Artros

Clinica ortopedica


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Laserterapia ad alta intensità (Hilterapia)

Un impulso laser e un protocollo terapeutico di avanzata concezione permettono di portare elevate dosi energetiche in profondità, senza causare alcun danno ai tessuti: patologie fino ad oggi intrattabili con la laserterapia tradizionale possono essere curate rapidamente, semplicemente e con garanzia di successo con la terapia HILT.

 

Molte patologie, da sovraccarico, traumatiche o degenerative, coinvolgono strutture muscolari, tendinee, articolari collocate in profondità. Fino ad oggi era impossibile trasferire a queste strutture una quantità adeguata di energia attraverso la luce laser per stimolarle e indurne la guarigione. Infatti, via via che la radiazione luminosa penetra nei tessuti perde la sua intensità, sia perché è in parte diffusa, sia perché trasferisce la sua energia ai tessuti stessi. Ciò significa che per arrivare negli strati profondi è necessario erogare una maggior quantità di energia, con dosi energetiche molto elevate, col rischio però di cederne troppa agli strati superficiali si rischia di produrre un eccessivo riscaldamento della cute e del sottocute che possono danneggiarsi. Il limite riscontrato fino ad oggi nell’uso della laserterapia per patologie che coinvolgono strutture profonde è stato proprio la difficoltà nel riuscire a trovare il modo di fornire queste elevate quantità di energia senza che il calore accumulato portasse alla lesione dei tessuti superficiali. Questo ostacolo è stato superato grazie alla tecnologia HILT (High Intensity Laser Therapy) in cui la luce laser anziché in modo continuo è erogata a impulsi.
Personalmente uso un laser di IV classe cioè ad uso esclusivamente da parte di un medico con una capacità di frazionare l’impulso molto alta 1/400 fino a 1/1000 in modo da poter somministrare una grande quantità di energia in un tempo ridotto (dai 3 ai 5min di applicazione per zona).
L’efficacia dell’energia laser si esplica su tre effetti : fotochimico, fotomeccanico e fototermico.
Una prima importante azione esercitata dalla laserterapia ad alta intensità è effetto fotochimico cioè il laser svolge un’azione biostimolante. La laserterapia ad alta intensità determina cioè un innalzamento dello “stato energetico” con attivazione dei meccanismi coinvolti nella riparazione dei danni cellulari. La stimolazione luminosa delle strutture profonde attiva il metabolismo cellulare attraverso un effetto fotochimico di interazione della luce a livello cellulare, basato sull’attivazione delle reazioni chimiche fondamentali. La trasmissione dell’impulso doloroso è rallentata, e si ha un rapido effetto analgesico
.
Oltre a quello fotomeccanico e fotochimico, la laserterapia ad alta intensità esercita anche un effetto fototermico. Quest’ultimo, provocando un aumento controllato della temperatura dei tessuti, induce una stimolazione della circolazione con conseguente aumento dell’apporto di ossigeno alle strutture sofferenti. Il rialzo termico controllato che si realizza durante la terapia, può essere finalmente gestito ai fini terapeutici. È possibile infatti sfruttare l’effetto fototermico dell’emissione utilizzata per mantenere il volume di tessuto ad uno stato energetico attivato, che permette il perdurare nel tempo degli effetti benefici della terapia. L’elevata potenza di picco del sistema di laserterapia ad alta intensità permette di sfruttare un ulteriore effetto terapeutico, l’effetto fotomeccanico. Si tratta di onde elastiche di pressione che si propagano con la medesima direzione e verso dell’impulso che le ha generate. Queste onde, esercitano un micromassaggio fondamentale per la riattivazione del microcircolo e del drenaggio linfatico. È favorita così l’ossigenazione dei tessuti, è facilitato il drenaggio delle molecole infiammatorie, è stimolata l’eliminazione delle raccolte di liquido. Si assiste ad un rapido ed intenso effetto anti-infiammatorio ed antiedemigeno.

 

Indicazioni
Tutte le patologie dolorose ad esclusione dei casi dove vi è una chiara indicazione chirurgica possono beneficiare da un trattamento con laserterapia ad alta intensità, diversamente può essere usato come palliativo per limitare il dolore nei casi dove il paziente non vuole o non può operarsi. Ad esempio:

  • Artrosi cervicale – Cervicalgia – Cervicobrachialgia
  • Sindrome del tunnel carpale
  • Epicondilite – Gomito del tennista
  • Strappi – Stiramenti Muscolari, traumi sportivi
  • Periartrite scapolo omerale – Tendinopatia cuffia rotatori
  • Spina calcaneare
  • Morbo di Dupuytren
  • Tendinopatie (tendiniti, peritendiniti, tenosinoviti, tendiniti inserzionali e calcifiche, tendinosi, lesioni parziali)
  • Distorsioni – Lesioni ai legamenti Traumi articolari Lesioni della cartilagine
  • Gonalgia – Sinoviti e borsiti
  • Ernia del disco, discopatia, protrusioni discali
  • Sindrome fibromialgica
  • Osteoartrosi

Tratto da: http://www.asalaser.com/it/terapie-prodotti/hilterapia

http://www.artros.it


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Ginocchio varo/valgo

Il valgismo e il varismo del ginocchio sono due dei principali paramorfismi del ginocchio. È la condizione in cui femore e tibia non sono perfettamente allineati e formano degli angoli, con apertura interna (ginocchio varo) o esterna (ginocchio valgo). Spesso non ci sono cause precise al presentarsi di questi problemi e  il più delle volte il problema insorge in giovane età. Spesso una condizione di  lassità o retrazione della muscolatura della gamba può modificarne l’asse causando un ginocchio varo o un ginocchio valgo. Altre cause sono dovute a problemi neurologici, legamentosi o scheletrici.

Trattamento

Per la correzione del valgismo e del varismo del ginocchio è necessario fare prima di tutto una valutazione della postura, una baropodometria per vedere l’appoggio statico e dinamico del piede quindi come stiamo in piedi e come camminiamo. Successivamente è necessario adottare delle correzioni, andando ad allungare o a stimolare la muscolatura che presenta problemi con un’adeguata Ginnastica posturale supportata dall’ausilio della postural bench e della pro-kin.

In alcuni casi, quando il problema è di natura scheletrica è necessario ricorrere alla chirurgia con un intervento di osteotomia per ripristinare i corretti rapporti articolari.

 

Tratto da: http://www.fisiopoint.net/distorsione_fisioterapia_per_rottura_legamenti_e_menisco_del_ginocchio_a_roma/

 

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Gomito del Tennista (Epicondilite)

L’epicondilite laterale è un’infiammazione dolorosa dei tendini che collegano i muscoli dell’avambraccio alla parte esterna del gomito (epicondilo laterale). Questa condizione è nota anche come gomito del tennista, considerato che il tennis è l’attività sportiva che espone a maggior tensione le strutture muscolo-scheletriche interessate dal disturbo. Gomito del Tennista

L’epicondilite laterale è spesso determinata da un sovraccarico funzionale, cioè da un uso eccessivo e continuato del gomito, ed è tipica dei soggetti che, a causa di particolari attività sportive o professionali, sono costretti a ripetere determinati movimenti.
In particolare, il gomito del tennista è una tendinopatia inserzionale: il processo flogistico interessa l’inserzione dei muscoli epicondilei estensori dell’avambraccio, che originano dall’epicondilo laterale del gomito (localizzato in prossimità della sporgenza ossea nell’estremità inferiore esterna dell’omero). Il gomito del tennista è causato dunque da un’infiammazione a carico dei muscoli e dei tendini che si inseriscono nell’epicondilo laterale e che sono responsabili dell’estensione del polso o delle dita della mano.
In principio, il dolore associato all’epicondilite laterale interessa soltanto i tendini, soprattutto quando si compiono movimenti di estensione del polso contro una resistenza, e tende ad aumentare con le attività che richiedono il coinvolgimento dei muscoli nell’arto interessato. Con un abuso protratto nel tempo, la manifestazione dolorosa può irradiarsi lungo l’avambraccio e persistere anche a riposo, determinando la progressiva riduzione della funzionalità di mano, polso e gomito.

Cause e fattori di rischio

Abuso e traumi. Molte persone affette dal gomito del tennista svolgono attività lavorative o ricreative che richiedono l’uso ripetitivo e vigoroso dell’articolazione del gomito. Dolore gomitoL’epicondilite laterale è causata da un’infiammazione spesso determinata da un sovraccarico funzionale, che si verifica principalmente quando i muscoli e i tendini del gomito sono costretti a sforzi eccessivi. Inoltre, è stato dimostrato che ripetuti microtraumi o un danno diretto dell’epicondilo laterale, come un’eccessiva estensione dell’avambraccio o un movimento scorretto, causano più della metà di queste lesioni.
Attività. Gli atleti non sono le uniche persone in cui occorre il gomito del tennista. L’epicondilite laterale può insorgere a seguito di qualsiasi attività ripetuta che coinvolga la torsione o l’estensione del polso, il sollevamento di pesi e l’abuso dei muscoli dell’avambraccio.
Le attività che possono causare il gomito del tennista includono:

  • Sport con racchetta, come tennis, badminton e squash;
  • Sport da lancio, come il giavellotto o il disco;
  • Altri sport: golf e scherma;
  • Attività professionali che comportano movimenti ripetitivi delle mani e del polso: idraulico, muratore, carpentiere, macellai, cuochi, falegnami sarti e pittori;
  • Altre attività che sollecitano intensamente gomito e polso, come suonare il violino o utilizzare cesoie durante il giardinaggio.
Età. Il periodo di massima insorgenza dell’epicondilite è quello compreso tra i 30 e i 50 anni di età, anche se chiunque può essere colpito dal gomito del tennista qualora vi sia l’esposizione ai relativi fattori di rischio, come ad esempio:

  • Attività lavorative o ricreative. Persone che svolgono lavori che comportano movimenti ripetitivi del polso e del braccio hanno più probabilità di sviluppare il gomito del tennista.
  • Alcune attività sportive. Svolgere sport con la racchetta aumenta il rischio di sviluppare il gomito del tennista, soprattutto se si gioca per la prima volta, con una tecnica scarsa o con attrezzatura non adeguata (racchetta con le corde troppo tese o dal manico troppo corto) e muscoli della spalla e del polso poco allenati.

Segni e sintomi del gomito del tennista

I sintomi del gomito del tennista si sviluppano gradualmente. Nella maggior parte dei casi, il dolore inizia con lieve intensità e lentamente peggiora nel corso di settimane e mesi. In genere, non esiste una specifica lesione violenta associata all’esordio del quadro clinico.
Segni e sintomi dell’epicondilite laterale:

  • Dolore e gonfiore localizzati sulla parte esterna del gomito, in corrispondenza dell’epicondilo laterale;
  • Dolore nella parte esterna dell’avambraccio, appena sotto il gomito (in corrispondenza dei muscoli epicondilei che si innestano sull’epicondilo laterale). Il dolore può anche irradiarsi lungo l’avambraccio verso il polso e nella parte posteriore della mano;
  • Forza nella presa debole e dolorosa, anche mentre si stringono tra le mani piccoli oggetti, relativamente pesanti;
  • Peggioramento del dolore con i movimenti del polso, in particolare con l’estensione e i movimenti di sollevamento;
  • Rigidità mattutina.

I sintomi sono spesso peggiorati dalle attività dell’avambraccio, in particolare dai movimenti di torsione, come quando si gira una maniglia della porta o si apre un barattolo. Il braccio dominante è colpito con maggiore incidenza, tuttavia entrambi gli arti possono essere colpiti. Il dolore associato all’epicondilite laterale può essere di lieve o grave intensità (può essere avvertito anche quando il braccio viene tenuto a riposo). Un episodio di epicondilite laterale può durare, di solito, tra i sei mesi e i due anni. Tuttavia, la maggioranza delle persone tende a recuperare entro un anno.

Nota: il dolore che si verifica sul lato interno del gomito è conosciuto come gomito del giocatore di golf ed interessa l’epicondilo mediale, le cui inserzioni tendinee sono responsabili della flessione del polso verso il palmo della mano.

Epicondilite laterale: diagnosi

Se la condizione è causata da un’attività faticosa o ripetitiva, questa si dovrebbe evitare fino a quando i sintomi migliorano. Tuttavia, se il dolore al gomito persiste per diversi giorni nonostante il riposo, è consigliabile rivolgersi al proprio medico.
Diversi fattori devono essere presi in considerazione nel formulare la diagnosidi epicondilite laterale; questi includono l’entità dei sintomi che si sono sviluppati, eventuali fattori di rischio professionali e lo svolgimento di particolari attività sportive. Il paziente deve riportare la posizione esatta in cui è localizzato il dolore nel braccio, se si è verificato un episodio traumatico e se è affetto da altre patologie concomitanti (esempio: artrite reumatoide, neuriti, altre condizioni reumatiche o artrosiche del gomito). Durante l’esame obiettivo, il medico utilizzerà una serie di test per accertare la provenienza del dolore, attraverso la palpazione diretta e la contemporanea ricerca dei segni di tumefazione locale. Alcuni di questi esami includono:

  • Palpazione dell’epicondilo laterale: il medico esegue una pressione nel punto di inserzione dei muscoli epicondiloidei, mentre si chiede al paziente di muovere gomito, polso e dita;
  • Test di Cozen: valuta la presenza di dolore all’estensione contro resistenza di polso e dita a gomito esteso;
  • Test di Mills: rileva l’insorgenza del dolore alla pronazione forzata con polso flesso e gomito esteso.

Il medico può raccomandare ulteriori test per escludere altre cause alla base del disturbo:

  • Raggi X: per escludere l’artrite del gomito ed evidenziare eventuali calcificazioni.
  • Risonanza magnetica (MRI): può essere eseguita dinanzi al sospetto che l’insorgenza dei sintomi sia associata ad un problema al collo. Questo esame consente di evidenziare una possibile ernia del disco od un’artrite al collo. Entrambe queste condizioni spesso producono dolore al braccio.
  • Elettromiografia (EMG): il medico può ordinare un’elettromiografia per escludere la compressione di un nervo. Molte fibre nervose, infatti, decorrono a livello del gomito e i sintomi della loro compressione sono simili alle manifestazioni dell’epicondilite laterale.

Terapia conservativa del gomito del tennista

Il gomito del tennista è una condizione autolimitante; ciò significa che tende alla guarigione spontanea con il riposo. Tuttavia, il dolore può durare diverse settimane o mesi ed in tal caso alcuni trattamenti possono aiutare ad alleviare i sintomi e ad accelerare il recupero. Il trattamento convenzionale (non chirurgico) risulta avere successo in circa l’80-95% dei pazienti.

Il dolore associato al gomito del tennista dura, in genere, da sei a dodici settimane. Tuttavia, in alcune persone, il dolore può colpire il braccio per meno di tre settimane, mentre in altri pazienti il disturbo può essere persistente (da sei mesi a due anni). L’epicondilite, se non trattata adeguatamente, può recidivare o cronicizzare.
Il primo passo verso la guarigione consiste nel riposo del braccio colpito durante il periodo in cui l’infiammazione è in fase acuta. Inoltre, è fondamentale cercare di evitare per diverse settimane l’attività che ha provocato l’insorgenza del problema e che potrebbe ulteriormente aggravare il disturbo. Le applicazioni locali di un impacco freddo da porre contro il gomito per pochi minuti, più volte al giorno, possono contribuire a lenire il dolore e a ridurre il processo infiammatorio.
L’assunzione di antidolorifici, come il paracetamolo, può contribuire ad alleviare il dolore lieve causato dal gomito del tennista. Il medico può anche consigliare l’utilizzo di farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS), come l’ibuprofene o il ketoprofene. Oltre alle forme da assumere per via sistemica, i FANS sono disponibili anche come creme e gel da applicare a livello topico. L’applicazione locale, quindi direttamente su gomito e avambraccio, è spesso raccomandata per i disturbi muscolo-scheletrici, poiché può ridurre l’infiammazione e il dolore senza causare effetti collaterali come nausea e diarrea.
La fisioterapia può essere raccomandata se il gomito del tennista è più grave o persistente. Le tecniche di terapia manuale, come il massaggio e altre manipolazioni, possono aiutare ad alleviare il dolore e la rigidità dell’articolazione. Inoltre, il fisioterapista è in grado di mostrare al paziente gli esercizi specifici per mantenere il braccio in movimento e rafforzare i muscoli dell’avambraccio. Nel breve termine, potrebbe essere anche raccomandato l’utilizzo di un bendaggio di supporto o di un tutore, che impediscono i movimenti dolorosi, garantiscono il riposo dell’arto e alleviano i sintomi del gomito del tennista.
Talvolta, per il trattamento di forme particolarmente dolorose possono essere considerate delle iniezioni di corticosteroidi (infiltrazioni), che possono aiutare a ridurre il dolore, ma l’evidenza clinica che sostiene il loro utilizzo come trattamento efficace nel lungo termine è limitata.L’iniezione viene effettuata direttamente nella zona dolorosa a livello del gomito, previa somministrazione di un anestetico locale.
Infine, se i sintomi non migliorano dopo almeno un anno di terapia conservativa, possono essere presi in considerazione trattamenti invasivi, come la chirurgia.

Trattamento chirurgico dell’epicondilite laterale

Se i sintomi non rispondono dopo 6 – 12 mesi di trattamenti convenzionali, il medico può raccomandare un intervento chirurgico.
La maggior parte delle procedure per il gomito del tennista può comportare:

  • La rimozione della parte di tessuto danneggiata, per alleviare i sintomi dolorosi;
  • La disinserzione parziale dei tendini estensori del polso e delle dita;
  • La scarificazione con cruentazione locale dell’epicondilo (a livello dell’inserzione dei muscoli infiammati): parte dell’osso viene sottoposto a perforazioni multiple per garantire un aumentato apporto ematico che favorisce la guarigione

L’approccio chirurgico adatto al paziente dipende da una serie di fattori, che includono la gravità del danno, le caratteristiche fisiche dell’individuo e le sue condizioni di salute generali. Il trattamento chirurgico può essere effettuato a cielo aperto oppure per via artroscopica. Entrambi gli interventi chirurgici sono eseguiti in day hospital e raramente richiedono il pernottamento in ospedale.
Rischi chirurgici. Come per qualsiasi intervento chirurgico, esistono dei rischi connessi alle procedure. Le complicazioni più comuni da considerare sono:

  • Infezione;
  • Danni a Nervi e vasi sanguigni;
  • Necessità di riabilitazione prolungata;
  • Perdita di forza;
  • Perdita di flessibilità;
  • Necessità di un ulteriore intervento chirurgico.

Riabilitazione. Dopo l’intervento chirurgico, il braccio può essere immobilizzato temporaneamente con un tutore. Dopo circa una settimana, i punti di sutura sono rimossi, così come il supporto e vengono avviati gli esercizi idonei per ripristinare la funzionalità del gomito. Entro 2 mesi dall’intervento chirurgico, sono organizzati graduali esercizi di rafforzamento. Dopo circa 4 – 6 mesi dall’intervento e previa consultazione medica, sarà possibile tornare all’attività atletica. La chirurgia applicata al gomito del tennista è considerata di successo in circa l’80-90% dei pazienti. Tuttavia, non è raro accusare una perdita di forza nell’arto interessato. Gli esercizi di riabilitazione, pianificati insieme al medico e al fisioterapista, sono fondamentali per il recupero.

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 Tratto da: http://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/gomito-del-tennista-epicondilite.html#4

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Come correggere i più diffusi problemi del piede

Nuove tecniche chirurgiche permettono di correggere diversi problemi che colpiscono le dita dei piedi. Riducendo al minimo il disagio. E garantendo risultati sempre migliori.

Come correggere i più diffusi problemi del piede

Dopo mesi in cui sono stati dimenticati, chiusi nelle calzature, ora i piedi tornano protagonisti. E torna il desiderio di averli perfetti. I più comuni problemi che possono interessare la salute e il benessere del piede sono l’alluce valgo e le dita a martello. Per correggerli si deve intervenire chirurgicamente e questo è il momento migliore dell’anno per prendere una simile decisione perché stare coi piedi scoperti non è un problema. Ecco che cosa consiglia alle lettrici di più Sani più Belli il professor Mauro Montesi, coordinatore del corso di laurea di Podologia all’università Sapienza di Roma e presidente dell’Associazione italiana podologi.

Se le dita si piegano a martello

Si parla di “dita a martello” quando il dito del piede prende una conformazione più o meno evidente di “T”. È un’anomalia che interessa il secondo dito o, a volte, anche tutte le dita ed è la conseguenza di abitudini non del tutto corrette. Le cause più frequenti sono la presenza di un alluce valgo, cioè un alluce che devia verso le altre dita; l’utilizzo di collant troppo corti o dei fantasmini, indossati con scarpe dai tacchi alti e la punta stretta, perché il dito del piede non ha la possibilità di distendersi ed è costretto a flettersi ad angolo. Le cure sono utili se si cominciano non appena una persona si accorge di avere qualche difetto alle dita.

Plantari
Si può intervenire dapprima con plantari fatti su misura dal podologo, che sostengano le ossa del piede eccessivamente caricate dal peso del corpo, in modo da distendere le dita e facendole tornare nella posizione naturale.

Ginnastica
È consigliabile fare della ginnastica specifica, in modo da mantenere sempre allenate ed elastiche le articolazioni, e migliorare l’atteggiamento che assumono il piede e le dita.

Scarpe
Utilizzare scarpe con poco tacco, al massimo 4-5 centimetri, con la punta rotonda, morbide, non strette e prodotte con materiali naturali.

L’intervento chirurgico oggi è piuttosto breve (20-30 minuti) e viene riservato ai casi più seri, quando le soluzioni proposte dal podologo non hanno dato i risultati sperati. L’operazione si esegue con tecniche mininvasive che prevedono solo un taglietto e si possono eseguire in day-hospital con un’anestesia locale. Consiste nello scollare, riposizionare e ricucire il tendine fissando il dito nella posizione distesa. Il legamento si cuce con un filo metallico che viene rimosso dopo circa 3 settimane.

Quando l’alluce devia di lato

L’alluce si dice “valgo” quando devia verso le altre dita del piede, causando la formazione di una sorta di “cipolla”. Il continuo sfregamento di questa parte contro la parete delle scarpe può provocare un’infiammazione e dolori molto forti. Quest’anomalia fa sì che il peso non sia più distribuito in modo corretto sulla pianta. Inoltre, occupando spazio nelle scarpe, la “cipolla” costringe la persona a indossare calzature molto comode, per evitare che le altre dita si accavallino le une sulle altre, modificando la distribuzione del peso del corpo. Spesso, dunque, l’alluce valgo non determina problemi solo al piede, ma anche alla colonna vertebrale, perché la schiena deve rimediare alla mancanza di sostegno da parte del piede.
Le donne sono più colpite degli uomini, perché indossano calzature alte o strette in punta che insieme con la predisposizione ereditaria sono la principale causa di questo disturbo. L’alluce valgo non regredisce, anzi, con il tempo, è destinato a peggiorare con l’arrivo della menopausa quando le articolazioni diventano più fragili e sensibili.

Se il disturbo non è grave, il chirurgo riallinea solo i tendini, mentre se è danneggiata la parte scheletrica, elimina l’eccesso di osso. In alcuni casi, è necessario tagliare in due parti il primo metatarso, per poi unirlo con un’angolazione corretta e tenerlo nella giusta posizione con viti e fili metallici permanenti. Oggi sono state introdotte tecniche mininvasive come la “Pdo” e la “Seri” che permettono di fare solo un taglietto (lungo circa 1 cm che non lascia cicatrici). L’intervento si esegue anestesia locale, in day-surgery: dura solo pochi minuti (invece dei 30-40 di quello classico), la ripresa è molto rapida e il dolore post operatorio davvero contenuto.

Una ripresa rapidissima
Già qualche ora dopo l’intervento, ci si può alzare dal letto, appoggiando, però, solo il tallone. Dopo circa una settimana, si può riprendere a camminare normalmente. È molto importante scegliere le scarpe giuste, che devono essere morbide e con la pianta larga, mentre il tacco non deve superare i 2 cm d’altezza.
È sempre consigliabile anche l’uso di un plantare anatomico costruito su misura. Subito dopo l’intervento, è molto utile ricorrere ad alcuni esercizi di ginnastica, come flettere e distendere le dita dei piedi, per rinforzare i muscoli. Efficace anche stringere una matita con le dita dei piedi, mantenendo la presa per qualche secondo. Questi esercizi vanno fatti tutti i giorni per circa 3 settimane. Utile migliorare l’elasticità della pianta del piede, facendo passeggiate a piedi nudi sulla sabbia, meglio ancora a contatto con l’acqua.

Errori da evitare
Quando l’alluce valgo non causa forti dolori e non riduce la possibilità di camminare, l’anomalia può essere tenuta sotto controllo con l’intervento del podologo che, eventualmente, consiglierà particolari accorgimenti utili per evitare che l’anomalia peggiori.

Scarpe sbagliate
Scegliere scarpe comode, a pianta larga, con tacchi che non superino i 4-5 centimetri d’altezza, fabbricate con pelli morbide e di buona qualità. Se la parte a contatto con la scarpa diventa arrossata e dolente, per ridurre il dolore, ci si può rivolgere al podologo, che realizzerà protesi in silicone su misura, per ridurre lo sfregamento contro la calzatura.

Usare creme e togliere i calli
Non spalmare pomate o unguenti, perché possono far macerare la pelle, rendendola più debole e facilmente preda di germi, con conseguente insorgenza di infezioni. Non eliminare lo strato di callosità, perché la cute della zona infiammata può danneggiarsi, provocando anche ulcerazioni.

Divaricatori
Sono del tutto inutili perché non sono in grado di risolvere una deformità così importante come l’alluce valgo, in quanto creano ulteriore ingombro, accelerando la deviazione e l’accavallamento delle altre dita.

Physio-Lab-alluce-valgo

Tratto da: http://www.piusanipiubelli.it/salute/curarsi/come-correggere-piu-diffusi-problemi-del-piede.htm

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Lesione del sottospinoso: l’importanza della cuffia dei rotatori

Simple_Trick_to_Relieve_Joint_Pain_and_Support_Joint_Health-659x470La spalla è una delle articolazioni che più entrano in gioco quando si vogliono muovere le braccia.

L’omero è fissato alla scapola mediante un complesso sistema di muscoli e tendini che insieme prendono il nome di cuffia dei rotatori, proprio per la loro funzione di movimento rotatorio, interno ed esterno, del braccio.

La cuffia dei rotatori è costituita da 4 muscoli e dai loro tendini: il sovraspinato (o sovraspinoso), il sottospinato (o sottospinoso) e il piccolo rotondo sono muscoli necessari per la rotazione esterna, quella di cui usufruiamo per pettinarci o per grattarci la testa; mentre il solo muscolo rimanente, il sottoscapolare, è addetto all’intrarotazione, necessaria se vogliamo ruotare il braccio in senso orario.

Quali sono i sintomi della lesione del sottospinoso?

Sembra che almeno il 20% della popolazione soffra di una lesione della cuffia dei rotatori, spesso anche in forma asintomatica (nel 33,5% dei soggetti). Esistono dei fattori di rischio che possono predisporre il paziente alla lesione della cuffia e del sottospinoso in particolare, tra cui compaiono la familiarità, la ricorrenza di traumi o microtraumi a cui sono soggetti principalmente gli sportivi o l’età avanzata. In ogni caso la lesione segue a un assottigliamento del tessuto tendineo e interessa principalmente una zona specifica relativamente povera di vasi sanguigni.

Il sottospinoso leso si manifesta con dei sintomi piuttosto ovvi, come il dolore o la difficoltà a muovere il braccio, ma è presente anche debolezza di tutta la spalla e inoltre il dolore può essere accusato anche nella zona anteriore del braccio e della spalla.

Closeup on fitness woman having pain in shoulderCome si effettua la diagnosi e qual è il trattamento della lesione del sottospinoso e della cuffia?

Un buon ortopedico può senza dubbio individuare una lesione del sottospinoso e della cuffia in seguito ad una semplice analisi clinica, tesa ad evidenziare le difficoltà funzionali e i punti di dolore del paziente in seguito a pressopalpazione. Per poter avere però un’idea chiara della condizione dei tessuti coinvolti, è senza dubbio necessario sottoporsi a dei raggi X o, meglio, a una Risonanza Magnetica.

La lesione della cuffia può risultare parziale, se solo parte del tessuto tendineo è lesionato, completa se tutto un tendine si lacera, o massiva quando è tutta la struttura della cuffia a presentare lacerazioni anche gravi.

In base al tipo di lesione che interessa la spalla possono essere sufficienti delle sedute presso un fisioterapista competente, che mediante esercizi di stretching mirati possono permettere il recupero funzionale della spalla.

Se il trauma è a carico di soggetti in età lavorativa che necessitano un totale recupero della mobilità, o quando le terapie conservative e i farmaci antidolorifici non bastano per un recupero ottimale, è possibile procedere con il trattamento chirurgico.

In cosa consiste il trattamento chirurgico?

Fino a qualche tempo fa la procedura standard per operare la cuffia dei rotatori e il sottospinato prevedeva un’operazione a cielo aperto, con un’incisione di 6-8 cm attraverso cui il tendine leso veniva suturato con i materiali più adatti.

Oggi si tende a rendere le operazioni chirurgiche il meno invasive possibile, così si preferisce sempre ricorrere alla tecnica artroscopica, che mediante fibre ottiche e piccole telecamere inserite nella spalla attraverso un’incisione di 0,5-1 cm, permette di ottenere lo stesso risultato.

Qualsiasi tecnica si utilizzi, il tendine strappato viene nuovamente fissato all’osso attraverso piccoli strumenti di ancoraggio, ma questi non sempre sono sufficienti al totale recupero della forma fisica.

Se nella maggior parte dei casi la lesione viene riparata, esiste una percentuale di evenienze in cui il danno risulta solo parzialmente recuperabile o addirittura del tutto irreparabile.

L’operazione dura in ogni caso circa un’ora e necessita di successiva fisioterapia per un totale recupero o comunque per un sostanziale miglioramento della motilità e della funzionalità della spalla. Essa, anche se nei casi in cui non sia riparabile, viene comunque ripulita dall’eventuale tessuto cicatriziale presente.

Nella maggior parte dei casi, un tutore portato per un breve periodo di tempo e alcune sedute fisioterapiche permettono di tornare a svolgere tranquillamente le proprie attività sportive e lavorative, liberi da difficoltà motorie e da dolori fastidiosi. L’importante è non trascurare i sintomi dolorosi e recarsi da uno specialista appena si percepisce un dolore troppo insistente.

 

Tratto da: http://www.centrofisioterapiaroma.it/blog/patologia/spalla/lesione-del-sottospinoso-limportanza-della-cuffia-dei-rotatori/

 

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Mal di schiena e attività fisica: un modello per la scelta dello sport

images0STE2XWZIl non specific low back pain (Nslbp) è diventato il maggiore problema mondiale di salute pubblica. Nel corso della propria vita più dell’84% delle persone lamenta almeno un episodio di mal di schiena, oltre il 23% va incontro alla cronicizzazione della patologia e ben l’11% diventa disabile. Probabilmente i fattori meccanici, come il sollevamento e il trasporto di carichi, pur essendo influenti, non rivestono il ruolo maggiore nella patogenesi e anche la genetica viene considerata una causa importante.

Le ultime evidenze indicano l’autogestione del paziente, opportunamente supportata dagli specialisti, come uno dei metodi più efficaci per affrontare il Nslbp (Balagué et al, 2012).

«Faccia un po’ di attività fisica», «Vada a nuotare», «Se praticherà questa attività due volte alla settimana il mal di schiena sarà solo un brutto ricordo». Tutte le persone che soffrono regolarmente di mal di schiena si sono sentite dire frasi simili a queste, ma poche hanno seguito il consiglio (Lonsdale et al, 2012). Spesso però l’attività fisica o lo sport viene “consigliato” ai pazienti prestando poca attenzione alle loro attitudini e disponibilità. Inoltre la scarsa propensione delle persone ad allenarsi con costanza induce i professionisti ad utilizzare una comunicazione che rinforza il concetto che il “bravo paziente” si impegna per stare bene, colpevolizzando implicitamente coloro che non amano allenarsi.

Cambio di paradigma: il modello biopsicosociale

Di contro dal 2001, anno della pubblicazione dell’International Classification of Functioning, Disability and Health (Icf), l’Organizzazione mondiale della sanità sostiene l’approccio biopsicosociale e in quest’ottica ha recentemente posto tra gli obiettivi primari il coinvolgimento del paziente nel percorso di cura e la ricerca del suo benessere, anche psicologico.

Sapendo che gli individui che provano sensazioni positive durante la pratica dell’attività fisica tendono a ripetere l’esperienza con regolarità (Young, 1953; Ekkekakis e Petruzzello, 1999; Parfitt et al, 2006) è ipotizzabile che gli scopi dell’Oms e dei pazienti siano raggiungibili anche attraverso la scelta partecipata di attività/esercizi che perseguano i risultati attesi inducendo al contempo sensazioni piacevoli. È quindi importante che il medico consigli al paziente un’attività, per quanto possibile, individualizzata.

Esiste anche una parte di popolazione che pratica regolarmente sport, a livello amatoriale o agonistico, e si rivolge al medico per avere l’autorizzazione a continuare la pratica, ponendogli la fatidica domanda: «adesso che sto bene, posso tornare a praticare il mio sport?».

Sport a confronto

Sia la patogenesi del Nslbp che gli effetti derivanti dalla pratica regolare delle varie discipline sportive sono ancora scarsamente noti. Tuttavia le evidenze scientifiche ben inquadrano i meccanismi lesionali e i movimenti che maggiormente sollecitano le strutture della colonna vertebrale (Panjabi 1992, 2003); se per ogni sport si effettua un’attenta analisi anatomo-funzionale del gesto e si considerano tempi e metodologia, è possibile stilare una tabella che, se pur non derivata dalle evidenze scientifiche, potrebbe essere di supporto nella scelta dell’attività per questi pazienti.

È fondamentale ribadire che l’anamnesi e la valutazione del medico, abbinate alle preferenze del paziente, sono la base indispensabile da cui partire per la scelta e che, grazie a un’attenta individualizzazione, abbinata alla pratica supervisionata, nessun tipo di disciplina o attività del tempo libero deve essere scartata a priori. Per questo è più che mai importante che ad affrontare questo impegno sia un team multidisciplinare composto da medici, fisioterapisti, laureati in scienze motorie, dietologi e psicologi che, nel rispetto delle singole competenze professionali, operi per creare un percorso individualizzato che dovrebbe continuare per tutta la vita.

women in the office with back pain

Tratto da: http://www.orthoacademy.it/riabilitazione-medicina-sport/mal-di-schiena-attivita-fisica-scelta-sport/#sthash.708bcRf0.dpuf

Artros


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LCA: le tre variabili che influenzano le recidive

ginocchioDopo un intervento di riparazione del legamento crociato anteriore, una nuova rottura che renda necessario un ritorno in sala operatoria è purtroppo un evento frequente. Uno studio presentato lo scorso luglio, in occasione del congresso annuale della American Orthopaedic Society for Sports Medicine (Aossm), suggerisce però che esiste la possibilità di identificare dei fattori di rischio e dunque di ridurre al minimo l’eventualità di un re-intervento, soprattutto grazie a un’adeguata collaborazione con i pazienti, che vanno educati a comportamenti corretti.

Il coordinatore del gruppo di ricerca è stato Christopher C. Kaeding, medico della Ohio State University, che ha affermato: «il nostro studio suggerisce che vi sia un numero ristretto di fattori di rischio che influiscono sulla probabilità di dover ricorrere a un nuovo intervento: l’età del paziente, il tipo di innesto utilizzato e il livello di attività fisica». Proprio in riferimento a quest’ultimo punto, Kaeding ha aggiunto che «migliorando l’aspetto formativo riguardo agli atteggiamenti da tenere sulla base dei fattori di rischio, i pazienti possono essere in grado di ridurre al minimo le recidive».

Il medico americano e il suo gruppo di ricerca hanno analizzato i dati di 2.695 pazienti registrati in uno specifico database contenente gli interventi di riparazione del legamento crociato anteriore (Moon Acl injury database). Tutti i pazienti avevano una storia di ricostruzione primaria del Lca e nessun precedente intervento chirurgico al ginocchio controlaterale. I fattori esaminati dai ricercatori sono stati: il tipo di innesto, l’età, lo sport praticato dopo l’intervento chirurgico, il sesso, l’abitudine al fumo, lo stato della lesione meniscale e l’Indice di massa corporea (Bmi).

L’analisi dei dati ha mostrato che in 116 casi (il 4,3% del totale) si era registrata una nuova rottura del legamento sullo stesso lato in cui c’era stato il primo infortunio e il successivo innesto, mentre erano stati 97 (3,6%) i pazienti che avevano subito una rottura controlaterale. In termini percentuali, le probabilità di una nuova lesione del legamento operato sono diminuite del 9% per ogni anno in più di età del paziente, mentre quelle di un nuovo strappo al legamento crociato del lato opposto sono diminuite del 4% per ogni anno d’età.

Kaeding ha così commentato il risultato: «lo studio mette in evidenza che un’età più giovane, una più intensa attività fisica al momento della rottura e un trapianto allogenico possono aumentare il rischio di nuova lesione del legamento operato nei primi due anni. Nei pazienti più attivi e più giovani, una nuova lesione, ma nella gamba opposta alla prima, è risultata predominante».

Knee sport injuryCerto non si può intervenire sul fattore età, ma secondo il ricercatore americano «i medici e i fisioterapisti devono educare meglio i pazienti riguardo a un corretto allenamento neuro-muscolare, che deve continuare anche dopo la fine del primo programma di riabilitazione, in modo da aiutarli a prevenire future lesioni».

 

American Orthopaedic Society for Sports Medicine (Aossm) Annual Meeting 2014

Tratto da: http://www.orthoacademy.it/ginocchio/lca-le-tre-variabili-che-influenzano-le-recidive/#sthash.YWNk2Pbe.dpuf