Artros

Clinica ortopedica


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Ginocchio varo/valgo

Il valgismo e il varismo del ginocchio sono due dei principali paramorfismi del ginocchio. È la condizione in cui femore e tibia non sono perfettamente allineati e formano degli angoli, con apertura interna (ginocchio varo) o esterna (ginocchio valgo). Spesso non ci sono cause precise al presentarsi di questi problemi e  il più delle volte il problema insorge in giovane età. Spesso una condizione di  lassità o retrazione della muscolatura della gamba può modificarne l’asse causando un ginocchio varo o un ginocchio valgo. Altre cause sono dovute a problemi neurologici, legamentosi o scheletrici.

Trattamento

Per la correzione del valgismo e del varismo del ginocchio è necessario fare prima di tutto una valutazione della postura, una baropodometria per vedere l’appoggio statico e dinamico del piede quindi come stiamo in piedi e come camminiamo. Successivamente è necessario adottare delle correzioni, andando ad allungare o a stimolare la muscolatura che presenta problemi con un’adeguata Ginnastica posturale supportata dall’ausilio della postural bench e della pro-kin.

In alcuni casi, quando il problema è di natura scheletrica è necessario ricorrere alla chirurgia con un intervento di osteotomia per ripristinare i corretti rapporti articolari.

 

Tratto da: http://www.fisiopoint.net/distorsione_fisioterapia_per_rottura_legamenti_e_menisco_del_ginocchio_a_roma/

 

Artros


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Malattie agli arti: si curano anche con le cellule staminali

Nuove cure e tecniche sempre più efficaci: ogni giorno i ricercatori si impegnano per garantire ai pazienti operati agli arti un recupero rapido e un ritorno sereno alla vita di prima.

Doctor with test tube

L’obiettivo degli esperti è ridurre al minimo l’asportazione dell’osso, rimodellare le articolazioni danneggiate e malformate prima che il problema necessiti di una totale sostituzione di articolazione.
Per le articolazioni, sono stati elaborati vari trattamenti a livello biologico; per esempio, si utilizza l’acido ialuronico che migliora la lubrificazione delle articolazioni e nutre la cartilagine presente, senza però avere la capacità di rigenerarla.
Un’alternativa a questo metodo è l’impiego delle cellule staminali prelevate dal sangue del paziente: il concentrato di piastrine (PRP) è estremamente efficace per aiutare la rigenerazione dei tessuti danneggiati.


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Sindrome del tunnel carpale

Kovač

Kovač ime

 

Se gia’ da piu tempo notate il formicolio al pollice, all’indice e al medio, specialmente di notte, e se avete anche problemi mentre guidate, tenete il telefono o il giornale, potrebbe essere una saggia decisione quella di mostrare le vostre mani a un dottore. Potete infatti soffrire della sindrome del tunnel carpale.

Se gia’ da piu’ tempo notate il formicolio al pollice, all’indice e al medio, specialmente di notte, e se avete anche problemi mentre guidate, tenete il telefono o il giornale, potrebbe essere una saggia decisione quella di mostrare le vostre mani a un dottore. Potete infatti soffrire della sindrome del tunnel carpale.

Il polso e’ la parte di passaggio dall’avambraccio alla mano. In senso stretto ci immaginiamo di solito una articolazione molto complessa composta da ossa e legamenti, in senso ampio invece tra questo relativamente stretto passaggio dall’avambraccio alla mano percorre anche un’insieme di tendini, vene e nervi tutti molto vicini uno all’altro. Il polso, il quale e’ dalla parte inferiore formato dalle ossa carpali e dalla parte superiore dal legamento robusto del carpo, il quale e’ il “tetto” di questo tunnel, e’ per questo chiamato il tunnel carpale.

La sindrome del tunnel carpale

La sindrome del tunnel carpale e’ causata dal aumento della pressione sul nervo mediano nel polso. E’ la compressione del nervo periferico piu’ frequente. I sintomi tipici sono intorpidimento, formicolio e dolore nell’avambraccio, nella mano e nelle dita. Nel polso si trova un’area chiamata tunnel carpale. I nove tendini flessori delle dita e il nervo mediano passano dall’avambraccio alla mano tramite il tunnel carpale. La sindrome del tunnel carpale si verifica quando in questo stretto spazio per cause diverse la pressione sul nervo mediano aumenta. Quando il nervo non riesce a trasmettere gli stimoli si verificano vari sintomi.

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Pressione sul nervo aumentata

 

Un’aumentata pressione sul nervo piu’ frequentemente causa il gonfiore delle membrane dei tendini flessori delle dita, che sono stretti nel tunnel carpale. L’infiammazione di questo tipo o tenosinovite puo’ verificarsi a cause varie, piu’ frequentemente a causa di un continuo carico delle  mani e delle dita cronico. La pressione aumentata o gonfiore causano anche varie condizioni che cambiano l’equilibrio dell’acqua ed elettroliti nel corpo. Nella gravidanza e dopo parto la causa per i sintomi della sindrome del tunnel carpale puo’ essere il trattenimento d’acqua nel corpo, dopo parto questi di solito svaniscono. La sindrome del tunnel carpale puo’ causare anche problemi con la tiroide, diabete, artrite reumatoide, artrite di Lyme o tenosinovite e condizioni anatomiche cambiate dopo diverse lesioni o fratture nell’area del polso.

nervo mediano

 

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Il primo segno e il formicolio nelle dita

I sintomi piu’ frequenti sono formicolio, intorpidimento o dolore, oppure la combinazione di questi. Intorpidimento e formicolio si verificano nel pollice, indice, medio e anulare. Di solito i sintomi sono piu’ intensi alla notte, possono verificarsi anche in attivita’ quotidiane come guidando l’automobile, leggendo il giornale ecc. Gradualmente diminuisce la forza di presa e aumenta la sensazione di impaccio delle dita. Nello stato avanzato i pazienti subiscono una perdita di ogni forma di sensazione nelle dita, compare l’atrofia dell’eminenza thenar e la presa a pinza e’ colpita.

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Per la diagnosi e’ importante un’anamnesi dettagliata del modo di uso e carico delle mani e di possibili malattie o lesioni  precedenti. Nell’esame clinico possono mostrarsi segni di tenosinovite oppure, in stati avanzati, atrofia dell’eminenza thenar. Se nell’anamnesi c’e’ una lesione o usura dell’articolazione, a volte si esegue la radiografia del polso. Altre malattie connesse con la sindrome del tunnel carpale vengono controllate con i test di laboratorio. La diagnosi e’ in fine confermata con l’esame elettromiografico – EMG.

 

Trattamento con diminuzione di carico

I sintomi possono essere alleviati senza un’operazione. Prima si deve riconoscere e trattare le possibili malattie sistemiche concomitanti e cambiare i modi di carico delle mani. Allo stesso tempo raccomandiamo di usare una ortesi per il polso nella posizione neutra nella quale la pressione sul nervo nel tunnel e’ minore. Le ortesi alleviano significativamente i sintomi notturni.

Se i sintomi sono gravi e nonostante il fatto che le misure conservative non calmano la situazione, raccomandiamo il trattamento operatorio. Nell’operazione tagliamo il legamento – il “tetto” di questo tunnel – e con questo facciamo spazio al nervo mediano e diminuiamo la pressione sul nervo. I tipi di operazione possono essere differenti, di solito si tratta di una piccola incisione circolare sopra il tunnel carpale.

L’operazione in breve tempo elimina i sintomi sgradevoli del formicolio e l’intorpidimento delle dita. I sintomi motrici come agilita’ delle dita e forza possono correggersi per piu’ mesi, questo dipende dal grado di danno al nervo.

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 Tratto dalla rivista Movimento, edizione speciale

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Lesioni al ginocchio

mhDott. Mohsen Hussein, specialista in ortopedia

Non c’è uno sportivo, anche se pratica attività ricreative, che non abbia mai sentito dolore nel ginocchio, specialmente se corre, pratica lo sci oppure gioca a calcio. L’articolazione del ginocchio è certamente una delle più caricate e per questo non sorprende il fatto che in movimenti incontrollati e allo stesso tempo il sovraccarico è l’articolazione più esposta a lesioni.

 

Il ginocchio è composto dalla superficie superiore della tibia e dalla superficie inferiore del femore. Nel ginocchio sulla superficie del femore scorre anche la rotula (o patella) che è fissata tra il tendine del quadricipite e il legamento patellare che si, nella parte inferiore, inserisce nella superficie anteriore della tibia. L’osso più sottile tra i due nella parte inferiore della gamba, chiamato perone o fibula, non è in contatto diretto con il ginocchio, ma forma un’articolazione più piccola sotto il ginocchio con la superficie esterna della tibia. Le superfici articolari delle parti estreme della tibia e del femore e la superficie posteriore della patella sono rivestite di cartilagine. Si tratta di una struttura estremamente resistente a sollecitazioni meccaniche e allo stesso tempo veramente liscia, il che garantisce lo scorrimento di superfici articolari con un attrito minimo.
Le strutture anatomiche del ginocchio possono essere divise in tre parti:
1. parte ossea: è composta di patella, condili femorali e del piatto tibiale;
2. parte extra-articolare: è composta dalla capsula articolare, legamento collaterale e del apparato muscolo-tendineo;
3. parte intra-articolare: è composta da menisco mediale, laterale e dal legamento crociato anteriore e posteriore.

I legamenti assicurano la stabilità

Il ginocchio viene inoltre stabilizzato da quattro robusti legamenti. In legamenti laterali si tratta del rinforzamento della capsula articolare; questi tendini si trovano sulla parte interiore ed esteriore del ginocchio e assicurano la stabilità laterale. Nella parte interna del ginocchio si trovano anche il legamento crociato anteriore e posteriore che danno la stabilità alla giuntura in movimenti translazionali tra il femore e la tibia nella direzione avanti e indietro e allo stesso tempo anche la stabilità rotazionale in movimenti complessi che includono la rotazione sull’asse longitudinale della tibia.

Menischi a forma di semiluna

Nell’interno del ginocchio tra le superfici cartilaginee della tibia e del femore si trovano il menisco interno (mediale) e menisco esterno (laterale). Queste sono due strutture cartilaginee, tessuti connettivi in forma di semiluna che ingrandiscono la superficie di sollecitazione tra il femore e la tibia e in questo modo riducono il carico sui singoli punti dell’articolazione. In movimenti incontrollati specialmente il menisco interno spesso subisce lesioni. Questo tipo di lesione di menisco ostacola il funzionamento libero dell’articolazione e causa severi dolori occasionali, anche gonfiore del ginocchio.

Muscolo quadricipite

L’apparato estensore del ginocchio è formato dal muscolo femorale costituito da quattro capi sulla parte anteriore della coscia. Questo, attraverso il tendine che si inserisce sulla patella e attraverso il legamento patellare sulla parte superiore e anteriore della tibia, ci permette l’estensione del ginocchio e di stare in piedi. Sulla parte posteriore della coscia si trovano i muscoli flessori che permettono la flessione del ginocchio e dell’anca.

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LESIONI PIÙ FREQUENTI AL GINOCCHIO

Alcune lesioni come per esempio dei legamenti collaterali, danni minori alla cartilagine oppure l’infiammazione del legamento patellare a causa del sovraccarico, oppure del legamento del muscolo di quattro capi può essere trattato conservativamente con il resto e con un programma adeguato della riabilitazione. Danni agli menischi e la rottura del legamento crociato anteriore o posteriore richiedono il trattamento operatorio. Le tecniche operatorie artroscopiche moderne consentono una minimale invasività del trattamento di lesioni di questo tipo, il che influenza la durata della guarigione e senza dubbio anche il risultato finale del trattamento.

ROTTURA DEL LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE

Rottura del legamento crociato anteriore (LCA) è una delle lesioni più frequenti del ginocchio, specialmente in sport come calcio, basket e sci. Lesione del LCA è più frequente in persone giovani. Di solito è causata da una rotazione eccessiva del ginocchio nella flessione con sollecitazione di lato. Un altro meccanismo importante per la lesione di questo legamento è iperestensione. Il problema tipico descritto da pazienti con il legamento crociato anteriore rotto è la sensazione dell’instabilità del ginocchio con l’occasionale funzionamento libero dell’articolazione ostacolato nel ginocchio. Raramente si tratta di una lesione isolata del legamento crociato anteriore, di solito si verifica una lesione combinata di più strutture anatomiche del ginocchio. Il trattamento della lesione può essere conservativo o operatorio. Ogni paziente deve essere trattato individualmente e al prima possibile perché il processo del trattamento potrebbe prolungarsi o la lesione potrebbe causare un danno irreparabile sul ginocchio. Nella fase acuta il dolore può rendere difficile la visita e per questo cerchiamo di evitare movimenti e test che provocano dolore. La valutazione del legamento crociato anteriore, la quale è a causa del dolore approssimativa, si esegue con vari test come test del cassetto, Lachman test e jerk test o pivot shift. Prima facciamo un esame radiografico per determinare una diagnosi dello stato del legamento crociato anteriore e di altre strutture anatomiche del ginocchio, a parte a questo per progettare il trattamento ci aiuta molto anche la risonanza magnetica, la quale non è invasiva e neanche nociva, e fornisce molte informazioni.

Ricostruzione operatoria del legamento crociato anteriore

Una vera rivoluzione nella ricostruzione del legamento crociato anteriore era la ricostruzione artroscopica, la quale è ora diffusa in tutto il mondo. Il ginocchio è in diverse persone anatomicamente veramente differente così nella grandezza del intero ginocchio come nelle strutture individuali. Per questo dipende dal ginocchio e dal fatto se si tratta di una rottura parziale o completa del LCA per quale tecnica operatoria decideremo.

ginocchio2Nell’operazione prima asportiamo i resti del legamento crociato dove proviamo di mantenere al meglio possibile la struttura anatomica, il che ci aiuta in una ricostruzione anatomica. Con questo non cerchiamo di sconfiggere la natura ma si tratta del aiuto nella ristorazione dello stato naturale con la tecnica operatoria. Poi misuriamo la grandezza del punto di inserimento del legamento sul femore e tibia e decidiamo per la ricostruzione a singolo o doppio fascio, in ogni caso la ricostruzione deve essere anatomica. Poi si fa il trapianto autologo dal muscolo della loggia anteriore della coscia che si usa come sostituto per il legamento crociato anteriore; durante la ricostruzione artroscopica lo prepara l’assistente dell’operatore. Dopo l’ispezione da angoli differenti determiniamo e segniamo il posto per tutti e due i fasci sul femore, e con un trapano creiamo un tunnel per il fascio posterolaterale e il fascio anteromediale. Durante l’operazione ci coordiniamo con l’assistente che prepara l’innesto che la lunghezza e larghezza dei tunnel è conforme all’innesto. Segue un procedimento simile sulla tibia. Dopo l’introduzione di tutti e due gli innesti e la fissazione sul femore e sulla tibia eseguiamo un ultimo controllo con l’artroscopio.

Recupero post-operatorio

Le ricerche hanno mostrato che una riabilitazione buona ed efficace è cruciale per ottenere lo stesso livello di capacità come prima della lesione. Riabilitazione è divisa in più fasi. La prima è la fase della riabilitazione post-operatoria
iniziale che dura sei settimane. In questo periodo sono necessarie un’attenzione e protezione massimale del ginocchio. Il dolore e gonfiore sono in questo periodo più forti, per questo sono necessarie applicazioni locali di un impacco freddo più volte al giorno. Il paziente impara ad alzarsi con la gamba completamente estesa aiutandosi con stampelle, a potenziare attivamente il muscolo anteriore della coscia e il movimento attivo della patella in tutte le quattro direzioni. La seconda fase è la riabilitazione termale che dura dalla sesta alla dodicesima settimana dopo l’operazione. In questo tempo intensifichiamo gli esercizi per aumentare la forza dei muscoli intorno al ginocchio (esercizi con pesi, fitness) e aumentiamo la difficoltà degli esercizi per la stabilità. La terza è la fase della tarda riabilitazione specifica che dura dalla dodicesima alla ventesima settimana dopo l’operazione. Lo scopo più importante è di raggiungere la massima tensione, forza e resistenza dei muscoli.

ginocchio3LESIONI MENISCALI

La lesione del menisco è frequentemente connessa con attività sportive. Le lesioni si verificano specialmente in rotazione, movimenti quando il ginocchio passa dalla flessione all’estensione o al squat o alzandosi dallo squat. Quando il ginocchio è in flessione la forza della rotazione muove il menisco fra la tibia e il femore, il che causa una lesione. Esistono varie classificazioni delle lesioni al menisco. In base alla posizione, la parte danneggiata del menisco può trovarsi nel corno anteriore, nel corpo oppure nel corno posteriore, che è il sito più frequente di lesione o frattura. In base alla zona in cui si verifica la lesione, dividiamo lesioni nella zona rossa cioè vascolarizzata, o nella zona bianca, priva di vasi sanguigni.
Con l’aiuto dell’artroscopia possiamo classificare le lesioni del menisco ancora più dettagliatamente, in base al loro aspetto. Così conosciamo lesioni longitudinali, orizzontali, trasversali, radiali e combinate (specialmente combinazione di lesione longitudinale e trasversale), lesione “bucket-handle” (“a manico di secchio”) e avulsione dell’inserzione del corno anteriore o posteriore.

Stabilimento della diagnosi

Nello stabilimento della diagnosi è molto importante l’anamnesi, perché in maggiorità di casi determiniamo già da questa se si tratta di una lesione meniscale. I sintomi che indicano una lesione sono mobilità limitata, gonfiore, dolore, in manovre manipulative il funzionamento libero dell’articolazione è ostacolato, di seguito si verifica anche l’atrofia del quadricipite. Per lo stabilimento della diagnosi ci aiuta molto l’esame clinico. Esistono vari test per stabilire la diagnosi della lesione del menisco. Il più diffuso è il McMurray test, nel quale il paziente si sdraia sulla schiena e poi si tiene il ginocchio nella posizione più flessa possibile, dopo di che lentamente estendiamo il ginocchio finché è nella posizione della rotazione interna ed esterna.

ginocchio4ginocchio5In diagnostica usiamo anche la radiografia classica e in proiezione laterale – per escludere lesioni ossee, corpo libero, alterazioni degenerative e lesioni osteocondrali. Un grande ruolo nello stabilimento della diagnosi rappresenta la risonanza magnetica che a parte alle informazioni che riguardano lesioni meniscali ci fornisce anche un ispezione di possibili lesioni della cartilagine o di legamenti. Il procedimento diagnostico migliore per scoprire lesioni meniscali è l’artroscopia del ginocchio, la quale è allo stesso tempo anche un procedimento terapeutico. Questa ci permette un esaminazione diretta del ginocchio. Possiamo vedere le strutture intrarticolari, la sinovia, cartilagine, legamenti e il menisco, a parte a questo procura anche informazioni sulla stabilità della parte del menisco danneggiato. Nonostante tutti i vantaggi dell’artroscopia, questa non si usa per lo stabilimento della diagnosi perché si tratta di un intervento invasivo. Seppur minimamente invasivo, provoca un po’ di dolore e c’è anche un minore rischio per complicazioni (per esempio infiammazioni post-operatorie).

Trattamento conservativo

Numerose lesioni meniscali minori sono asintomatiche, specialmente in pazienti più anziani – di solito si tratta di rotture degenerative che non causano problemi. Anche rotture minori nella zona rossa possono spontaneamente guarire. Per questo di solito nella fase iniziale raccomandiamo il trattamento conservativo, cioè resto, crioterapia ed esercizi per il quadricipite. Se non c’è alcun miglioramento, specialmente riguardo il dolore, decidiamo per il trattamento operatorio.

Trattamento operatorio

Per il trattamento operatorio di solito decidiamo quando il dolore è presente in attività quotidiane e sportive, quando sono presenti durante l’esame solidi segni clinici per l’operazione, quando il trattamento conservativo non aiuta e quando non ci sono altre cause per il dolore e i problemi. Nella mobilità severamente limitata del ginocchio a causa del menisco danneggiato causato della lesione a manico di secchio, l’operazione dovrebbe essere effettuata al prima possibile.

Varie tecniche operatorie

Meniscectomia

Prima dello sviluppo dell’artroscopia, l’operazione più frequente era la rimozione completa del menisco o meniscectomia. A quel tempo l’importanza della funzione del menisco non era ancora adeguatamente studiata.

Resezione parziale o meniscectomia parziale

La tecnica artroscopica e numerosi studi biomeccanici che hanno dimostrato come il menisco è importante per il funzionamento ottimale del ginocchio hanno anche contribuito al fatto che anche dopo l’operazione cerchiamo di mantenere la maggior parte del menisco. Per questo asportiamo solo la parte danneggiata che non è stabile.

Riparazioni del menisco

Se la lesione del menisco si verifica nella zona rossa cerchiamo di mantenere il menisco con la riparazione. Per fare questo conosciamo numerose tecniche: »inside-out«, cioè dall’interno all’esterno, »outside-in«, dall’esterno all’interno e »all-inside«, tutto dall’interno. Negli ultimi due decenni questa tecnica si è sviluppata notevolmente, e per questo disponiamo di numerosi strumenti per la sutura del menisco e la riparazione di questo con innesti o frecce differenti. Dopo la meniscectomia parziale raccomandiamo il resto per circa una settimana, crioterapia ed esercizi per il quadricipite con il carico totale del ginocchio immediatamente dopo l’operazione. Dopo l’intervento di sutura del menisco consigliamo l’uso di stampelle, di ridurre il carico sulla gamba operata, l’uso dell’ortesi e terapia fisica.

LESIONI DI CARTILAGINE

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Cambiamenti sulla cartilagine articolare sono molto frequenti, queste sono scoperte in 70 percento artroscopie di ginocchio, in cui potrebbe trattarsi dell’usura o di lesione. Lesioni di cartilagine non guariscono spontaneamente, se non sono trattate, il danno rimane.

Trapianto di cartilagine

La cartilagine può essere sulla base cellulare trattata con la terapia con condrociti autologhi. Al paziente vengono impiantate cellule cartilaginee autologhe che derivano dalla cartilagine del paziente e vengono coltivate nel siero del paziente (fluido sanguigno senza cellule sanguigne). Le cellule appropriate moltiplicate fino ad un numero adeguato vengono posizionate su un tessuto di supporto, il che permette un impianto più facile e sicuro. I materiali usati come tessuto di supporto possono essere di origine vegetale o animale, e sono scelti se sono degradabili e se non causano infiammazioni nella cartilagine o episodi di rigetto.

Mosaicoplastica

In questo metodo di trattamento dalla parte del ginocchio meno caricata con l’aiuto di uno strumento vuoto preleviamo cilindri di tessuto osteocondrale (cioè porzioni ossee con la sovrastante cartilagine) e li innestiamo nel difetto cartilagineo che si trova sulla parte dell’articolazione più caricata. L’operazione è eseguita artroscopicamente e così gli effetti non desiderati di apertura di ginocchio sono diminuiti. Il metodo è adatto per lesioni minori (fino a cinque centimetri di superficie), il vantaggio è che il sito danneggiato viene riempito di cartilagine che è la stessa come quella di origine.

Microfratturazione artroscopica della cartilagine

Si tratta di un intervento minimamente invasivo che viene più frequentemente eseguito al ginocchio. In questo intervento sulla superficie danneggiata dell’articolazione con strumenti specifici creiamo fessure molto piccole. Con questo otteniamo che il sangue entri dal osso sotto la cartilagine danneggiata nell’area della superficie articolare danneggiata. Con il sangue entrano anche cellule e proteine che si trasformano sotto l’influenza di fattori locali nel tessuto connettivo cartilagineo. Questo tessuto è almeno parzialmente secondo le sue proprietà simile alla cartilagine ialina che copre l’articolazione sana e sostituisce la sua funzione. Similmente alle altre varianti del trattamento anche questo metodo è molto più efficace in danni delle parti minori della cartilagine e quando non ci sono alterazioni gravi sulle superfici ossee. Per un risultato migliore del trattamento dopo l’operazione è necessaria un’adatta terapia fisica individuale. Con questa si migliora specialmente la mobilità articolare e si rinforza la muscolatura vicino all’articolazione, nel caso del ginocchio specialmente i muscoli della coscia.

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Tratto dalla rivista MOVIMENTO, edizione speciale: Artros

http://www.artros.it


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Gomito del Tennista (Epicondilite)

L’epicondilite laterale è un’infiammazione dolorosa dei tendini che collegano i muscoli dell’avambraccio alla parte esterna del gomito (epicondilo laterale). Questa condizione è nota anche come gomito del tennista, considerato che il tennis è l’attività sportiva che espone a maggior tensione le strutture muscolo-scheletriche interessate dal disturbo. Gomito del Tennista

L’epicondilite laterale è spesso determinata da un sovraccarico funzionale, cioè da un uso eccessivo e continuato del gomito, ed è tipica dei soggetti che, a causa di particolari attività sportive o professionali, sono costretti a ripetere determinati movimenti.
In particolare, il gomito del tennista è una tendinopatia inserzionale: il processo flogistico interessa l’inserzione dei muscoli epicondilei estensori dell’avambraccio, che originano dall’epicondilo laterale del gomito (localizzato in prossimità della sporgenza ossea nell’estremità inferiore esterna dell’omero). Il gomito del tennista è causato dunque da un’infiammazione a carico dei muscoli e dei tendini che si inseriscono nell’epicondilo laterale e che sono responsabili dell’estensione del polso o delle dita della mano.
In principio, il dolore associato all’epicondilite laterale interessa soltanto i tendini, soprattutto quando si compiono movimenti di estensione del polso contro una resistenza, e tende ad aumentare con le attività che richiedono il coinvolgimento dei muscoli nell’arto interessato. Con un abuso protratto nel tempo, la manifestazione dolorosa può irradiarsi lungo l’avambraccio e persistere anche a riposo, determinando la progressiva riduzione della funzionalità di mano, polso e gomito.

Cause e fattori di rischio

Abuso e traumi. Molte persone affette dal gomito del tennista svolgono attività lavorative o ricreative che richiedono l’uso ripetitivo e vigoroso dell’articolazione del gomito. Dolore gomitoL’epicondilite laterale è causata da un’infiammazione spesso determinata da un sovraccarico funzionale, che si verifica principalmente quando i muscoli e i tendini del gomito sono costretti a sforzi eccessivi. Inoltre, è stato dimostrato che ripetuti microtraumi o un danno diretto dell’epicondilo laterale, come un’eccessiva estensione dell’avambraccio o un movimento scorretto, causano più della metà di queste lesioni.
Attività. Gli atleti non sono le uniche persone in cui occorre il gomito del tennista. L’epicondilite laterale può insorgere a seguito di qualsiasi attività ripetuta che coinvolga la torsione o l’estensione del polso, il sollevamento di pesi e l’abuso dei muscoli dell’avambraccio.
Le attività che possono causare il gomito del tennista includono:

  • Sport con racchetta, come tennis, badminton e squash;
  • Sport da lancio, come il giavellotto o il disco;
  • Altri sport: golf e scherma;
  • Attività professionali che comportano movimenti ripetitivi delle mani e del polso: idraulico, muratore, carpentiere, macellai, cuochi, falegnami sarti e pittori;
  • Altre attività che sollecitano intensamente gomito e polso, come suonare il violino o utilizzare cesoie durante il giardinaggio.
Età. Il periodo di massima insorgenza dell’epicondilite è quello compreso tra i 30 e i 50 anni di età, anche se chiunque può essere colpito dal gomito del tennista qualora vi sia l’esposizione ai relativi fattori di rischio, come ad esempio:

  • Attività lavorative o ricreative. Persone che svolgono lavori che comportano movimenti ripetitivi del polso e del braccio hanno più probabilità di sviluppare il gomito del tennista.
  • Alcune attività sportive. Svolgere sport con la racchetta aumenta il rischio di sviluppare il gomito del tennista, soprattutto se si gioca per la prima volta, con una tecnica scarsa o con attrezzatura non adeguata (racchetta con le corde troppo tese o dal manico troppo corto) e muscoli della spalla e del polso poco allenati.

Segni e sintomi del gomito del tennista

I sintomi del gomito del tennista si sviluppano gradualmente. Nella maggior parte dei casi, il dolore inizia con lieve intensità e lentamente peggiora nel corso di settimane e mesi. In genere, non esiste una specifica lesione violenta associata all’esordio del quadro clinico.
Segni e sintomi dell’epicondilite laterale:

  • Dolore e gonfiore localizzati sulla parte esterna del gomito, in corrispondenza dell’epicondilo laterale;
  • Dolore nella parte esterna dell’avambraccio, appena sotto il gomito (in corrispondenza dei muscoli epicondilei che si innestano sull’epicondilo laterale). Il dolore può anche irradiarsi lungo l’avambraccio verso il polso e nella parte posteriore della mano;
  • Forza nella presa debole e dolorosa, anche mentre si stringono tra le mani piccoli oggetti, relativamente pesanti;
  • Peggioramento del dolore con i movimenti del polso, in particolare con l’estensione e i movimenti di sollevamento;
  • Rigidità mattutina.

I sintomi sono spesso peggiorati dalle attività dell’avambraccio, in particolare dai movimenti di torsione, come quando si gira una maniglia della porta o si apre un barattolo. Il braccio dominante è colpito con maggiore incidenza, tuttavia entrambi gli arti possono essere colpiti. Il dolore associato all’epicondilite laterale può essere di lieve o grave intensità (può essere avvertito anche quando il braccio viene tenuto a riposo). Un episodio di epicondilite laterale può durare, di solito, tra i sei mesi e i due anni. Tuttavia, la maggioranza delle persone tende a recuperare entro un anno.

Nota: il dolore che si verifica sul lato interno del gomito è conosciuto come gomito del giocatore di golf ed interessa l’epicondilo mediale, le cui inserzioni tendinee sono responsabili della flessione del polso verso il palmo della mano.

Epicondilite laterale: diagnosi

Se la condizione è causata da un’attività faticosa o ripetitiva, questa si dovrebbe evitare fino a quando i sintomi migliorano. Tuttavia, se il dolore al gomito persiste per diversi giorni nonostante il riposo, è consigliabile rivolgersi al proprio medico.
Diversi fattori devono essere presi in considerazione nel formulare la diagnosidi epicondilite laterale; questi includono l’entità dei sintomi che si sono sviluppati, eventuali fattori di rischio professionali e lo svolgimento di particolari attività sportive. Il paziente deve riportare la posizione esatta in cui è localizzato il dolore nel braccio, se si è verificato un episodio traumatico e se è affetto da altre patologie concomitanti (esempio: artrite reumatoide, neuriti, altre condizioni reumatiche o artrosiche del gomito). Durante l’esame obiettivo, il medico utilizzerà una serie di test per accertare la provenienza del dolore, attraverso la palpazione diretta e la contemporanea ricerca dei segni di tumefazione locale. Alcuni di questi esami includono:

  • Palpazione dell’epicondilo laterale: il medico esegue una pressione nel punto di inserzione dei muscoli epicondiloidei, mentre si chiede al paziente di muovere gomito, polso e dita;
  • Test di Cozen: valuta la presenza di dolore all’estensione contro resistenza di polso e dita a gomito esteso;
  • Test di Mills: rileva l’insorgenza del dolore alla pronazione forzata con polso flesso e gomito esteso.

Il medico può raccomandare ulteriori test per escludere altre cause alla base del disturbo:

  • Raggi X: per escludere l’artrite del gomito ed evidenziare eventuali calcificazioni.
  • Risonanza magnetica (MRI): può essere eseguita dinanzi al sospetto che l’insorgenza dei sintomi sia associata ad un problema al collo. Questo esame consente di evidenziare una possibile ernia del disco od un’artrite al collo. Entrambe queste condizioni spesso producono dolore al braccio.
  • Elettromiografia (EMG): il medico può ordinare un’elettromiografia per escludere la compressione di un nervo. Molte fibre nervose, infatti, decorrono a livello del gomito e i sintomi della loro compressione sono simili alle manifestazioni dell’epicondilite laterale.

Terapia conservativa del gomito del tennista

Il gomito del tennista è una condizione autolimitante; ciò significa che tende alla guarigione spontanea con il riposo. Tuttavia, il dolore può durare diverse settimane o mesi ed in tal caso alcuni trattamenti possono aiutare ad alleviare i sintomi e ad accelerare il recupero. Il trattamento convenzionale (non chirurgico) risulta avere successo in circa l’80-95% dei pazienti.

Il dolore associato al gomito del tennista dura, in genere, da sei a dodici settimane. Tuttavia, in alcune persone, il dolore può colpire il braccio per meno di tre settimane, mentre in altri pazienti il disturbo può essere persistente (da sei mesi a due anni). L’epicondilite, se non trattata adeguatamente, può recidivare o cronicizzare.
Il primo passo verso la guarigione consiste nel riposo del braccio colpito durante il periodo in cui l’infiammazione è in fase acuta. Inoltre, è fondamentale cercare di evitare per diverse settimane l’attività che ha provocato l’insorgenza del problema e che potrebbe ulteriormente aggravare il disturbo. Le applicazioni locali di un impacco freddo da porre contro il gomito per pochi minuti, più volte al giorno, possono contribuire a lenire il dolore e a ridurre il processo infiammatorio.
L’assunzione di antidolorifici, come il paracetamolo, può contribuire ad alleviare il dolore lieve causato dal gomito del tennista. Il medico può anche consigliare l’utilizzo di farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS), come l’ibuprofene o il ketoprofene. Oltre alle forme da assumere per via sistemica, i FANS sono disponibili anche come creme e gel da applicare a livello topico. L’applicazione locale, quindi direttamente su gomito e avambraccio, è spesso raccomandata per i disturbi muscolo-scheletrici, poiché può ridurre l’infiammazione e il dolore senza causare effetti collaterali come nausea e diarrea.
La fisioterapia può essere raccomandata se il gomito del tennista è più grave o persistente. Le tecniche di terapia manuale, come il massaggio e altre manipolazioni, possono aiutare ad alleviare il dolore e la rigidità dell’articolazione. Inoltre, il fisioterapista è in grado di mostrare al paziente gli esercizi specifici per mantenere il braccio in movimento e rafforzare i muscoli dell’avambraccio. Nel breve termine, potrebbe essere anche raccomandato l’utilizzo di un bendaggio di supporto o di un tutore, che impediscono i movimenti dolorosi, garantiscono il riposo dell’arto e alleviano i sintomi del gomito del tennista.
Talvolta, per il trattamento di forme particolarmente dolorose possono essere considerate delle iniezioni di corticosteroidi (infiltrazioni), che possono aiutare a ridurre il dolore, ma l’evidenza clinica che sostiene il loro utilizzo come trattamento efficace nel lungo termine è limitata.L’iniezione viene effettuata direttamente nella zona dolorosa a livello del gomito, previa somministrazione di un anestetico locale.
Infine, se i sintomi non migliorano dopo almeno un anno di terapia conservativa, possono essere presi in considerazione trattamenti invasivi, come la chirurgia.

Trattamento chirurgico dell’epicondilite laterale

Se i sintomi non rispondono dopo 6 – 12 mesi di trattamenti convenzionali, il medico può raccomandare un intervento chirurgico.
La maggior parte delle procedure per il gomito del tennista può comportare:

  • La rimozione della parte di tessuto danneggiata, per alleviare i sintomi dolorosi;
  • La disinserzione parziale dei tendini estensori del polso e delle dita;
  • La scarificazione con cruentazione locale dell’epicondilo (a livello dell’inserzione dei muscoli infiammati): parte dell’osso viene sottoposto a perforazioni multiple per garantire un aumentato apporto ematico che favorisce la guarigione

L’approccio chirurgico adatto al paziente dipende da una serie di fattori, che includono la gravità del danno, le caratteristiche fisiche dell’individuo e le sue condizioni di salute generali. Il trattamento chirurgico può essere effettuato a cielo aperto oppure per via artroscopica. Entrambi gli interventi chirurgici sono eseguiti in day hospital e raramente richiedono il pernottamento in ospedale.
Rischi chirurgici. Come per qualsiasi intervento chirurgico, esistono dei rischi connessi alle procedure. Le complicazioni più comuni da considerare sono:

  • Infezione;
  • Danni a Nervi e vasi sanguigni;
  • Necessità di riabilitazione prolungata;
  • Perdita di forza;
  • Perdita di flessibilità;
  • Necessità di un ulteriore intervento chirurgico.

Riabilitazione. Dopo l’intervento chirurgico, il braccio può essere immobilizzato temporaneamente con un tutore. Dopo circa una settimana, i punti di sutura sono rimossi, così come il supporto e vengono avviati gli esercizi idonei per ripristinare la funzionalità del gomito. Entro 2 mesi dall’intervento chirurgico, sono organizzati graduali esercizi di rafforzamento. Dopo circa 4 – 6 mesi dall’intervento e previa consultazione medica, sarà possibile tornare all’attività atletica. La chirurgia applicata al gomito del tennista è considerata di successo in circa l’80-90% dei pazienti. Tuttavia, non è raro accusare una perdita di forza nell’arto interessato. Gli esercizi di riabilitazione, pianificati insieme al medico e al fisioterapista, sono fondamentali per il recupero.

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 Tratto da: http://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/gomito-del-tennista-epicondilite.html#4

Artros


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Come correggere i più diffusi problemi del piede

Nuove tecniche chirurgiche permettono di correggere diversi problemi che colpiscono le dita dei piedi. Riducendo al minimo il disagio. E garantendo risultati sempre migliori.

Come correggere i più diffusi problemi del piede

Dopo mesi in cui sono stati dimenticati, chiusi nelle calzature, ora i piedi tornano protagonisti. E torna il desiderio di averli perfetti. I più comuni problemi che possono interessare la salute e il benessere del piede sono l’alluce valgo e le dita a martello. Per correggerli si deve intervenire chirurgicamente e questo è il momento migliore dell’anno per prendere una simile decisione perché stare coi piedi scoperti non è un problema. Ecco che cosa consiglia alle lettrici di più Sani più Belli il professor Mauro Montesi, coordinatore del corso di laurea di Podologia all’università Sapienza di Roma e presidente dell’Associazione italiana podologi.

Se le dita si piegano a martello

Si parla di “dita a martello” quando il dito del piede prende una conformazione più o meno evidente di “T”. È un’anomalia che interessa il secondo dito o, a volte, anche tutte le dita ed è la conseguenza di abitudini non del tutto corrette. Le cause più frequenti sono la presenza di un alluce valgo, cioè un alluce che devia verso le altre dita; l’utilizzo di collant troppo corti o dei fantasmini, indossati con scarpe dai tacchi alti e la punta stretta, perché il dito del piede non ha la possibilità di distendersi ed è costretto a flettersi ad angolo. Le cure sono utili se si cominciano non appena una persona si accorge di avere qualche difetto alle dita.

Plantari
Si può intervenire dapprima con plantari fatti su misura dal podologo, che sostengano le ossa del piede eccessivamente caricate dal peso del corpo, in modo da distendere le dita e facendole tornare nella posizione naturale.

Ginnastica
È consigliabile fare della ginnastica specifica, in modo da mantenere sempre allenate ed elastiche le articolazioni, e migliorare l’atteggiamento che assumono il piede e le dita.

Scarpe
Utilizzare scarpe con poco tacco, al massimo 4-5 centimetri, con la punta rotonda, morbide, non strette e prodotte con materiali naturali.

L’intervento chirurgico oggi è piuttosto breve (20-30 minuti) e viene riservato ai casi più seri, quando le soluzioni proposte dal podologo non hanno dato i risultati sperati. L’operazione si esegue con tecniche mininvasive che prevedono solo un taglietto e si possono eseguire in day-hospital con un’anestesia locale. Consiste nello scollare, riposizionare e ricucire il tendine fissando il dito nella posizione distesa. Il legamento si cuce con un filo metallico che viene rimosso dopo circa 3 settimane.

Quando l’alluce devia di lato

L’alluce si dice “valgo” quando devia verso le altre dita del piede, causando la formazione di una sorta di “cipolla”. Il continuo sfregamento di questa parte contro la parete delle scarpe può provocare un’infiammazione e dolori molto forti. Quest’anomalia fa sì che il peso non sia più distribuito in modo corretto sulla pianta. Inoltre, occupando spazio nelle scarpe, la “cipolla” costringe la persona a indossare calzature molto comode, per evitare che le altre dita si accavallino le une sulle altre, modificando la distribuzione del peso del corpo. Spesso, dunque, l’alluce valgo non determina problemi solo al piede, ma anche alla colonna vertebrale, perché la schiena deve rimediare alla mancanza di sostegno da parte del piede.
Le donne sono più colpite degli uomini, perché indossano calzature alte o strette in punta che insieme con la predisposizione ereditaria sono la principale causa di questo disturbo. L’alluce valgo non regredisce, anzi, con il tempo, è destinato a peggiorare con l’arrivo della menopausa quando le articolazioni diventano più fragili e sensibili.

Se il disturbo non è grave, il chirurgo riallinea solo i tendini, mentre se è danneggiata la parte scheletrica, elimina l’eccesso di osso. In alcuni casi, è necessario tagliare in due parti il primo metatarso, per poi unirlo con un’angolazione corretta e tenerlo nella giusta posizione con viti e fili metallici permanenti. Oggi sono state introdotte tecniche mininvasive come la “Pdo” e la “Seri” che permettono di fare solo un taglietto (lungo circa 1 cm che non lascia cicatrici). L’intervento si esegue anestesia locale, in day-surgery: dura solo pochi minuti (invece dei 30-40 di quello classico), la ripresa è molto rapida e il dolore post operatorio davvero contenuto.

Una ripresa rapidissima
Già qualche ora dopo l’intervento, ci si può alzare dal letto, appoggiando, però, solo il tallone. Dopo circa una settimana, si può riprendere a camminare normalmente. È molto importante scegliere le scarpe giuste, che devono essere morbide e con la pianta larga, mentre il tacco non deve superare i 2 cm d’altezza.
È sempre consigliabile anche l’uso di un plantare anatomico costruito su misura. Subito dopo l’intervento, è molto utile ricorrere ad alcuni esercizi di ginnastica, come flettere e distendere le dita dei piedi, per rinforzare i muscoli. Efficace anche stringere una matita con le dita dei piedi, mantenendo la presa per qualche secondo. Questi esercizi vanno fatti tutti i giorni per circa 3 settimane. Utile migliorare l’elasticità della pianta del piede, facendo passeggiate a piedi nudi sulla sabbia, meglio ancora a contatto con l’acqua.

Errori da evitare
Quando l’alluce valgo non causa forti dolori e non riduce la possibilità di camminare, l’anomalia può essere tenuta sotto controllo con l’intervento del podologo che, eventualmente, consiglierà particolari accorgimenti utili per evitare che l’anomalia peggiori.

Scarpe sbagliate
Scegliere scarpe comode, a pianta larga, con tacchi che non superino i 4-5 centimetri d’altezza, fabbricate con pelli morbide e di buona qualità. Se la parte a contatto con la scarpa diventa arrossata e dolente, per ridurre il dolore, ci si può rivolgere al podologo, che realizzerà protesi in silicone su misura, per ridurre lo sfregamento contro la calzatura.

Usare creme e togliere i calli
Non spalmare pomate o unguenti, perché possono far macerare la pelle, rendendola più debole e facilmente preda di germi, con conseguente insorgenza di infezioni. Non eliminare lo strato di callosità, perché la cute della zona infiammata può danneggiarsi, provocando anche ulcerazioni.

Divaricatori
Sono del tutto inutili perché non sono in grado di risolvere una deformità così importante come l’alluce valgo, in quanto creano ulteriore ingombro, accelerando la deviazione e l’accavallamento delle altre dita.

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Tratto da: http://www.piusanipiubelli.it/salute/curarsi/come-correggere-piu-diffusi-problemi-del-piede.htm

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Lesioni muscolari: trattamento con PRP

Nell’ organismo ci sono muscoli volontari e muscoli involontari, che hanno strutture e funzioni diverse tra loro.
I muscoli scheletrici o volontari costituiscono circa il 40% del peso corporeo. Ogni muscolo scheletrico contiene, al suo interno, un certo numero di fasci muscolari. Ciascuno di essi è costituito da un insieme di cellule muscolari che si definiscono FIBRE MUSCOLARI. Ogni fibra muscolare è formata a sua volta da elementi più piccoli chiamati MIOFIBRILLE, che si estendono per tutta la sua lunghezza. Ogni miofibrilla è costituita da elementi ripetitivi chiamati SARCOMERI, che rappresentano le unità fondamentali del muscolo e che gli conferiscono la tipica striatura. Le striature a bande chiare e scure, sono dovute all’alternanza di diversi tipi di filamenti proteici più piccoli all’interno dei sarcomeri. Ogni sarcomero si compone, infatti, di due filamenti proteici: un filamento formato da una proteina globulare chiamata ACTINA e  filamenti più spessi costituiti da un’altra proteina, la MIOSINA. La contrazione del muscolo avviene quando le molecole di actina scorrono su quelle di miosina e vi si sovrappongono. Questo scorrimento avviene in ogni miofibrilla e la accorcia.

I muscoli scheletrici sono detti VOLONTARI perché controllati attivamente dal sistema nervoso centrale. Essi si contraggono velocemente e sviluppano grande potenza: liberano molta energia in poco tempo, ma si stancano rapidamente. Sono avvolti da una guaina di rivestimento e nella parte centrale si riconosce un ventre che si inserisce sulle ossa attraverso dei cordoni fibrosi biancastri di tessuto connettivo chiamati TENDINI.
Le lesioni muscolari sono molto frequenti nello sport e la loro incidenza varia fra il 10 ed il 55% di tutti i traumi da sport (Jarvinen, 1997).
Le lesioni muscolari possono essere determinate da un Trauma Diretto più frequente negli sport di contatto (pallacanestro, calcio, rugby) o da un Trauma Indiretto più frequente negli sport individuali (tennis, atletica leggera).
Il danno muscolare si produce anche come conseguenza di fattori predisponenti intriseci (carenza di allenamento, affaticamento muscolare, squilibrio tra muscoli agonisti ed antagonisti, età) ed estrinseci (situazioni climatiche, situazioni ambientali)

Quali sono le lesioni muscolari?

Il trauma muscolare può prodursi per un trauma diretto o indiretto.
Nel trauma diretto la forza agisce sul muscolo schiacciandolo contro i piani profondi: il danno prodotto varia dalla semplice contusione fino alla rottura muscolare.
Nel trauma indiretto, in cui manca il contatto diretto contro una forza traumatica, si può ipotizzare una disfunzione neuro-muscolare: improvviso allungamento passivo del muscolo per effetto di una forza di trazione applicata durante la fase di contrazione  oppure una troppo rapida contrazione del ventre muscolare a partire da uno stato di rilasciamento completo.
In entrambe le lesioni da trauma diretto e indiretto, essendo il tessuto muscolare molto vascolarizzato, si forma un ematoma.

Le lesioni possono distinguersi in:

Traumi diretti:

  • Lesione di  I grado: rottura di poche fibre muscolari
  • Lesione di II grado: rottura di un discreto quantitativo di fibre muscolari
  • Lesione di  III grado: interruzione quasi totale o totale del ventre muscolare

Traumi indiretti:

  • Contrattura: alterazione diffusa del tono muscolare che provoca dolore a distanza dall’attività sportiva  e si localizza con difficoltà
  • Stiramento: alterazione funzionale delle miofibrille, acuta, si manifesta durante l’attività sportiva con ipertono e dolore ben localizzato
  • Strappo: lacerazione di un numero variabile di fibre muscolari accompagnato da dolore acuto e violento nel corso di un’attività sportiva. A seconda della quantità di muscolo lacerato si distinguono tre gradi.

Nonostante la dimensione del problema, il trattamento è prevalentemente non chirurgico, basandosi sulle fisiologiche capacità rigenerative del tessuto: riposo funzionale, ghiaccio, bendaggio compressivo e elevazione dell’arto leso.

Risultati incoraggianti, anche se ancora ad uno stadio iniziale, sono stati osservati in seguito a stimolazioni con fattori di crescita anche nel muscolo lesionato.
La limitazione all’utilizzo del PRP negli ultimi anni è dovuta al fatto che, trattandosi di una terapia con fattori di crescita, è stata classificata dalla WADA tra le procedure proibite fino all’anno 2010. Dopo molte discussioni, è stato chiarito che le attuali formulazioni del PRP non sono in grado di determinare un aumento delle prestazioni che vadano oltre quelle presenti nel caso di normale ritorno alle condizioni fisiologiche del tessuto. Perciò, poiché l’uso a scopo terapeutico del PRP non viola lo spirito delle competizioni sportive, esso è stato rimosso dalla lista delle procedure proibite del 2011.

In cosa consiste?

Il PRP contiene numerosi elementi bioattivi osservati nel tessuto muscolare in guarigione, ed è stato quindi suggerito qualorthokine terapijae possibile trattamento per accelerare tale processo. Si è visto che diversi fattori di crescita in esso contenuti svolgono un ruolo chiave nella rigenerazione muscolare e nella miogenesi.

Il PRP viene ottenuto prelevando del sangue dal soggetto che deve essere trattato. Dopo il prelievo il sangue viene sottoposto a processi di centrifugazione e separazione cellulare dando origine alla nuova sostanza molto più ricca di piastrine e dei relativi fattori di crescita. Il prodotto finale è rappresentato o da una soluzione liquida o da un gel applicabili sulle lesioni da trattare.
L’attivazione del PRP viene effettuata al momento in cui esso viene utilizzato: le sostanze impiegate per l’attivazione sono il calcio (sotto forma di cloruro o gluconato) e la batroxobina (un enzima ad attività procoagulante).
Il prodotto attivato viene infiltrato direttamente nella lesione muscolare sotto controllo ecografico.

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Quali sono gli effetti?

Ai controlli successivi di RM dei soggetti trattati  si è evidenziata una cicatrice stabile senza eccesso di fibrosi. Questo è un risultato estremamente rilevante perchè numerosi dati in letteratura indicano che una incompleta guarigione del tessuto e la presenza di fibrosi costituiscono un importante fattore di rischio per un secondo infortunio.
Un accelerato tempo di recupero sarebbe quindi del tutto inutile in presenza anche solo di uno di questi due reperti.
Le stimolazioni con PRP consentono un recupero precoce dell’atleta, ma consentono anche di restituire una migliore qualità del tessuto rigenerato in modo da ottenere un recupero della forza muscolare e un minor rischio di recidive o di nuove lesioni a monte o a valle della lesione originaria.
Si è osservato anche una diminuzione del dolore già dopo la prima applicazione di PRP, verosimilmente correlata con gli effetti antiinfiammatori che studi precedenti avevano attribuito a queste preparazioni.
Se da un lato questo rappresenta un risvolto positivo nella gestione del paziente e nella sua adesione alla terapia, dall’altro è un dato di cui bisogna tenere conto nell’impostare il protocollo riabilitativo. Diminuendo il dolore, le preparazioni permettono infatti al paziente una più rapida mobilizzazione e danno la sensazione allo stesso di poter sopportare carichi riabilitativi che potrebbero invece risultare dannosi.

prp muscoliMuscolo adduttore lungo. RM di lesione a 0 e 14 giorni, proiezione coronale.

 

A chi è rivolto?

Considerato che le infiltrazioni di PRP consentono una migliore qualità del tessuto rigenerato del muscolo e un miglior controllo del dolore e che non si tratta di procedure molto invasive con costi contenuti, oggi la loro applicazione è stata estesa anche ai soggetti che non praticano sport a livello agonistico.

Tratto da: http://www.sanitafacile.it/blog/lesioni-muscolari-trattamento-prp/#sthash.46TNjkzg.dpuf

 

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