Artros

Clinica ortopedica


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Problemi alla spalla

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Dott. Martin Mikek, specialista in ortopedia

Di tutte le articolazioni del nostro apparato locomotore proprio la spalla consente una massima mobilita. La funzionalita dell’articolazione si mostra nella sua complessita, la conseguenza di cui sono numerose possibilita per un’affezione o lesione.

La comprensione dei principi del funzionamento dell’articolazione della spalla e i meccanismi delle lesioni, cosi’ come anche capire la complessita’ del intervento operatorio e della riabilitazione dopo una lesione, consentono una conoscenza elementare dell’anatomia della spalla.

OSSA

ossaLa struttura principale della spalla e’ composta, similmente a tutte le altre articolazioni, dalle ossa e dalla superficie cartilaginea. Nella spalla, l’articolazione e’ composta dalla scapola, dall’omero e dalla clavicola. La spalla e’ in realta’ composta da tre articolazioni – l’articolazione tra la testa dell’omero e scapola (articolazione gleno-omerale), l’articolazione tra la prominenza acromiale della scapola e l’estremita’ della clavicola (articolazione acromion-claveare) e l’articolazione irregolare tra il torace e la scapola (articolazione scapolo toracale). Per un funzionamento corretto della spalla e’ necessario un movimento coordinato di tutte e tre articolazioni. Il modello fisiologico di movimento che puo’ essere osservato durante l’elevazione del braccio nella spalla, dove si tratta di un movimento simultaneo – rotazione della scapola sul torace e movimento della testa dell’omero nell’articolazione gleno-omerale, e’ chiamato cinematica scapolo-omerale. Gia’ nelle fasi iniziali dell’affezione o lesione e’ tipico che questa si sconvolge, il che causa un sovraccarico addizionale di tessuti molli danneggiati.

MUSCOLI

muscoliSimile ad altre articolazioni del sistema muscolo-scheletrico, i tessuti molli nella spalla sono composti dalla capsula articolare con legamenti e muscoli che si attaccano sulle superfici delle ossa con tendini. Il labbro glenoideo rende piu’ profonda la superficie articolare della scapola, struttura fibrocartilaginea a sezione triangolare, fissato attorno al margine della cavita’ glenoidea. Il suo compito principale e’ di aumentare la stabilita’ dell’articolazione gleno-omerale e di migliorare l’adattamento di superfici articolari della scapola e dell’omero. I muscoli piu’ importanti dell’articolazione della spalla sono i muscoli della cuffia dei rotatori. Si tratta del gruppo di quattro muscoli relativamente piccoli di cui tendini si fondono e insieme si inseriscono sulla superficie anteriore, superiore e posteriore del collo anatomico dell’omero. Funzionano come uno stabilizzatore dinamico della testa dell’omero nell’articolazione gleno-omerale e sostengono i maggiori muscoli superiori in movimenti di elevazione e rotazione interna ed esterna nella spalla. Tra i muscoli della spalla devono essere menzionati anche il muscolo deltoide che garantisce la parte maggiore della forza che e’ necessaria per il movimento dell’elevazione nella spalla, il grande pettorale, il quale e’ importante specialmente nei movimenti di rotazione interna, ed il gruppo di muscoli chiamati stabilizzatori della scapola che sono molto importanti per assicurare lo scorrimento corretto della scapola sul piano toracico durante i movimenti nella spalla.

 

LESIONI PIÙ FREQUENTI DELLA SPALLA

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Nell’eta’ adulta, nei tendini della cuffia, specialmente nel tendine del muscolo sovraspinoso, cominciano gradualmente a svilupparsi alterazioni degenerative. La conseguenza di questo processo e’ la diminuzione di elasticita’, il che puo’ causare gia’ in lesioni minori una rottura di questi tendini. L’unico trattamento che garantisce di ripristinare intatti i tendini danneggiati e’ il trattamento operatorio con la sutura di tendini rotti. Se questo tipo di trattamento sarebbe possibile in un paziente concreto, questo dipende da tanti fattori. Alcuni di questi sono il grado del danno ai tendini, la cronicita’ della condizione e la presenza di possibili alterazioni degenerative della cartilagine. La decisione per uno dei trattamenti e’ condizionata dall’etŕ del paziente e dalla sua salute, la funzione attuale della spalla, il grado del dolore e le aspettative del paziente. In quelli in cui l’intervento, a causa di qualche ragione elencata, non e’ il trattamento adeguato, cerchiamo di migliorare la funzione con il trattamento conservativo nella forma di fisioterapia che include radiazioni antidolorifiche ed esercizi terapeutici adatti. Con questo tipo di trattamento si puo’ ottenere con una motivazione e buona cooperazione del paziente degli ottimi risultati.

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Occasionalmente, in dolori piu’ severi si prende in considerazione anche un’infiltrazione locale di corticosteroidi che riduce l’infiammazione degenerativa nell’articolazione e con questo allevia il dolore. In alcuni casi di rottura cronica dei tendini della cuffia dei rotatori con una grave alterazione della funzione della spalla e’ necessario l’intervento di inserzione dell’articolazione artificiale. Questi interventi si eseguono in pazienti dopo i 65 anni di eta’. Con indicazioni corrette possiamo in questo modo notevolmente migliorare la funzione della giuntura ed eliminare il dolore cronico.

 

 

 

 

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biceps

Il bicipite e’ formato da due capi, di cui pancia e’ situata sulla parte anteriore dell’omero. Nella parte inferiore si attacca con un forte tendine singolo sul collo del radio, nella parte superiore si divide invece in due parti. Il primo, il tendine piu’ corto, chiamato anche il tendine del capo breve del bicipite, si attacca sull’apofisi coracoide della scapola e di solito non causa problemi. Il secondo, molto piu’ lungo, č il tendine del capo lungo del bicipite, il quale attraversa l’incisione bicipitale dell’omero verso l’alto, sopra la parte anteriore della testa dell’omero gira ad angolo retto e si attacca sulla parte superiore del labbro glenoideo. A causa del corso di questo tipo, il tendine si, nella parte superiore dove gira nell’incisione dell’osso ad angolo retto, spesso infiamma oppure anche danneggia.

Nella fase iniziale i problemi possono essere trattati in modo conservativo con riposo, fisioterapia, in alcuni casi si puo’ applicare anche l’infiltrazione locale di corticosteroidi del solco bicipitale. Se i problemi sono cronici e si ripetono, il trattamento operatorio con la tenodesi del bicipite con tecnica artroscopica e’ raccomandato. Si tratta di una corta procedura operatoria minimamente invasiva in regime day-hospital, dove la parte superiore del bicipite e’ interrotta e nuovamente fissata sull’osso sotto la parte danneggiata del tendine. In questo modo eliminiamo il dolore e normalizziamo la funzione della spalla. Questo intervento non influisce sulla funzione del muscolo. Raramente si verificano problemi con il tendine del capo lungo del bicipite a causa di una lesione nella parte dove questa si attacca sulla parte superiore del labbro nell’articolazione gleno-omerale. Queste lesioni sono tipiche per giovani sportivi che praticano sport che richiedono movimenti bruschi con le braccia. Il trattamento di queste e’ operatorio con la sutura del tendine sul punto di attacco e del labbro. Con un intervento operativo adatto possiamo garantire il ritorno alle attivita’ sportive senza limitazioni.

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Una mobilita’ eccezionale della spalla in praticamente tutti i piani significa anche una predisposizione per lo sviluppo dell’instabilitŕ articolare. I problemi con dislocazioni continue di spalla sono piu’ frequenti in persone giovani in cui l’elasticita’ dei tessuti molli e muscoli concede ancora piu’ facilmente una dislocazione dell’articolazione. L’instabilita’ della spalla puo’ svilupparsi come una conseguenza di una iniziale dislocazione traumatica, i.e. in una lesione. Dopo la prima dislocazione possiamo scegliere tra il trattamento conservativo con riposo e successivamente terapia fisica e dall’altra parte l’intervento operatorio. La decisione per il tipo di trattamento dipende dall’etŕ del paziente, dal livello dell’attivitŕ sportiva, dall’esposizione agli sport di contatto, dall’ampiezza di danni nell’articolazione, specialmente su parti ossee della spalla, e la presenza di una possibile estrema elasticitŕ delle articolazioni generalizzata. Quando la dislocazione si ripete per la seconda volta, raccomandiamo la stabilizzazione operatoria. Questa puň essere, in base alla forma dell’instabilitŕ e l’ampiezza delle alterazioni sulle ossa, eseguita con tecnica artroscopica con la fissazione e l’accorciamento della capsula articolare e dei legamenti, i.e. l’intervento ai tessuti molli, oppure come un intervento operatorio classico alle strutture ossee dell’articolazione. In questa versione e’ piu’ frequentemente usata una parte dell’apofisi coracoidea della scapola per l’ampliamento della superficie del glenoide della scapola.

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In alcuni casi le dislocazioni di spalla cominciano a verificarsi anche spontaneamente. Di solito, questi tipi di instabilita’ sono piu’ difficili da trattare perché sono piu’ complessi e connessi con una scarsa coordinazione dell’attivazione dei muscoli della spalla, pessima postura e una posizione obliqua della scapola. Una tale forma di instabilita’ atraumatica e’ per questo, almeno all’inizio, trattata conservativamente. Con un programma di terapia fisica adeguato cerchiamo di correggere tutte le deficienze funzionali dei muscoli che causano l’instabilita’ della spalla. Quando un trattamento tale non porta buoni risultati, anche in questi tipi di instabilita’ spesso raccomandiamo una stabilizzazione operatoria dell’articolazione.

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A differenza di quanto riguarda l’anca e il ginocchio, l’usura della cartilagine della spalla e’ molto piu’ rara. Piu’ frequentemente e’ connessa con lesioni precedenti come per esempio fratture della parte superiore dell’omero oppure della superficie articolare della scapola con continue dislocazioni di spalla, puň verificarsi anche in rotture croniche dei tendini della cuffia dei rotatori.

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Nelle fasi iniziali dell’affezione il trattamento e’ conservativo con farmaci come antireumatici e corticosteroidi, i quali riducono l’infiammazione degenerativa dell’articolazione che si verifica nella distruzione della cartilagine. Negli ultimi anni e’ sempre piu’ utilizzato il trattamento con iniezioni di acido ialuronico e iniezioni con plasma ricco di piastrine e anche la radiazione magnetica. Si tratta di trattamenti orientati nella prevenzione del progresso della malattia che possono contribuire al miglioramento sintomatico. Con questa terapia possiamo nelle fasi iniziali dell’usura in modo transitorio migliorare la funzione dell’articolazione e risolvere i problemi. Nella funzionalita’ gravemente colpita dalla malattia e nella distruzione completa della cartilagine, viene considerato il trattamento chirurgico con inserzione dell’endoprotesi articolare – dell’articolazione artificiale il quale sostituisce la funzione dell’articolazione danneggiata. In questo modo miglioriamo significativamente la mobilita’ della spalla ed eliminiamo il dolore.

cartil.TIPI DI TRATTAMENTO

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vantaggi

L’artroscopia della spalla e’ un intervento operatorio eseguito in anestesia totale. Per l’artroscopia diagnostica della spalla sono di solito sufficienti due incisioni cutanee di dimensioni tra 0,5 fino a un centimetro. Attraverso la prima, la quale si trova sulla parte posteriore della spalla, viene introdotta l’ottica, attraverso la seconda invece, che si trova sulla parte anteriore, introduciamo il palpatore con il quale si esamina l’interno dell’articolazione. In interventi piu’ complicati si fanno da una a tre incisioni cutanee addizionali di dimensione fino a 0,5 cm. Queste sono necessarie per l’introduzione di strumenti, suture e altri impianti chirurgici nell’articolazione. Durante l’intervento, similmente all’artroscopia del ginocchio, l’articolazione della spalla e’ riempita di una soluzione fisiologica acquosa sterile. Si tratta della soluzione acquosa di NaCl, la quale sciacqua l’articolazione, la espande e in questo modo permette una buona ispezione dell’interno dell’articolazione.

indicazioni

L’artroscopia della spalla di solito viene effettuata in due passaggi. Nel primo passo dell’intervento introduciamo l’artroscopio nell’articolazione gleno-omerale, la quale e’ l’articolazione principale della spalla dove si uniscono l’omero e la superficie articolare della scapola chiamata glenoide. Se i problemi sono connessi con l’instabilita’ della spalla, danno al labbro glenoideo (una struttura simile al menisco che avvolge la superficie articolare della glenoide della scapola), problemi connessi con il tendine del capo lungo del bicipite oppure una parziale rottura di uno dei tendini della cuffia dei rotatori dalla parte interna, questo possiamo saperlo gia’ con l’esaminazione dell’articolazione gleno-omerale. Durante l’esaminazione diagnostica dell’articolazione possiamo individuare cambiamenti degenerativi oppure delle lesioni sulle superfici della cartilagine sulla testa dell’omero o sulla glenoide della scapola, corpi liberi intraarticolari, difetti ossei come conseguenza di continue lussazioni della spalla oppure una rottura totale di uno dei tendini della cuffia dei rotatori. L’artroscopia diagnostica continua con l’introduzione dell’artroscopio nella borsa subacromiale. Si tratta di una struttura che si trova tra la superficie esterna della cuffia dei rotatori e la superficie inferiore dell’acromion, la quale ha in una spalla sana la funzione di un miglior scorrimento della cuffia dei rotatori al di sotto dell’acromion. Con l’introduzione dell’ottica nella borsa subacromiale e con l’estensione con una soluzione fisiologica acquosa sterile creiamo spazio, il quale ci permette un’ispezione adeguata della superficie esterna della cuffia dei rotatori e della superficie nferiore dell’acromion.

L’arco della durata dell’operazione varia tra 20 minuti fino a due ore dipendendo dalla sua complessita’. Dopo l’intervento il paziente riposa per un breve periodo di tempo nella stanza di recupero e viene dimesso nella stessa giornata.

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Nella clinica Artros abbiamo introdotto per primi in Slovenia un nuovo metodo biologico di sutura artroscopica dei tendini senza uso di innesti artificiali, il che diminuisce i rischi delle complicazioni e positivamente influisce sul processo della guarigione del tendine.

Con il passare degli anni il flusso del sangue in questi tendini diminuisce e nelle fibre collagene cominciano a manifestarsi alterazioni degenerative. Questi processi cominciano giŕ dopo i 40 anni di etŕ e con il passare degli anni aumentano. Rotture o lesioni si possono verificare anche a causa di traumi minimi, o in alcuni casi anche spontaneamente, quando i tendini per eta’ o usura presentano una condizione di ridotta consistenza ed elasticita’.

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Il trattamento di maggior successo e’ quello operatorio. Per il risultato finale del trattamento e’ cruciale l’identificazione rapida del danno ai tendini e la sutura di questi, il che impedisce l’avanzamento della degenerazione della cuffia dei rotatori e lo sviluppo di danni incorreggibili. Il trattamento artroscopico minimamente invasivo di sutura dei tendini rotti e’ l’intervento operatorio dominante in cui con l’aiuto della camera endoscopica attraverso piccole incisioni cutanee chirurgiche minori di un centimetro suturiamo il tendine dannegiato al suo posto sull’omero. In un operazione standard si usano per la fissazione del tendine al proprio posto vari innesti sui quali sono fissate le suture. Con queste suture otteniamo una fissazione stabile del bordo libero del tendine sull’omero e cosi’ permettiamo nel processo della guarigione l’aderenza del tendine con l’osso.

Metodo senza innesti artificiali

Nel metodo nuovo della sutura biologica del tendine non abbiamo bisogno di innesti artificiali, attraverso i quali a sutura viene fissata nell’osso. Al posto di questi innesti usiamo uno strumento fatto apposta per questa operazione con cui facciamo attraversare l’osso con la sutura, sul quale poi anche fissiamo il tendine. I vantaggi di questo metodo sono  numerosi. Quello piu’ importante e’ che non si usano innesti artificiali, i quali sarebbero locati nell’osso direttamente sotto la superficie sulla quale e’ fissato il tendine e impedirebbero il flusso del sangue e la guarigione. In alcuni casi gli innesti di questo tipo causano il riassorbimento dell’osso circondante. Nello scenario peggiore l’innesto puo’ migrare dall’osso, il che causa la ripetizione dei problemi. Il nuovo metodo biologico della sutura della cuffia dei rotatori si e’ mostrato come sicuro ed efficace in varie ricerche. Questo metodo si e’, per esperienze positive, affermato nel nostro centro ed e’ cosi’ diventato il metodo standard del trattamento operativo della rottura della cuffia dei rotatori.

avvocato

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Problemi alle articolazioni

Problemi alle articolazioni sono uno dei più frequenti fastidi dell’uomo moderno. Costituzionalmente le più sensibili sarebbero le persone atletiche, ma il fatto è che non esiste un trentenne che non abbia ancora sentito il dolore ad almeno una delle articolazioni.

ortopedia

Gomito del tennista

Anche se chiamiamo questa condizione il gomito del tennista questa non è connessa solo con il gioco di tennis. Spesso è determinata da un uso eccessivo e continuato del braccio e dell’avambraccio, ed è tipica di soggetti che, a causa di particolari attività sportive o professionali, sono costretti a ripetere determinati movimenti. La causa del gomito del tennista non è solo lo sforzo fisico ma anche il lavoro frequente con il computer a causa del uso di tastiera e mouse. Il dolore tipico di questa condizione è localizzato sulla parte esterna del gomito e si aggrava quando il braccio è caricato. Il dolore è causato dall’infiammazione dei tendini. Nella fase iniziale quando il dolore si verifica, basta interrompere il lavoro per un po’ di tempo e riposare, questo col tempo non basta più. Continuando a lavorare nello stesso modo e praticando lo stesso sport, i dolori si aggravano e non cessano neanche quando interrompiamo con l’attività. Anche normali attività quotidiane come lavare i denti oppure guidare sono eseguite con difficoltà. Il dolore è accompagnato dal gonfiore, mobilità limitata, anche disagio, la forza muscolare è diminuita.

 

Lesioni del polso

Distorsioni e fratture del polso sono lesioni abituali per cadute. Se per esempio inciampate, la reazione normale è di stendere le braccia e cadere sulle mani. La conseguenza può essere la distorsione o anche frattura del polso. Se la mobilità è severamente limitata e dolorosa, e si sentono dei scricchiolii, è molto probabile che il polso è fratturato. Più frequentemente si verifica una frattura dell’osso navicolare o scafoide.

Dolori severi al polso possono essere anche una conseguenza della ripetizione di determinati movimenti. Si tratta del sindrome del tunnel carpale dove il dolore severo colpisce il polso e la mano. I tessuti nel tunnel carpale si gonfiano, infiammano e schiacciano il nervo,il che causa formicolio e dolore. Questa lesione è tipica per persone che spesso usano la tastiera e il mouse, e anche per falegnami, mercanti, dipendenti nelle catene di produzione, violinisti.

 

Problemi alla spalla

Il dolore nell’articolazione della spalla è una conseguenza di una lesione oppure un’affezione. Questa può diffondersi anche nella parte superiore del braccio fino al gomito. Le cause più frequenti per il dolore cronico nella spalla sono sindrome da impingement della cuffia dei rotatori, lesioni dei tendini della cuffia dei rotatori, infiammazione della capsula articolare e usura della spalla oppure artrosi. Nella sindrome da impingement il tendine nella spalla si gonfia e infiamma. Il paziente sente dolore nell’elevazione del braccio, durante il sonno, si può sentire anche il scricchiolio nella spalla.

Anche una lesione o rottura dei tendini può manifestarsi nella incapacità di usare le braccia. Il paziente a volte non può elevare la mano neanche davanti a sé e si veste con difficoltà. Questa lesione spesso appare in persone di età superiore a 40 anni a causa di sovraccarico del muscolo oppure di cambiamenti degenerativi. In persone più giovani di solito la lesione è causata da una caduta sulla spalla. Il corso della malattia è formato da tre fasi. La prima è la fase dell’infiammazione, questa è veramente dolorosa e dura da tre fino a otto mesi. Nella seconda fase, la quale dura da tre fino a quattro mesi, il dolore gradualmente cessa, e nella terza fase si ricovera e la mobilità migliora.

Il dolore cronico della spalla può essere causato anche dall’usura dell’articolazione della spalla o artrosi. Questa è una rara ma insidiosa affezione, le cui cause sono molto differenti e nei 20 o 30 anni di età non può essere prevista, e si esprime più frequentemente dopo i 65 anni di età. In questo caso si tratta di degradazione della matrice cartilaginea dell’articolazione.

 

Dolore alla schiena

Quasi ogni adulto conosce il dolore nella colonna cervicale e lombare. I più diffusi sono i danni ai dischi intervertebrali che si verificano più frequentemente nella parte inferiore della schiena. Il dolore acuto della schiena può essere causato da malattie degenerative, per esempio cambiamenti nella superficie cartilaginea di piccole articolazioni della colonna vertebrale, cambiamenti di dischi intervertebrali e apofisi vertebrali – sporgenze dei corpi delle vertebre, ma molte volte il dolore alla schiena è causato da un semplice movimento come raccogliere qualcosa dalla terra. La causa potrebbe essere che prima facevamo altre cose come sollevamento di carichi pesanti, e non lo facevamo in modo corretto e abbiamo subito una lesione che si verifica più tardi, facendo un semplice movimento. Le cause più frequenti per problemi alla colonna vertebrale sono la debolezza muscolare o mancanza di movimento e postura scorretta quando siamo seduti, sdraiati e quando camminiamo. Specialmente a causa di un aumentato numero di ore che siamo seduti (scorrettamente) nel ufficio, i problemi alla schiena sono oggi una della più frequenti cause per l’assenza da lavoro.

 

Usura della cartilagine

La causa più frequente per dolori alle articolazioni in persone adulte è l’usura della cartilagine articolare. La causa profonda di solito non è nota, alla lesione possono contribuire sovraccarico articolare, processi degenerativi e anche genetica. L’usura della cartilagine abitualmente procede lentamente, il primo segno è spesso un dolore occasionale che è presente se l’articolazione è caricata per troppo tempo. È molto interessante il fatto che l’usura della cartilagine è un punto comune di sportivi professionisti e persone anziane. La struttura della cartilagine cambia specialmente con l’invecchiamento, la superficie diventa sempre più rigida e fragile, problemi addizionali possono essere causati da piccole particelle di cartilagine che si staccano. L’usura dell’articolazione causa dolori durante il movimento, il paziente può sentire uno scricchiolio, quando si è fermi l’articolazione si indurisce. A causa della mobilità peggiorata e attività diminuita, le conseguenze colpiscono anche i muscoli, i quali si indeboliscono, il che significa un’addizionale mobilità peggiorata del paziente.

 

Lesione del legamento crociato anteriore del ginocchio

L’articolazione del ginocchio è una delle articolazioni più caricate. Nonostante il fatto che è costruito in un modo che lo fa molto flessibile, le lesioni possono accadere, specialmente se nel momento di un caricamento maggiore facciamo un movimento incontrollato. La lesione più frequente del ginocchio è quella del legamento crociato anteriore (LCA), la quale causa un’instabilità del ginocchio e movimenti anomali dell’articolazione. Questi sono la causa di possibili lesioni di altre strutture e di un usura aggravata. La lesione del legamento crociato anteriore è un evento traumatico molto frequente soprattutto per chi pratica attività sportiva, specialmente per persone giovani e attive. In generale è più frequente tra maschi, ma negli ultimi tempi è cresciuto il numero delle lesioni anche tra donne. Gli sport maggiormente rischiosi sono lo sci, calcio e basket.

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Tratto dalla rivista MOVIMENTO, edizione speciale

 

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Lesioni al ginocchio

mhDott. Mohsen Hussein, specialista in ortopedia

Non c’è uno sportivo, anche se pratica attività ricreative, che non abbia mai sentito dolore nel ginocchio, specialmente se corre, pratica lo sci oppure gioca a calcio. L’articolazione del ginocchio è certamente una delle più caricate e per questo non sorprende il fatto che in movimenti incontrollati e allo stesso tempo il sovraccarico è l’articolazione più esposta a lesioni.

 

Il ginocchio è composto dalla superficie superiore della tibia e dalla superficie inferiore del femore. Nel ginocchio sulla superficie del femore scorre anche la rotula (o patella) che è fissata tra il tendine del quadricipite e il legamento patellare che si, nella parte inferiore, inserisce nella superficie anteriore della tibia. L’osso più sottile tra i due nella parte inferiore della gamba, chiamato perone o fibula, non è in contatto diretto con il ginocchio, ma forma un’articolazione più piccola sotto il ginocchio con la superficie esterna della tibia. Le superfici articolari delle parti estreme della tibia e del femore e la superficie posteriore della patella sono rivestite di cartilagine. Si tratta di una struttura estremamente resistente a sollecitazioni meccaniche e allo stesso tempo veramente liscia, il che garantisce lo scorrimento di superfici articolari con un attrito minimo.
Le strutture anatomiche del ginocchio possono essere divise in tre parti:
1. parte ossea: è composta di patella, condili femorali e del piatto tibiale;
2. parte extra-articolare: è composta dalla capsula articolare, legamento collaterale e del apparato muscolo-tendineo;
3. parte intra-articolare: è composta da menisco mediale, laterale e dal legamento crociato anteriore e posteriore.

I legamenti assicurano la stabilità

Il ginocchio viene inoltre stabilizzato da quattro robusti legamenti. In legamenti laterali si tratta del rinforzamento della capsula articolare; questi tendini si trovano sulla parte interiore ed esteriore del ginocchio e assicurano la stabilità laterale. Nella parte interna del ginocchio si trovano anche il legamento crociato anteriore e posteriore che danno la stabilità alla giuntura in movimenti translazionali tra il femore e la tibia nella direzione avanti e indietro e allo stesso tempo anche la stabilità rotazionale in movimenti complessi che includono la rotazione sull’asse longitudinale della tibia.

Menischi a forma di semiluna

Nell’interno del ginocchio tra le superfici cartilaginee della tibia e del femore si trovano il menisco interno (mediale) e menisco esterno (laterale). Queste sono due strutture cartilaginee, tessuti connettivi in forma di semiluna che ingrandiscono la superficie di sollecitazione tra il femore e la tibia e in questo modo riducono il carico sui singoli punti dell’articolazione. In movimenti incontrollati specialmente il menisco interno spesso subisce lesioni. Questo tipo di lesione di menisco ostacola il funzionamento libero dell’articolazione e causa severi dolori occasionali, anche gonfiore del ginocchio.

Muscolo quadricipite

L’apparato estensore del ginocchio è formato dal muscolo femorale costituito da quattro capi sulla parte anteriore della coscia. Questo, attraverso il tendine che si inserisce sulla patella e attraverso il legamento patellare sulla parte superiore e anteriore della tibia, ci permette l’estensione del ginocchio e di stare in piedi. Sulla parte posteriore della coscia si trovano i muscoli flessori che permettono la flessione del ginocchio e dell’anca.

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LESIONI PIÙ FREQUENTI AL GINOCCHIO

Alcune lesioni come per esempio dei legamenti collaterali, danni minori alla cartilagine oppure l’infiammazione del legamento patellare a causa del sovraccarico, oppure del legamento del muscolo di quattro capi può essere trattato conservativamente con il resto e con un programma adeguato della riabilitazione. Danni agli menischi e la rottura del legamento crociato anteriore o posteriore richiedono il trattamento operatorio. Le tecniche operatorie artroscopiche moderne consentono una minimale invasività del trattamento di lesioni di questo tipo, il che influenza la durata della guarigione e senza dubbio anche il risultato finale del trattamento.

ROTTURA DEL LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE

Rottura del legamento crociato anteriore (LCA) è una delle lesioni più frequenti del ginocchio, specialmente in sport come calcio, basket e sci. Lesione del LCA è più frequente in persone giovani. Di solito è causata da una rotazione eccessiva del ginocchio nella flessione con sollecitazione di lato. Un altro meccanismo importante per la lesione di questo legamento è iperestensione. Il problema tipico descritto da pazienti con il legamento crociato anteriore rotto è la sensazione dell’instabilità del ginocchio con l’occasionale funzionamento libero dell’articolazione ostacolato nel ginocchio. Raramente si tratta di una lesione isolata del legamento crociato anteriore, di solito si verifica una lesione combinata di più strutture anatomiche del ginocchio. Il trattamento della lesione può essere conservativo o operatorio. Ogni paziente deve essere trattato individualmente e al prima possibile perché il processo del trattamento potrebbe prolungarsi o la lesione potrebbe causare un danno irreparabile sul ginocchio. Nella fase acuta il dolore può rendere difficile la visita e per questo cerchiamo di evitare movimenti e test che provocano dolore. La valutazione del legamento crociato anteriore, la quale è a causa del dolore approssimativa, si esegue con vari test come test del cassetto, Lachman test e jerk test o pivot shift. Prima facciamo un esame radiografico per determinare una diagnosi dello stato del legamento crociato anteriore e di altre strutture anatomiche del ginocchio, a parte a questo per progettare il trattamento ci aiuta molto anche la risonanza magnetica, la quale non è invasiva e neanche nociva, e fornisce molte informazioni.

Ricostruzione operatoria del legamento crociato anteriore

Una vera rivoluzione nella ricostruzione del legamento crociato anteriore era la ricostruzione artroscopica, la quale è ora diffusa in tutto il mondo. Il ginocchio è in diverse persone anatomicamente veramente differente così nella grandezza del intero ginocchio come nelle strutture individuali. Per questo dipende dal ginocchio e dal fatto se si tratta di una rottura parziale o completa del LCA per quale tecnica operatoria decideremo.

ginocchio2Nell’operazione prima asportiamo i resti del legamento crociato dove proviamo di mantenere al meglio possibile la struttura anatomica, il che ci aiuta in una ricostruzione anatomica. Con questo non cerchiamo di sconfiggere la natura ma si tratta del aiuto nella ristorazione dello stato naturale con la tecnica operatoria. Poi misuriamo la grandezza del punto di inserimento del legamento sul femore e tibia e decidiamo per la ricostruzione a singolo o doppio fascio, in ogni caso la ricostruzione deve essere anatomica. Poi si fa il trapianto autologo dal muscolo della loggia anteriore della coscia che si usa come sostituto per il legamento crociato anteriore; durante la ricostruzione artroscopica lo prepara l’assistente dell’operatore. Dopo l’ispezione da angoli differenti determiniamo e segniamo il posto per tutti e due i fasci sul femore, e con un trapano creiamo un tunnel per il fascio posterolaterale e il fascio anteromediale. Durante l’operazione ci coordiniamo con l’assistente che prepara l’innesto che la lunghezza e larghezza dei tunnel è conforme all’innesto. Segue un procedimento simile sulla tibia. Dopo l’introduzione di tutti e due gli innesti e la fissazione sul femore e sulla tibia eseguiamo un ultimo controllo con l’artroscopio.

Recupero post-operatorio

Le ricerche hanno mostrato che una riabilitazione buona ed efficace è cruciale per ottenere lo stesso livello di capacità come prima della lesione. Riabilitazione è divisa in più fasi. La prima è la fase della riabilitazione post-operatoria
iniziale che dura sei settimane. In questo periodo sono necessarie un’attenzione e protezione massimale del ginocchio. Il dolore e gonfiore sono in questo periodo più forti, per questo sono necessarie applicazioni locali di un impacco freddo più volte al giorno. Il paziente impara ad alzarsi con la gamba completamente estesa aiutandosi con stampelle, a potenziare attivamente il muscolo anteriore della coscia e il movimento attivo della patella in tutte le quattro direzioni. La seconda fase è la riabilitazione termale che dura dalla sesta alla dodicesima settimana dopo l’operazione. In questo tempo intensifichiamo gli esercizi per aumentare la forza dei muscoli intorno al ginocchio (esercizi con pesi, fitness) e aumentiamo la difficoltà degli esercizi per la stabilità. La terza è la fase della tarda riabilitazione specifica che dura dalla dodicesima alla ventesima settimana dopo l’operazione. Lo scopo più importante è di raggiungere la massima tensione, forza e resistenza dei muscoli.

ginocchio3LESIONI MENISCALI

La lesione del menisco è frequentemente connessa con attività sportive. Le lesioni si verificano specialmente in rotazione, movimenti quando il ginocchio passa dalla flessione all’estensione o al squat o alzandosi dallo squat. Quando il ginocchio è in flessione la forza della rotazione muove il menisco fra la tibia e il femore, il che causa una lesione. Esistono varie classificazioni delle lesioni al menisco. In base alla posizione, la parte danneggiata del menisco può trovarsi nel corno anteriore, nel corpo oppure nel corno posteriore, che è il sito più frequente di lesione o frattura. In base alla zona in cui si verifica la lesione, dividiamo lesioni nella zona rossa cioè vascolarizzata, o nella zona bianca, priva di vasi sanguigni.
Con l’aiuto dell’artroscopia possiamo classificare le lesioni del menisco ancora più dettagliatamente, in base al loro aspetto. Così conosciamo lesioni longitudinali, orizzontali, trasversali, radiali e combinate (specialmente combinazione di lesione longitudinale e trasversale), lesione “bucket-handle” (“a manico di secchio”) e avulsione dell’inserzione del corno anteriore o posteriore.

Stabilimento della diagnosi

Nello stabilimento della diagnosi è molto importante l’anamnesi, perché in maggiorità di casi determiniamo già da questa se si tratta di una lesione meniscale. I sintomi che indicano una lesione sono mobilità limitata, gonfiore, dolore, in manovre manipulative il funzionamento libero dell’articolazione è ostacolato, di seguito si verifica anche l’atrofia del quadricipite. Per lo stabilimento della diagnosi ci aiuta molto l’esame clinico. Esistono vari test per stabilire la diagnosi della lesione del menisco. Il più diffuso è il McMurray test, nel quale il paziente si sdraia sulla schiena e poi si tiene il ginocchio nella posizione più flessa possibile, dopo di che lentamente estendiamo il ginocchio finché è nella posizione della rotazione interna ed esterna.

ginocchio4ginocchio5In diagnostica usiamo anche la radiografia classica e in proiezione laterale – per escludere lesioni ossee, corpo libero, alterazioni degenerative e lesioni osteocondrali. Un grande ruolo nello stabilimento della diagnosi rappresenta la risonanza magnetica che a parte alle informazioni che riguardano lesioni meniscali ci fornisce anche un ispezione di possibili lesioni della cartilagine o di legamenti. Il procedimento diagnostico migliore per scoprire lesioni meniscali è l’artroscopia del ginocchio, la quale è allo stesso tempo anche un procedimento terapeutico. Questa ci permette un esaminazione diretta del ginocchio. Possiamo vedere le strutture intrarticolari, la sinovia, cartilagine, legamenti e il menisco, a parte a questo procura anche informazioni sulla stabilità della parte del menisco danneggiato. Nonostante tutti i vantaggi dell’artroscopia, questa non si usa per lo stabilimento della diagnosi perché si tratta di un intervento invasivo. Seppur minimamente invasivo, provoca un po’ di dolore e c’è anche un minore rischio per complicazioni (per esempio infiammazioni post-operatorie).

Trattamento conservativo

Numerose lesioni meniscali minori sono asintomatiche, specialmente in pazienti più anziani – di solito si tratta di rotture degenerative che non causano problemi. Anche rotture minori nella zona rossa possono spontaneamente guarire. Per questo di solito nella fase iniziale raccomandiamo il trattamento conservativo, cioè resto, crioterapia ed esercizi per il quadricipite. Se non c’è alcun miglioramento, specialmente riguardo il dolore, decidiamo per il trattamento operatorio.

Trattamento operatorio

Per il trattamento operatorio di solito decidiamo quando il dolore è presente in attività quotidiane e sportive, quando sono presenti durante l’esame solidi segni clinici per l’operazione, quando il trattamento conservativo non aiuta e quando non ci sono altre cause per il dolore e i problemi. Nella mobilità severamente limitata del ginocchio a causa del menisco danneggiato causato della lesione a manico di secchio, l’operazione dovrebbe essere effettuata al prima possibile.

Varie tecniche operatorie

Meniscectomia

Prima dello sviluppo dell’artroscopia, l’operazione più frequente era la rimozione completa del menisco o meniscectomia. A quel tempo l’importanza della funzione del menisco non era ancora adeguatamente studiata.

Resezione parziale o meniscectomia parziale

La tecnica artroscopica e numerosi studi biomeccanici che hanno dimostrato come il menisco è importante per il funzionamento ottimale del ginocchio hanno anche contribuito al fatto che anche dopo l’operazione cerchiamo di mantenere la maggior parte del menisco. Per questo asportiamo solo la parte danneggiata che non è stabile.

Riparazioni del menisco

Se la lesione del menisco si verifica nella zona rossa cerchiamo di mantenere il menisco con la riparazione. Per fare questo conosciamo numerose tecniche: »inside-out«, cioè dall’interno all’esterno, »outside-in«, dall’esterno all’interno e »all-inside«, tutto dall’interno. Negli ultimi due decenni questa tecnica si è sviluppata notevolmente, e per questo disponiamo di numerosi strumenti per la sutura del menisco e la riparazione di questo con innesti o frecce differenti. Dopo la meniscectomia parziale raccomandiamo il resto per circa una settimana, crioterapia ed esercizi per il quadricipite con il carico totale del ginocchio immediatamente dopo l’operazione. Dopo l’intervento di sutura del menisco consigliamo l’uso di stampelle, di ridurre il carico sulla gamba operata, l’uso dell’ortesi e terapia fisica.

LESIONI DI CARTILAGINE

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Cambiamenti sulla cartilagine articolare sono molto frequenti, queste sono scoperte in 70 percento artroscopie di ginocchio, in cui potrebbe trattarsi dell’usura o di lesione. Lesioni di cartilagine non guariscono spontaneamente, se non sono trattate, il danno rimane.

Trapianto di cartilagine

La cartilagine può essere sulla base cellulare trattata con la terapia con condrociti autologhi. Al paziente vengono impiantate cellule cartilaginee autologhe che derivano dalla cartilagine del paziente e vengono coltivate nel siero del paziente (fluido sanguigno senza cellule sanguigne). Le cellule appropriate moltiplicate fino ad un numero adeguato vengono posizionate su un tessuto di supporto, il che permette un impianto più facile e sicuro. I materiali usati come tessuto di supporto possono essere di origine vegetale o animale, e sono scelti se sono degradabili e se non causano infiammazioni nella cartilagine o episodi di rigetto.

Mosaicoplastica

In questo metodo di trattamento dalla parte del ginocchio meno caricata con l’aiuto di uno strumento vuoto preleviamo cilindri di tessuto osteocondrale (cioè porzioni ossee con la sovrastante cartilagine) e li innestiamo nel difetto cartilagineo che si trova sulla parte dell’articolazione più caricata. L’operazione è eseguita artroscopicamente e così gli effetti non desiderati di apertura di ginocchio sono diminuiti. Il metodo è adatto per lesioni minori (fino a cinque centimetri di superficie), il vantaggio è che il sito danneggiato viene riempito di cartilagine che è la stessa come quella di origine.

Microfratturazione artroscopica della cartilagine

Si tratta di un intervento minimamente invasivo che viene più frequentemente eseguito al ginocchio. In questo intervento sulla superficie danneggiata dell’articolazione con strumenti specifici creiamo fessure molto piccole. Con questo otteniamo che il sangue entri dal osso sotto la cartilagine danneggiata nell’area della superficie articolare danneggiata. Con il sangue entrano anche cellule e proteine che si trasformano sotto l’influenza di fattori locali nel tessuto connettivo cartilagineo. Questo tessuto è almeno parzialmente secondo le sue proprietà simile alla cartilagine ialina che copre l’articolazione sana e sostituisce la sua funzione. Similmente alle altre varianti del trattamento anche questo metodo è molto più efficace in danni delle parti minori della cartilagine e quando non ci sono alterazioni gravi sulle superfici ossee. Per un risultato migliore del trattamento dopo l’operazione è necessaria un’adatta terapia fisica individuale. Con questa si migliora specialmente la mobilità articolare e si rinforza la muscolatura vicino all’articolazione, nel caso del ginocchio specialmente i muscoli della coscia.

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Tratto dalla rivista MOVIMENTO, edizione speciale: Artros

http://www.artros.it


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Quanta attività fisica per conservare la cartilagine?

Cycling-imagesL’attività fisica si conferma con sempre maggiori evidenze scientifiche come uno dei segreti per una buona salute generale e per mantenere la funzionalità di muscoli, tendini e ossa. Ma, come spesso accade, anche in questo caso il concetto chiave è quello della giusta misura.

A livello tendineo, per esempio, un esercizio fisico regolare e moderato, aumenta il ricambio del collagene, rende le fibre più resistenti, migliora le potenzialità tensoelastiche e ha persino mostrato di agire positivamente sulle piccole infiammazioni; ma se si esagera, oltre ai sovraccarichi e ripetuti microtraumi, porta a una riduzione dell’apporto ematico, genera una situazione di anossia o sub-anossia in cui proliferano i radicali liberi che, come è noto, sono dannosi per le cellule.

Uno fra i più interessanti tra i contributi scientifici recenti riguarda però la cartilagine ed è stata presentata al meeting annuale della Radiological Society of North America (Rsna) tenuto lo scorso novembre a Chicago.

Con l’invecchiamento della popolazione, l’osteoartrosi di ginocchio sta diventando un serio problema globale se è vero, come affermano i Centers for disease control and prevention, che questa condizione colpisce un anziano di 85 anni su due e, entro il 2030, riguarderà 67 milioni di persone solo negli Stati Uniti.

In un precedente studio, i ricercatori della University of California di San Francisco avevano già evidenziato un’associazione tra l’attività fisica e la degenerazione della cartilagine e ora hanno approfondito la questione osservandone l’evoluzione in un gruppo di persone di mezza età lungo un periodo di quattro anni.

Le immagini ottenute con la risonanza magnetica permettono di rilevare le aree cartilaginee con più acqua e quindi lese, che hanno tempi di rilassamento trasversale T2 più lunghi. Con questa metodica, i ricercatori hanno analizzato le cartilagini di 205 adulti, dai 45 ai 60 anni, che avevano in precedenza partecipato a un’iniziativa di prevenzione e trattamento dell’osteoartrite di ginocchio messa in campo dal National Institutes of Health.

Ne è emerso che i soggetti abitualmente impegnati in attività fisiche intense, come la corsa, hanno un maggior grado di degenerazione delle cartilagini e sono quindi a maggior rischio di sviluppare osteoartrite.  Ma la sedentarietà non è una buona opzione, come conferma Thomas M. Link, il coordinatore dello studio: «quando abbiamo confrontato i dati fra i diversi gruppi di partecipanti, abbiamo evidenziato un aumento dei tempi T2 tra le persone maggiormente attive, ma lo stesso risultato si è avuto per coloro che hanno livelli di attività fisica particolarmente bassi; sembra che esista un livello ottimale di attività fisica in grado di preservare la cartilagine».

Come fanno notare gli autori dello studio, secondo le risonanze magnetiche standard i difetti cartilaginei appaiono irreversibili, ma i tempi di rilassamento T2 possono costituire un ottimo indicatore dei primi segni di degenerazione. «La cosa eccitante – riferisce il dottor Link – è che questo innovativo metodo di misurazione ci fornisce informazioni a livello biochimico e offre la possibilità di rilevare cambiamenti precoci che potrebbero essere ancora reversibili e prevenuti». Ed è ancora l’esercizio fisico, svolto però a intensità moderata, a costituire uno tra i più efficaci strumenti di prevenzione: nuotare o camminare, attività a basso impatto hanno un’azione benefica e contribuiscono a tenere sotto controllo l’obesità, un altro riconosciuto fattore di rischio per l’osteoartrosi di ginocchio.

Tratto da: http://www.orthoacademy.it/ginocchio/quanta-attivita-fisica-per-conservare-la-cartilagine/#sthash.JYHtD2f2.dpuf

Artros


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Gomito del Tennista (Epicondilite)

L’epicondilite laterale è un’infiammazione dolorosa dei tendini che collegano i muscoli dell’avambraccio alla parte esterna del gomito (epicondilo laterale). Questa condizione è nota anche come gomito del tennista, considerato che il tennis è l’attività sportiva che espone a maggior tensione le strutture muscolo-scheletriche interessate dal disturbo. Gomito del Tennista

L’epicondilite laterale è spesso determinata da un sovraccarico funzionale, cioè da un uso eccessivo e continuato del gomito, ed è tipica dei soggetti che, a causa di particolari attività sportive o professionali, sono costretti a ripetere determinati movimenti.
In particolare, il gomito del tennista è una tendinopatia inserzionale: il processo flogistico interessa l’inserzione dei muscoli epicondilei estensori dell’avambraccio, che originano dall’epicondilo laterale del gomito (localizzato in prossimità della sporgenza ossea nell’estremità inferiore esterna dell’omero). Il gomito del tennista è causato dunque da un’infiammazione a carico dei muscoli e dei tendini che si inseriscono nell’epicondilo laterale e che sono responsabili dell’estensione del polso o delle dita della mano.
In principio, il dolore associato all’epicondilite laterale interessa soltanto i tendini, soprattutto quando si compiono movimenti di estensione del polso contro una resistenza, e tende ad aumentare con le attività che richiedono il coinvolgimento dei muscoli nell’arto interessato. Con un abuso protratto nel tempo, la manifestazione dolorosa può irradiarsi lungo l’avambraccio e persistere anche a riposo, determinando la progressiva riduzione della funzionalità di mano, polso e gomito.

Cause e fattori di rischio

Abuso e traumi. Molte persone affette dal gomito del tennista svolgono attività lavorative o ricreative che richiedono l’uso ripetitivo e vigoroso dell’articolazione del gomito. Dolore gomitoL’epicondilite laterale è causata da un’infiammazione spesso determinata da un sovraccarico funzionale, che si verifica principalmente quando i muscoli e i tendini del gomito sono costretti a sforzi eccessivi. Inoltre, è stato dimostrato che ripetuti microtraumi o un danno diretto dell’epicondilo laterale, come un’eccessiva estensione dell’avambraccio o un movimento scorretto, causano più della metà di queste lesioni.
Attività. Gli atleti non sono le uniche persone in cui occorre il gomito del tennista. L’epicondilite laterale può insorgere a seguito di qualsiasi attività ripetuta che coinvolga la torsione o l’estensione del polso, il sollevamento di pesi e l’abuso dei muscoli dell’avambraccio.
Le attività che possono causare il gomito del tennista includono:

  • Sport con racchetta, come tennis, badminton e squash;
  • Sport da lancio, come il giavellotto o il disco;
  • Altri sport: golf e scherma;
  • Attività professionali che comportano movimenti ripetitivi delle mani e del polso: idraulico, muratore, carpentiere, macellai, cuochi, falegnami sarti e pittori;
  • Altre attività che sollecitano intensamente gomito e polso, come suonare il violino o utilizzare cesoie durante il giardinaggio.
Età. Il periodo di massima insorgenza dell’epicondilite è quello compreso tra i 30 e i 50 anni di età, anche se chiunque può essere colpito dal gomito del tennista qualora vi sia l’esposizione ai relativi fattori di rischio, come ad esempio:

  • Attività lavorative o ricreative. Persone che svolgono lavori che comportano movimenti ripetitivi del polso e del braccio hanno più probabilità di sviluppare il gomito del tennista.
  • Alcune attività sportive. Svolgere sport con la racchetta aumenta il rischio di sviluppare il gomito del tennista, soprattutto se si gioca per la prima volta, con una tecnica scarsa o con attrezzatura non adeguata (racchetta con le corde troppo tese o dal manico troppo corto) e muscoli della spalla e del polso poco allenati.

Segni e sintomi del gomito del tennista

I sintomi del gomito del tennista si sviluppano gradualmente. Nella maggior parte dei casi, il dolore inizia con lieve intensità e lentamente peggiora nel corso di settimane e mesi. In genere, non esiste una specifica lesione violenta associata all’esordio del quadro clinico.
Segni e sintomi dell’epicondilite laterale:

  • Dolore e gonfiore localizzati sulla parte esterna del gomito, in corrispondenza dell’epicondilo laterale;
  • Dolore nella parte esterna dell’avambraccio, appena sotto il gomito (in corrispondenza dei muscoli epicondilei che si innestano sull’epicondilo laterale). Il dolore può anche irradiarsi lungo l’avambraccio verso il polso e nella parte posteriore della mano;
  • Forza nella presa debole e dolorosa, anche mentre si stringono tra le mani piccoli oggetti, relativamente pesanti;
  • Peggioramento del dolore con i movimenti del polso, in particolare con l’estensione e i movimenti di sollevamento;
  • Rigidità mattutina.

I sintomi sono spesso peggiorati dalle attività dell’avambraccio, in particolare dai movimenti di torsione, come quando si gira una maniglia della porta o si apre un barattolo. Il braccio dominante è colpito con maggiore incidenza, tuttavia entrambi gli arti possono essere colpiti. Il dolore associato all’epicondilite laterale può essere di lieve o grave intensità (può essere avvertito anche quando il braccio viene tenuto a riposo). Un episodio di epicondilite laterale può durare, di solito, tra i sei mesi e i due anni. Tuttavia, la maggioranza delle persone tende a recuperare entro un anno.

Nota: il dolore che si verifica sul lato interno del gomito è conosciuto come gomito del giocatore di golf ed interessa l’epicondilo mediale, le cui inserzioni tendinee sono responsabili della flessione del polso verso il palmo della mano.

Epicondilite laterale: diagnosi

Se la condizione è causata da un’attività faticosa o ripetitiva, questa si dovrebbe evitare fino a quando i sintomi migliorano. Tuttavia, se il dolore al gomito persiste per diversi giorni nonostante il riposo, è consigliabile rivolgersi al proprio medico.
Diversi fattori devono essere presi in considerazione nel formulare la diagnosidi epicondilite laterale; questi includono l’entità dei sintomi che si sono sviluppati, eventuali fattori di rischio professionali e lo svolgimento di particolari attività sportive. Il paziente deve riportare la posizione esatta in cui è localizzato il dolore nel braccio, se si è verificato un episodio traumatico e se è affetto da altre patologie concomitanti (esempio: artrite reumatoide, neuriti, altre condizioni reumatiche o artrosiche del gomito). Durante l’esame obiettivo, il medico utilizzerà una serie di test per accertare la provenienza del dolore, attraverso la palpazione diretta e la contemporanea ricerca dei segni di tumefazione locale. Alcuni di questi esami includono:

  • Palpazione dell’epicondilo laterale: il medico esegue una pressione nel punto di inserzione dei muscoli epicondiloidei, mentre si chiede al paziente di muovere gomito, polso e dita;
  • Test di Cozen: valuta la presenza di dolore all’estensione contro resistenza di polso e dita a gomito esteso;
  • Test di Mills: rileva l’insorgenza del dolore alla pronazione forzata con polso flesso e gomito esteso.

Il medico può raccomandare ulteriori test per escludere altre cause alla base del disturbo:

  • Raggi X: per escludere l’artrite del gomito ed evidenziare eventuali calcificazioni.
  • Risonanza magnetica (MRI): può essere eseguita dinanzi al sospetto che l’insorgenza dei sintomi sia associata ad un problema al collo. Questo esame consente di evidenziare una possibile ernia del disco od un’artrite al collo. Entrambe queste condizioni spesso producono dolore al braccio.
  • Elettromiografia (EMG): il medico può ordinare un’elettromiografia per escludere la compressione di un nervo. Molte fibre nervose, infatti, decorrono a livello del gomito e i sintomi della loro compressione sono simili alle manifestazioni dell’epicondilite laterale.

Terapia conservativa del gomito del tennista

Il gomito del tennista è una condizione autolimitante; ciò significa che tende alla guarigione spontanea con il riposo. Tuttavia, il dolore può durare diverse settimane o mesi ed in tal caso alcuni trattamenti possono aiutare ad alleviare i sintomi e ad accelerare il recupero. Il trattamento convenzionale (non chirurgico) risulta avere successo in circa l’80-95% dei pazienti.

Il dolore associato al gomito del tennista dura, in genere, da sei a dodici settimane. Tuttavia, in alcune persone, il dolore può colpire il braccio per meno di tre settimane, mentre in altri pazienti il disturbo può essere persistente (da sei mesi a due anni). L’epicondilite, se non trattata adeguatamente, può recidivare o cronicizzare.
Il primo passo verso la guarigione consiste nel riposo del braccio colpito durante il periodo in cui l’infiammazione è in fase acuta. Inoltre, è fondamentale cercare di evitare per diverse settimane l’attività che ha provocato l’insorgenza del problema e che potrebbe ulteriormente aggravare il disturbo. Le applicazioni locali di un impacco freddo da porre contro il gomito per pochi minuti, più volte al giorno, possono contribuire a lenire il dolore e a ridurre il processo infiammatorio.
L’assunzione di antidolorifici, come il paracetamolo, può contribuire ad alleviare il dolore lieve causato dal gomito del tennista. Il medico può anche consigliare l’utilizzo di farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS), come l’ibuprofene o il ketoprofene. Oltre alle forme da assumere per via sistemica, i FANS sono disponibili anche come creme e gel da applicare a livello topico. L’applicazione locale, quindi direttamente su gomito e avambraccio, è spesso raccomandata per i disturbi muscolo-scheletrici, poiché può ridurre l’infiammazione e il dolore senza causare effetti collaterali come nausea e diarrea.
La fisioterapia può essere raccomandata se il gomito del tennista è più grave o persistente. Le tecniche di terapia manuale, come il massaggio e altre manipolazioni, possono aiutare ad alleviare il dolore e la rigidità dell’articolazione. Inoltre, il fisioterapista è in grado di mostrare al paziente gli esercizi specifici per mantenere il braccio in movimento e rafforzare i muscoli dell’avambraccio. Nel breve termine, potrebbe essere anche raccomandato l’utilizzo di un bendaggio di supporto o di un tutore, che impediscono i movimenti dolorosi, garantiscono il riposo dell’arto e alleviano i sintomi del gomito del tennista.
Talvolta, per il trattamento di forme particolarmente dolorose possono essere considerate delle iniezioni di corticosteroidi (infiltrazioni), che possono aiutare a ridurre il dolore, ma l’evidenza clinica che sostiene il loro utilizzo come trattamento efficace nel lungo termine è limitata.L’iniezione viene effettuata direttamente nella zona dolorosa a livello del gomito, previa somministrazione di un anestetico locale.
Infine, se i sintomi non migliorano dopo almeno un anno di terapia conservativa, possono essere presi in considerazione trattamenti invasivi, come la chirurgia.

Trattamento chirurgico dell’epicondilite laterale

Se i sintomi non rispondono dopo 6 – 12 mesi di trattamenti convenzionali, il medico può raccomandare un intervento chirurgico.
La maggior parte delle procedure per il gomito del tennista può comportare:

  • La rimozione della parte di tessuto danneggiata, per alleviare i sintomi dolorosi;
  • La disinserzione parziale dei tendini estensori del polso e delle dita;
  • La scarificazione con cruentazione locale dell’epicondilo (a livello dell’inserzione dei muscoli infiammati): parte dell’osso viene sottoposto a perforazioni multiple per garantire un aumentato apporto ematico che favorisce la guarigione

L’approccio chirurgico adatto al paziente dipende da una serie di fattori, che includono la gravità del danno, le caratteristiche fisiche dell’individuo e le sue condizioni di salute generali. Il trattamento chirurgico può essere effettuato a cielo aperto oppure per via artroscopica. Entrambi gli interventi chirurgici sono eseguiti in day hospital e raramente richiedono il pernottamento in ospedale.
Rischi chirurgici. Come per qualsiasi intervento chirurgico, esistono dei rischi connessi alle procedure. Le complicazioni più comuni da considerare sono:

  • Infezione;
  • Danni a Nervi e vasi sanguigni;
  • Necessità di riabilitazione prolungata;
  • Perdita di forza;
  • Perdita di flessibilità;
  • Necessità di un ulteriore intervento chirurgico.

Riabilitazione. Dopo l’intervento chirurgico, il braccio può essere immobilizzato temporaneamente con un tutore. Dopo circa una settimana, i punti di sutura sono rimossi, così come il supporto e vengono avviati gli esercizi idonei per ripristinare la funzionalità del gomito. Entro 2 mesi dall’intervento chirurgico, sono organizzati graduali esercizi di rafforzamento. Dopo circa 4 – 6 mesi dall’intervento e previa consultazione medica, sarà possibile tornare all’attività atletica. La chirurgia applicata al gomito del tennista è considerata di successo in circa l’80-90% dei pazienti. Tuttavia, non è raro accusare una perdita di forza nell’arto interessato. Gli esercizi di riabilitazione, pianificati insieme al medico e al fisioterapista, sono fondamentali per il recupero.

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 Tratto da: http://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/gomito-del-tennista-epicondilite.html#4

Artros


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Traumi da attività sciistica

Come prevenirli, come affrontarli.

activities-Snowboarding_Or_Skiing_Experience-21369125902Lo sci è un’attività sportiva praticata da un numero elevatissimo di persone, spesso nel contesto di condizioni meteorologiche negative e senza un’adeguata preparazione atletica.

Negli ultimi anni l’incidenza delle lesioni traumatiche dovute a cadute o a scontri fra sciatori è notevolmente aumentata. Chi scia a livello dilettantistico non riesce facilmente a rendersi conto del proprio stato di affaticamento e spesso non conosce o sottovaluta le reali condizioni della pista.

Da alcuni anni, comunque, fra le patologie degli sciatori si osservano lesioni che non sono provocate dal trauma dello sci vero e proprio perché le tecnologie, con gli attacchi di sicurezza calibrati che liberano lo sci in caso di caduta, limitano questi danni. Sono provocate, invece, dall’eccessivo affollamento delle piste che aumenta in maniera esponenziale l’errore umano.

Se analizziamo le statistiche dei traumi riportati dagli sciatori, si nota come le fratture (51,5%) siano superiori alle distorsioni (28,75%). La gamba è interessata nella percentuale del 31%, il ginocchio nel 13%, il I dito della mano net 3,15%. Lo stiramento del legamento collaterale mediale del ginocchio è in testa alla classifica degli infortuni.

In sintesi i distretti classicamente interessati nella traumatologia da sci sono:

Il ginocchio

Anatomia-ginocchioLe superfici articolari di rotula, tibia e femore, in una caduta o in uno scontro con altro sciatore, possono riportare una contusione alla superficie articolare, con lesione della cartilagine articolare (frattura o microfrattura condrale).

I menischi, i legamenti crociati e i legamenti collaterali da soli o associati possono essere interessati da un trauma
da sci.
Le lesioni al menisco, soprattutto il mediale, sono evenienze tutt’altro the rare nello sciatore e solitamente provocate da un movimento di flessione del ginocchio associato a rotazione del piede indotto dal gesto atletico o da un malfunzionamento degli attacchi durante una caduta.

La lesione dei legamenti crociati, più frequentemente l’anteriore, si verifica quando l’articolazione viene sollecitata in modo abnorme tendendo il legamento o in iperestensione di ginocchio o in flessione-torsione dello stesso con pulsione anteriore o posteriore delta tibia rispetto al femore, La lesione dei crociati viene classificata in diversi gradi in base alla gravità di compromissione delle fibre legamentose;

Il legamento collaterale mediale, la cui funzione meccanica è la stabilizzazione del ginocchio al suo lato “interno” durante il movimento, viene solitamente leso per una spinta laterale al ginocchio con piede fisso a terra. È il caso dello sciatore che cade in avanti senza che si sgancino gli sci finendo a terra in posizione “a rana”.

La spalla

bigstock-Shoulder-bursa-bursitis-AlilaLa lesione della cuffia dei rotatori si può realizzare per una causa traumatica violenta, o può nascere da un’irritazione dei tendini dovuta all’iperuso funzionale cui segue una fase di infiammazione. Perdurando lo stimolo irritativo, si restringe lo spazio articolare causando un conflitto tra il tendine e la parete ossea sovrastante durante il movimento; ciò perpetua la sofferenza del tendine facendolo degenerare sino alla rottura, parziale o completa. Spesso l’alterazione articolare conseguente alla lesione della cuffia produce l’irritazione del capo lungo del bicipite brachiale e della guaina che l’avvolge nel tratto in cui scorrono sulla testa omerale.

Le lesioni dell’articolazione acromion-claveare sono provocate da un urto diretto alla faccia laterale della spalla o per caduta o per collisione con un altro sciatore; ciò produce un danno la cui estensione e profondità possono giungere, attraverso lo stadio di stiramento e parziale lacerazione, sino alla completa rottura della capsula e di tutto il complesso legamentoso dando cosi origine ad una lussazione acromionclaveare, II dolore all’apice della spalla, di tale intensità da impedire ogni movimento, è il sintomo principale delle lesioni di quest’articolazione; in caso di franca lussazione dell’acromion-claveare si noterà una deformità alla spalla legata allo spostamento della clavicola verso l’alto, rispetto all’acromion.

Per quanto riguarda le lesioni dell’articolazione glenoomerale, come sappiamo è costituita dall’estremità sferoidale della testa omerale che ruota su una superficie della scapola, detta glena consentendo al braccio di compiere una rotazione vicina ai 360° nello spazio.

Oltre alla capsula articolare, ad una struttura di contenimento appoggiata al bordo glenoideo scapolare, detta cercine ed ai legamenti la stabilità articolare è affidata ad un complesso di muscoli che sovrapponendosi in vari strati mantengono “centrata” la testa omerale sulla glena scapolare durante il movimento.

Come per l’acromion claveare una sollecitazione del braccio, durante uno sforzo od un contrasto, provoca una lesione delle struttura capsulare, legamentosa e muscolare che può condurre alla lussazione dell’omero, ovvero alla perdita del fisiologico contatto tra omero e scapola.

A differenza dell’acromion claveare, la cui lussazione avviene in un solo piano dello spazio, la lussazione omerale, grazie all’ampiezza dell’arco di movimento, può prodursi in diversi piani (anteriore, posteriore, ascellare…).

In realtà nello sportivo il 95% delle lussazioni gleno omerali è anteriore e si produce per un trauma prodotto mentre il braccio è alzato ed extrarotato.

Talora, in seguito ad un episodio di lussazione, si verificano le recidive, e cioè episodi di lussazione gleno-omerale anche per movimenti banali; ciò è dovuto alla lassità dei tessuti coinvolti nel primo episodio e in tale caso si definirà la lussazione di spalla come “abituale o recidivante”.

Il polso

b_14_1_2aSia un trauma diretto, ovvero una caduta che coinvolga l’articolazione del polso, sia un trauma indiretto, ovvero una leva provocata dall’impugnatura del bastoncino con l’ausilio del laccio, sono in grado di provocare lesioni a carico sia dello scheletro che delle strutture capsulo legamentose. Per quanto riguarda lo scheletro, sono più a rischio di frattura la parte distale del radio e dell’ulna, lo scafoide e le falangi.

Assai più frequenti delle fratture sono i traumi distorsivi, che colpiscono la regione articolare composta dal radio e dalle ossa scafoide e semilunare e quelli che colpiscono la regione metacarpo falangea del primo dito. Una caratteristica lesione da sci e a carico del I dito e, in particolare, a carico della articolazione metacarpofalangea del lato ulnare, articolazione nella quale si può rompere il legamento metacarpofalangeo per la scorretta impugnatura della racchetta.

Questa lesione, detta anche “pollice dello sciatore”, viene prodotta urtando con la punta del pollice la neve durante una caduta. Ciò può causare la rottura, parziale o totale, del legamento collaterale ulnare, componente indispensabile alla stabilità articolare nel movimento di “pinza” tra pollice ed indice. Con un meccanismo analogo possono verificarsi le rotture dell’espansione terminale del tendine estensore all’ interfalangea distale delle ultime dita (dal secondo al quinto).

Capo e rachide cervicale

Sono legati soprattutto a tre fattori: aumento della velocità di discesa, incremento dei praticanti con aumento della densità di sciatori sulla pista, urti contro ostacoli naturali (alberi, rocce…) durante i fuoripista o contro ostacoli non segnalati o non protetti (piloni di funivia, tralicci di cavi…ecc.).

II risultato è un incremento di traumi al capo, commotivi o meno, cosi come un aumento delle distorsioni del rachide cervicale legate a traumi del capo con iperestensione del collo. I danni possono spaziare da lesioni muscolari e capsulo-legamentose di lieve entità fino a lussazione o frattura di corpi cervicali, con danno del midollo spinale cui possono conseguire lesioni irreversibili ed invalidanti.

Fratture di femore e tibia

imagesSHNYNFSRTali fratture, pur essendo diminuite rispetto ad un recente passato grazie ai progressi in tema di sicurezza degli attacchi e degli scarponi, rappresentano ancora un capitolo cospicuo della traumatologia dello sciatore.

Diverse dallo sci, invece, le lesioni the vengono provocate dalla pratica dello snow-board: predominano i traumi agli arti superiori, seguiti da traumi alla testa e da quelli agli arti inferiori (principalmente la caviglia). È di interesse il fatto che tra i rider traumatizzati quelli con frattura sul totale sono in percentuale doppia (28%) rispetto agli sciatori
(14%). La maggior parte di tali fratture riguarda il polso.

Per quanto riguarda i traumi non fratturativi le lesioni tipiche sono localizzate soprattutto alle spalle, dove si verificano sublussazioni dell’articolazione acromionclaveare e dell’articolazione sterno-claveare; frequenti sono i traumi del polso e della mano per la mancanza di racchette.

Per gli arti inferiori gli infortuni al femore, tibia e perone sono di solito il risultato di un trauma diretto contro un oggetto statico o contro un altro sciatore/rider. Per il ginocchio la maggior parte dei traumi alle ginocchia avviene a snowboarder con un solo piede agganciato (ski lift, …).
Lo snowboard è comunque meno peicoloso per le ginocchia che non lo sci perché:

a) mentre sulla tavola, con entrambi i piedi aggancianti agli attacchi, qualunque forza di torsione dovesse esserci provocherebbe la torsione di tutto il corpo poiché entrambe le gambe e il busto devono muoversi nella stessa direzione, non è la stessa cosa nello sci, dove una gamba può girarsi all’interno o all’esterno indipendentemente dal movimento del resto del corpo; direzione, non è la stessa cosa nello sci, dove una gamba può girarsi a l l ’ i n t e r n o o a l l ’ e s t e r n o indipendentemente dal movimento del resto del corpo;

b) una tavola ha solo due lamine the possono spigolare improvvisamente sulla neve al contrario delle quattro per gli sci;

c) le tavole da snowboard sono più corte degli sci, ciò riduce il braccio di leva della forza prodotta dalla torsione.

Gli infortuni alle caviglie sono particolarmente comuni dopo i salti per una combinazione di forte compressione e torsione. Ciò potrebbe portare alla distorsione della caviglia o ad un trauma peggiore detto “la caviglia dello snowboarder”. Si tratta delta frattura dell’ipofisi laterale dell’astralago scambiata spesso per una forte distorsione.

Gli infortuni alla spina dorsale non sono frequenti e si verificano in due modi:

a) come risultato di un salto che non è andato bene, con un atterraggio in una posizione scomoda sulla schiena o sul collo, o su qualcuno o qualcos’altro;

b) in seguito ad una brusco stop, lo snowboarder atterra pesantemente sul sedere e l’energia è trasmessa su per la spina dorsale causando fratture da schiacciamento della colonna vertebrale.

Consigli utili per prevenire gli incidenti sulla neve:
• Curare nei minimi dettagli la preparazione atletica, da svolgere nei mesi che precedono la stagione invernale. La preparazione fisica deve essere finalizzata a recuperare il tono muscolare dell’intero corpo, irrobustire i muscoli della schiena, rendere elastiche le articolazioni (caviglia, anca, ginocchio). Per chi intende dedicarsi allo sci di fondo può essere utile un allenamento preliminare con appositi “sci a rotelle” su strada, per abituare i propri arti inferiori al movimento tipico del fondista. In mancanza di questo tipo di allenamento, può comunque risultare utile l’esecuzione di un programma aerobico per migliorare le doti di resistenza (cyclette, marcia, nuoto, eseguiti a velocità moderata,
per almeno 40-60 minuti ogni 3-4 giorni).

• Scegliere materiali resistenti e collaudati.

• Controllare spesso la perfetta funzionalità di tutto il kit: sci, attacchi, scarponi e racchette. Verificare se i ganci delle calzature sono a posto e se gli attacchi sono regolati secondo il vostro peso e le vostre capacità atletiche.
• Raddoppiare in pista la concentrazione, in particolare all’inizio e alla fine della giornata sulla neve. È stato provato, infatti, che la maggior parte degli incidenti sugli sci avvengono durante la prima ora (a muscoli freddi) o in ultima discesa.
• Prudenza soprattutto nelle ore di punta, quando la pista è più affollata, controllando – e cercando di prevedere – i movimenti degli altri sciatori più vicini.
• Percorrere sempre una pista adatta alle proprie capacità tecniche, evitando i “fuori pista”.
• Non lanciarsi a forte velocità perché si rischia di perdere il controllo degli sci; evitare le gare in mezzo alla folla, le curve a raggio troppo largo, le acrobazie inutili.

II preoccupante aumento di incidenti anche mortali in pista, ha costretto il legislatore italiano a porre fine ad una sostanziale mancanza di regole di prevenzione e sicurezza. Con Ia pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 5 Gennaio 2004 delta Legge n. 363/2003, è entrata in vigore la prima legge italiana destinata a regolare gli sport sulla neve all’interno di aree sciabili attrezzate.

Si tratta di un intervento normativo finalizzato ad introdurre regole e prescrizioni di sicurezza obbligatorie per i gestori degli impianti e per i loro utenti. Escludendo lo sci alpinismo o il fuori pista, sui percorsi di discesa battuti dallo spazzaneve gli utenti devono essere protetti da ostacoli presenti lungo le piste con adeguate protezioni e segnalazioni di pericolo e devono potere disporre di postazioni per il pronto soccorso; i gestori sono inoltre obbligati a segnalare le cattive condizioni del fondo e a chiudere la pista in caso di pericolo o di non agibilità.
La seconda parte della legge introduce, invece, regole di comportamento e sicurezza per l’utente di aree sciistiche attrezzate: velocità, precedenza, sorpasso, incrocio, stazionamento, omissione di soccorso, transito e salita. L’obbligo di dare precedenza viene imposto allo sciatore a monte. In particolare, va proibito allo sciatore che sopraggiunge da dietro di sfiorare lateralmente lo sciatore che lo precede.

E se non si è medici, può essere rischioso prestare al ferito “l’assistenza occorrente” prescritta dall’art. 14, dato che è sconsigliato o addirittura proibito intervenire su un ferito senza avere la preparazione medica necessaria (si pensi al trauma cranico o cervicale); per i non addetti ai lavori, è più agevole comunicare immediatamente al gestore l’avvenuto incidente.

Tratto da: http://www.tuttosanita.it/PugliaSalute/Anno2004/PugliaSaluten%C2%B011%20PDF/sci_ortopedia_17_19.pdf

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Lesioni muscolari: trattamento con PRP

Nell’ organismo ci sono muscoli volontari e muscoli involontari, che hanno strutture e funzioni diverse tra loro.
I muscoli scheletrici o volontari costituiscono circa il 40% del peso corporeo. Ogni muscolo scheletrico contiene, al suo interno, un certo numero di fasci muscolari. Ciascuno di essi è costituito da un insieme di cellule muscolari che si definiscono FIBRE MUSCOLARI. Ogni fibra muscolare è formata a sua volta da elementi più piccoli chiamati MIOFIBRILLE, che si estendono per tutta la sua lunghezza. Ogni miofibrilla è costituita da elementi ripetitivi chiamati SARCOMERI, che rappresentano le unità fondamentali del muscolo e che gli conferiscono la tipica striatura. Le striature a bande chiare e scure, sono dovute all’alternanza di diversi tipi di filamenti proteici più piccoli all’interno dei sarcomeri. Ogni sarcomero si compone, infatti, di due filamenti proteici: un filamento formato da una proteina globulare chiamata ACTINA e  filamenti più spessi costituiti da un’altra proteina, la MIOSINA. La contrazione del muscolo avviene quando le molecole di actina scorrono su quelle di miosina e vi si sovrappongono. Questo scorrimento avviene in ogni miofibrilla e la accorcia.

I muscoli scheletrici sono detti VOLONTARI perché controllati attivamente dal sistema nervoso centrale. Essi si contraggono velocemente e sviluppano grande potenza: liberano molta energia in poco tempo, ma si stancano rapidamente. Sono avvolti da una guaina di rivestimento e nella parte centrale si riconosce un ventre che si inserisce sulle ossa attraverso dei cordoni fibrosi biancastri di tessuto connettivo chiamati TENDINI.
Le lesioni muscolari sono molto frequenti nello sport e la loro incidenza varia fra il 10 ed il 55% di tutti i traumi da sport (Jarvinen, 1997).
Le lesioni muscolari possono essere determinate da un Trauma Diretto più frequente negli sport di contatto (pallacanestro, calcio, rugby) o da un Trauma Indiretto più frequente negli sport individuali (tennis, atletica leggera).
Il danno muscolare si produce anche come conseguenza di fattori predisponenti intriseci (carenza di allenamento, affaticamento muscolare, squilibrio tra muscoli agonisti ed antagonisti, età) ed estrinseci (situazioni climatiche, situazioni ambientali)

Quali sono le lesioni muscolari?

Il trauma muscolare può prodursi per un trauma diretto o indiretto.
Nel trauma diretto la forza agisce sul muscolo schiacciandolo contro i piani profondi: il danno prodotto varia dalla semplice contusione fino alla rottura muscolare.
Nel trauma indiretto, in cui manca il contatto diretto contro una forza traumatica, si può ipotizzare una disfunzione neuro-muscolare: improvviso allungamento passivo del muscolo per effetto di una forza di trazione applicata durante la fase di contrazione  oppure una troppo rapida contrazione del ventre muscolare a partire da uno stato di rilasciamento completo.
In entrambe le lesioni da trauma diretto e indiretto, essendo il tessuto muscolare molto vascolarizzato, si forma un ematoma.

Le lesioni possono distinguersi in:

Traumi diretti:

  • Lesione di  I grado: rottura di poche fibre muscolari
  • Lesione di II grado: rottura di un discreto quantitativo di fibre muscolari
  • Lesione di  III grado: interruzione quasi totale o totale del ventre muscolare

Traumi indiretti:

  • Contrattura: alterazione diffusa del tono muscolare che provoca dolore a distanza dall’attività sportiva  e si localizza con difficoltà
  • Stiramento: alterazione funzionale delle miofibrille, acuta, si manifesta durante l’attività sportiva con ipertono e dolore ben localizzato
  • Strappo: lacerazione di un numero variabile di fibre muscolari accompagnato da dolore acuto e violento nel corso di un’attività sportiva. A seconda della quantità di muscolo lacerato si distinguono tre gradi.

Nonostante la dimensione del problema, il trattamento è prevalentemente non chirurgico, basandosi sulle fisiologiche capacità rigenerative del tessuto: riposo funzionale, ghiaccio, bendaggio compressivo e elevazione dell’arto leso.

Risultati incoraggianti, anche se ancora ad uno stadio iniziale, sono stati osservati in seguito a stimolazioni con fattori di crescita anche nel muscolo lesionato.
La limitazione all’utilizzo del PRP negli ultimi anni è dovuta al fatto che, trattandosi di una terapia con fattori di crescita, è stata classificata dalla WADA tra le procedure proibite fino all’anno 2010. Dopo molte discussioni, è stato chiarito che le attuali formulazioni del PRP non sono in grado di determinare un aumento delle prestazioni che vadano oltre quelle presenti nel caso di normale ritorno alle condizioni fisiologiche del tessuto. Perciò, poiché l’uso a scopo terapeutico del PRP non viola lo spirito delle competizioni sportive, esso è stato rimosso dalla lista delle procedure proibite del 2011.

In cosa consiste?

Il PRP contiene numerosi elementi bioattivi osservati nel tessuto muscolare in guarigione, ed è stato quindi suggerito qualorthokine terapijae possibile trattamento per accelerare tale processo. Si è visto che diversi fattori di crescita in esso contenuti svolgono un ruolo chiave nella rigenerazione muscolare e nella miogenesi.

Il PRP viene ottenuto prelevando del sangue dal soggetto che deve essere trattato. Dopo il prelievo il sangue viene sottoposto a processi di centrifugazione e separazione cellulare dando origine alla nuova sostanza molto più ricca di piastrine e dei relativi fattori di crescita. Il prodotto finale è rappresentato o da una soluzione liquida o da un gel applicabili sulle lesioni da trattare.
L’attivazione del PRP viene effettuata al momento in cui esso viene utilizzato: le sostanze impiegate per l’attivazione sono il calcio (sotto forma di cloruro o gluconato) e la batroxobina (un enzima ad attività procoagulante).
Il prodotto attivato viene infiltrato direttamente nella lesione muscolare sotto controllo ecografico.

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Quali sono gli effetti?

Ai controlli successivi di RM dei soggetti trattati  si è evidenziata una cicatrice stabile senza eccesso di fibrosi. Questo è un risultato estremamente rilevante perchè numerosi dati in letteratura indicano che una incompleta guarigione del tessuto e la presenza di fibrosi costituiscono un importante fattore di rischio per un secondo infortunio.
Un accelerato tempo di recupero sarebbe quindi del tutto inutile in presenza anche solo di uno di questi due reperti.
Le stimolazioni con PRP consentono un recupero precoce dell’atleta, ma consentono anche di restituire una migliore qualità del tessuto rigenerato in modo da ottenere un recupero della forza muscolare e un minor rischio di recidive o di nuove lesioni a monte o a valle della lesione originaria.
Si è osservato anche una diminuzione del dolore già dopo la prima applicazione di PRP, verosimilmente correlata con gli effetti antiinfiammatori che studi precedenti avevano attribuito a queste preparazioni.
Se da un lato questo rappresenta un risvolto positivo nella gestione del paziente e nella sua adesione alla terapia, dall’altro è un dato di cui bisogna tenere conto nell’impostare il protocollo riabilitativo. Diminuendo il dolore, le preparazioni permettono infatti al paziente una più rapida mobilizzazione e danno la sensazione allo stesso di poter sopportare carichi riabilitativi che potrebbero invece risultare dannosi.

prp muscoliMuscolo adduttore lungo. RM di lesione a 0 e 14 giorni, proiezione coronale.

 

A chi è rivolto?

Considerato che le infiltrazioni di PRP consentono una migliore qualità del tessuto rigenerato del muscolo e un miglior controllo del dolore e che non si tratta di procedure molto invasive con costi contenuti, oggi la loro applicazione è stata estesa anche ai soggetti che non praticano sport a livello agonistico.

Tratto da: http://www.sanitafacile.it/blog/lesioni-muscolari-trattamento-prp/#sthash.46TNjkzg.dpuf

 

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