci possiamo certamente avvicinare molto di più a queste aspettazioni alte.
L’azienda Artros è un centro accreditato per l’eseguimento degli interventi in cui si usano gli allograft. L’esecuzione di interventi di questo tipo usando tessuti non propri è regolata da procedure e standard prescritti dall organizzazione Slovenija transplant ed Eurotransplant.

Artros


Lascia un commento

Lesioni traumatiche da sci

imagesCATJK24LBenché lo sport sciistico abbia la reputazione di essere uno sport pericoloso, le statistiche indicano che le percentuali generali di lesioni traumatiche causate dallo sci, grazie ai notevoli progressi tecnici sia in tema di attrezzature che di migliore preparazione delle piste e forse anche ad una maggiore preparazione fisica, si sono ridotte, durante gli ultimi quindici anni, del 50%.

La parte del corpo che più frequentemente è colpita è il ginocchio e rappresenta circa il 45% di tutte lesioni da sci, ma, durante gli ultimi quindici anni, a fronte della diminuzione del numero degli incidenti è aumentato il numero delle lesioni più gravi a carico dello stesso, quali la rottura dei legamenti collaterali che ha raggiunto l’entità del 172%.

 

Chi maggiormente va incontro a tali lesioni?

La ricerca suggerisce che gli sciatori più giovani più alti e magri e quelli con meno esperienza sono ad elevato rischio di lesioni traumatiche. Si ritiene che i principianti vadano incontro a traumi in misura superiore del 33% nei confronti degli sciatori esperti.

Tra i sessi, il sesso femminile va più facilmente incontro a lesioni del ginocchio, mentre gli uomini sono più colpiti da lesioni alla testa o alle spalle.

 

Lesioni più comuni, cause e provvedimenti

Le lesioni del legamento anteriore del crociato del ginocchio

E’ il più comune trauma nello sciatore. Si osserva più frequentemente in coloro che hanno avuto una lesione precedente del ginocchio ed è più probabile che la lesione sia più grave negli sciatori con un legamento collaterale non troppo robusto o con una lassità del legamento.

Questo succede addirittura in maniera tre volte superiore a quello che può accadere al ginocchio di uno sciatore che abbia avuto un precedente intervento ricostruttivo.

Nello sci vengono descritti due tipi di meccanismi traumatici legati al materiale usato in questo sport:

– quello dovuto allo scarpone che al momento della caduta spinge la tibia in avanti diventando responsabile della rottura del legamento

– quello “da piede fantasma” in cui la coda dello sci ruota il ginocchio in senso opposto rispetto alla sua normale modalità di movimento.

La rottura del legamento collaterale deve essere di norma riparata con un intervento chirurgico ma la decisione operare dipende da diversi fattori che possono essere così sintetizzati:

  • l’età del paziente
  • il grado d’instabilità, associato ad altre anomalie quali la lesione del collaterale mediale del legamento o la rottura del menisco
  • il praticare sport o attività lavorative che richiedono di far perno sul piede

 

Le lesioni della spalla

Le lesioni della spalla sono meno comuni delle lesioni del ginocchio.

La lussazione completa dell’articolazione della spalla, le dislocazioni anteriori, la lesione della cuffia rotatoria (per “cuffia dei rotatori “si intende un complesso muscolae e capsulo-tendineo che forma una vera e propria “cuffia” che ricopre la testa dell’omero e lo mantiene in sede con possibilità di tutti movimenti) e le contusioni della spalla causata da una caduta a braccio teso, sono le più comuni. I sintomi della lussazione possono variare da un dolore poco intenso ad una completa rottura dell’articolazione in cui può avere la fuoriuscita della testa dell’omero con deformazione della spalla e talvolta fuoriuscita verso il collo e anche un’alterata sensibilità di tutto il braccio per interessamento dei nervi.

La riabilitazione segue solitamente un programma di trattamento di tre fasi: il ghiaccio o la terapia del freddo ed l’immobilizzazione.

L’ immobilizzazione può variare da tre – sei settimane.

Il recupero completo da una dislocazione anteriore può essere di 6 settimane – 6 mesi considerando l’immobilizzazione e gli esercizi di recupero e rafforzamento ed i postumi dell’intervento se necessario.

 

Il pollice dello sciatore o Le lesioni da distorsione del pollice

Al pollice va riferito il 40% circa di tutte le lesioni all’arto superiore con la lesione del legamento collaterale dell’ulna e dell’articolazione metacarpo-falangea (conosciuto come pollice dello sciatore) che ne maggiormente è responsabile.

La lesione avviene per abduzione e l’iperestenzione forzata dell’articolazione. Nello sciare questo è il risultato di una caduta mentre si tiene il bastoncino che trasporta il pollice nella neve.

Il dolore alla palpazione sull’ulna e pollice e la difficoltà di presa fra il pollice e di indice ne sono i sintomi principali.

Il trattamento dipende dalla gravità sino alla rottura completa che richiede l’intervento chirurgico. Una rottura parziale del legamento può essere trattata con quattro – cinque settimane d’ immobilizzazione assoluta seguita da terapia di mobilizzazione e rafforzamento. Una distorsione leggera può essere curata con esercizi di rafforzamento non appena il dolore lo permette. Una tecnica eccellente ma semplice e può essere l’applicazione di bendaggi per sostenere un’articolazione debole ed impedire la lesione o il suo ripetersi.

Sci1

 

Sci2

 

 

 

 

 

Tratto da: https://www.unisalute.it/unisalute/doc/articoli_medici/sciare.pdf
www. artros.it


Lascia un commento

Prevenzione di lesioni sportive

b1785cd712ac00cdbb89d4d281d5dacfSia per l’atleta di punta sia per il dilettante un trauma da sport si traduce spesso con una pausa non pianificata nell‘allenamento, che porta inevitabilmente già dopo pochi giorni a un significativo calo di forma e prestazioni. Per questo motivo gli sportivi d’élite prestano particolare attenzione alle misure di prevenzione. I dilettanti dovrebbero fare altrettanto, poiché i traumi da sport non sono soltanto sgradevoli e dolorosi, ma anche – a causa dell’assenteismo dal lavoro – un fattore significativo di costi a livello economico.

Riscaldamento

Prima di qualsiasi attività sportiva è importante riscaldare adeguatamente la muscolatura. Il riscaldamento può iniziare ad esempio con una corsa lenta. Ogni programma di allenamento dovrebbe includere una fase di riscaldamento per la quale è consigliabile prevedere da 15 a 20 minuti. Naturalmente il riscaldamento è specifico per lo sport praticato e dovrebbe coinvolgere i gruppi muscolari che verranno poi sollecitati durante l’allenamento. Con il riscaldamento – lo dice la parola stessa – si aumenta l’afflusso del sangue nei tessuti, generando un riscaldamento marcato dei muscoli, che si fa particolarmente notare in inverno. Il riscaldamento fa aumentare non solo la temperatura di tendini, legamenti e muscoli, ma anche la loro elasticità. Poiché i tessuti riscaldati sopportano un carico maggiore, non bisogna temere di provocare una lesione non appena si aumenta il ritmo.

Attività di compensazione

Con il tempo la pratica di un’unica attività sportiva può, oltre a diventare noiosa, portare anche a sollecitazioni unilaterali dell’apparato muscolo-scheletrico. E’ consigliabile dunque non limitare l’esercizio fisico a uno sport solo, ma dedicarsi parallelamente anche ad attività di compensazione. Il nuoto è particolarmente indicato in quanto risparmia le articolazioni, attivando nello stesso tempo l’insieme dei gruppi muscolari.

Programma di allenamento e agenda sportiva

Altrettanto importante quanto la pratica di attività di compensazione è la stesura di un programma di allenamento ben ponderato, che elenchi non solo le sessioni di allenamento, ma anche i periodi di recupero. Un buon allenamento non si distingue necessariamente per il volume di lavoro svolto, ma piuttosto per la sua suddivisione nel tempo.
Idealmente, il volume di allenamento dovrebbe essere proporzionato allo stato fisico del momento. Bisognerebbe prevedere unicamente la quantità di sforzo che il corpo può effettivamente sopportare. Perciò è necessario stabilire un programma di allenamento che riporti le varie intensità di lavoro e la durata delle sessioni a seconda dell’attuale stato fisico. Un improvviso e forte aumento nell’intensità o nella durata dello sforzo è il miglior presupposto per subire delle lesioni, dato che tendini, legamenti e muscoli non sono stati avvicinati gradualmente al carico aumentato. Volume e intensità di lavoro dovrebbero perciò crescere del 10 percento al massimo e a intervalli settimanali, affinché l’apparato muscolo-scheletrico possa abituarsi al nuovo carico.

Stretching

Durante i periodi di recupero e dopo ogni sessione di allenamento bisognerebbe dedicarsi ad esercizi di stretching e di rilassamento della muscolatura interessata. Massaggi, bagni caldi in acqua salina, sedute di sauna o di bagno turco ecc. aiutano, grazie all’azione del calore, a eliminare più velocemente le sostanze di rifiuto da muscoli e tessuto connettivo. Per riposarsi bene è indispensabile dormire abbastanza e sorvegliare l’alimentazione.

Alimentazione

Una dieta ricca di carboidrati e arricchita di proteine è d’obbligo per tutte le attività aerobiche. L’apporto di carboidrati rinnova le riserve energetiche (glicogeno) nei muscoli e nel fegato, mentre il giusto apporto di proteine fornisce materiale da costruzione per la ricostituzione delle proteine muscolari e per la disintossicazione dei tessuti. Se ci si allena senza tenerne conto, si rischia di iniziare l’attività già stanchi, aumentando esponenzialmente il rischio di procurarsi una lesione.

Attrezzature

Un effetto preventivo in questo senso riveste sicuramente anche l’attrezzatura che viene utilizzata o portata durante l’attività sportiva. I commercianti di articoli sportivi seri dovrebbero essere in grado di consigliare il principiante in modo esauriente. Un buon equipaggiamento esercita inoltre un influsso psicologico positivo e motivante che non va sottovalutato.

Inattivo da tanto tempo?

Se non è stato praticato nessuno sport per tanto tempo e la soglia dei 40 anni è stata superata oppure sussiste il rischio di qualche problema di salute, è consigliabile sottoporsi a una visita medica prima di iniziare un’attività sportiva al fine di riconoscere eventuali fattori di rischio (sistema cardiovascolare, diabete, sovrappeso ecc.) e poter adottare le necessarie misure preventive.

fth1

 

 

 

 

 

 

 

Tratto da: http://www.lesionisportive.ch/it/prevenzione-e-provvedimenti-terapeutici/prevenzione-di-lesioni-sportive/