Artros

Clinica ortopedica


Lascia un commento

Lussazione della spalla

Articolazione della spalla e lussazioni

La spalla è una zona del corpo umano estremamente complicata perché formata dall’insieme di ben 5 articolazioni. Tra queste la principale viene chiamata scapolomerale o glenomerale poiché mette in comunicazione la testa dell’omero con la cavità glenoidea della scapola. Lussazione della spallaL’insieme di queste cinque articolazioni, azionate da numerosi gruppi muscolari (ventisei muscoli in tutto), fa della spalla “l’articolazione” più mobile del nostro organismo. Tutta questa mobilità permette l’esecuzione di movimenti molto complessi ma diminuisce la stabilità dell’intera regione. L’articolazione della spalla è comunque protetta da numerosissime strutture anatomiche stabilizzatrici capitanate dai muscoli e dai tendini che formano la cuffia dei rotatori.

In particolari situazioni, come una forte contusione, tale protezione non riesce ad impedire che la testa dell’omero fuoriesca dalla sua normale sede, senza ritornarci spontaneamente. Si parla in questi casi di lussazione della spalla o lussazione glenomerale.

Questa importante articolazione può essere colpita da due diverse tipologie di lussazioni. La più frequente (95% dei casi), soprattutto nelle persone giovani ed attive, è la lussanzione anteriore in cui l’omero viene deviato in avanti e in basso, come riportato in figura.

La lussazione posteriore è invece molto meno frequente ed un po’ più complicata da trattare.

LUSSAZIONE

La lussazione o slogatura è un evento traumatico che causa la perdita dei rapporti reciproci tra i capi articolari di un’articolazione. Lo slittamento a livello cartilagineo delle due estremità ossee è consentito dalla rottura, almeno parziale, della capsula e dei legamenti che stabilizzano l’articolazione. Talvolta a tali lesioni si associano quelle della cartilagine articolare, dei vasi, delle ossa, della cute (lussazione esposta) e dei nervi.

Le lussazioni si dividono in complete ed incomplete. Nel primo caso vi è una netta separazione tra le due superfici articolari, mentre nel secondo i capi ossei rimangono parzialmente in contatto tra di loro. In entrambi i casi è necessario un intervento esterno per riportare in sede le due superfici articolari fuoriuscite.

La lussazione della spalla può causare la rottura di numerose strutture anatomiche (legamenti, ossa, cute, cartilagine articolare, muscoli e capsula). In particolare circa il 90% delle lussazioni anteriori si accompagna al distacco del labbro glenoideo, una sorta di guarnizione che permette lo scivolamento dell’omero sull’omonima cavità della scapola.

Dopo la lesione questo labbro cartilagineo tende a riposizionarsi spontaneamente e a cicatrizzare ma talvolta assume una posizione viziata che ne diminuisce la funzionalità. Questa condizione, chiamata lesione di Bankart, è una tra le più comuni cause di lussazioni ricorrenti e per questo, specie nei soggetti più giovani, viene spesso trattata chirurgicamente.

La lussazione si può accompagnare anche alla rottura della testa dell’omero che viene spinta violentemente contro il margine anteriore della cavità glenoidea (lesione di Hill Sachs). Anche questa frattura aumenta il rischio di lussazioni ricorrenti ma è più frequente negli anziani rispetto ai giovani.

 

Cause e fattori di rischio

La lussazione della spalla è una lesione piuttosto comune negli sport di contatto come l’hockey, il basket, il rugby, il baseball, lo sci e la lotta. Tale condizione si registra più frequentemente negli uomini rispetto alle donne (9:1) e nei giovani rispetto agli anziani.

I meccanismi lesivi sono diversi ma tutti riconducibili ad un forte evento traumatico che fa disclocare l’omero dalla sua sede naturale:

  • caduta in appoggio su braccio extraruotato (quando si cade si tende a ruotare il braccio verso l’esterno in modo da creare un solido punto di appoggio per proteggere il resto del corpo)
  • forte trauma su braccio intraruotato ed addotto (lussazione posteriore)
  • caduta sul versante laterale della spalla
  • brusco movimento del braccio sopra la testa(lancio del baseball)
  • violento strattonamento del braccio all’indietro e verso l’esterno da parte di un avversario
  • violenta collisione della spalla contro un ostacolo o un avversario
  • iperlassità congenita (naturale predisposizione all’instabilità) o acquisita (in seguito a precedente lussazione)
  • insanabilità cronica della spalla dovuta a sovrallenamento (sovraccarico cronico dei muscoli stabilizzatori)

 

Sintomi

  • Impossibilità di movimento
  • Il braccio rimane penzolante, extraruotato e vicino al corpo (lesione anteriore)
  • Dolore violento e fastidioso
  • La spalla, alla palpazione, perde la caratteristica rotondità

 

Diagnosi

La diagnosi di lussazione spesso è piuttosto immediata, dato che il danno articolare è visibile ad occhio nudo o comunque palpabile. Tuttavia per avere un quadro clinico completo è bene sottoporsi, prima del riposizionamento, ad indagini diagnostiche come radiografie e risonanza magnetica. Tali esami sono in grado di evidenziare eventuali complicanze (fratture ossee, lesioni di vasi, nervi ecc.). L’esame radiografico andrà poi ripetuto dopo l’intervento di riposizionamento per verificare l’allineamento articolare. Nel caso si voglia evidenziare correttamente una lesione posteriore bisogna invece avvalersi di tecniche radiografiche speciali.

 

Trattamento e riabilitazione

Come tutte le slogature, anche la lussazione della spalla necessità di un intervento di riduzione (riposizionamento) tempestivo. Tale manovrà dev’essere eseguita esclusivamente da un medico, solitamente dopo un esame radiografico di accertamento. Spesso tale intervento viene svolto in anestesia locale per limitare il dolore.

Riabilitazione lussazioneDopo aver riposizionato l’omero nella sua posizione fisiologica ed aver eseguito una seconda radiografia, il braccio viene immobilizzato tramite un tutore che lo manterrà aderente al corpo per almeno una o due settimane (solitamente in rotazione interna con l’avambraccio aderente al corpo anche se secondo alcuni recenti studi l’immobilizzazione in rotazione esterna, seppur scomoda, sarebbe più efficace).

Soprattutto nelle lesioni ricorrenti si consiglia di iniziare esercizi di mobilitazione precoce associati ad un successivo programma di potenziamento muscolare. Nei giovani atleti si tende invece a prolungare l’immobilità per favorire la completa guarigione delle strutture anatomiche lesionate. Anche in questi casi è comunque importante eseguire regolarmente esercizi di mobilizzazione precoce del polso, della mano e del gomito.

Statisticamente, le probabilità di lussazioni recidive alla spalla sono maggiori nei pazienti di età inferiore ai 30 anni (circa l’80% dei casi). Al di sopra di questa età le probabilità di una futura lussazione diminuiscono significativamente.

Anche per questo motivo il trattamento riabilitativo si differenzia in base all’età del soggetto, alla gravità della lussazione e alla recidività della patologia. E’ infatti di FONDAMENTALE importanza evitare nuovi episodi lussativi dato che ad ogni nuova slogatura aumenta considerevolmente il rischio di danneggiare strutture anatomiche importanti. Per questo l’intervento chirurgico diviene quasi d’obbligo in caso di frequenti lussazioni.

Una lussazione trascurata può causare, con il passare del tempo, dei fenomeni degenerativi della cartilagine articolare o comunque compromettere seriamente la funzionalità della spalla (dolore, deficit di forza, alterazioni della sensibilità).

Per questo motivo e per per contrastare il pericolo di nuovi episodi lussativi nei giovani atleti si procede spesso con un riposizionamento in artroscopia del labbro glenoideo e dei legamenti articolari. I risultati dell’intervento sono solitamente molto buoni dato che circa il 95% dei pazienti riprende le normali attività sportive e quotidiane senza subire nuove lussazioni. L’efficacia di tale intervento è sovrapponibile a quella della tradizionale tecnica a cielo aperto che abbassa ulteriormente il rischio di recidive ma è piuttosto invasiva. I tempi di guarigione dopo intervento chirurgico sono mediamente compresi tra i 45 ed i 180 giorni mentre per il trattamento conservativo attività fisiche leggere possono essere intraprese già dopo 2-4 settimane dalla lesione.

Tratto da: http://www.my-personaltrainer.it/lussazione-spalla.html

 

Artros

Annunci


Lascia un commento

Mialgia: cause, sintomi frequenti e rimedi

1. LA MIALGIA

mialgia2-300x300La mialgia è un dolore muscolare che può interessare un muscolo oppure più muscoli; i muscoli risultano contratti e al tatto provocano dolore.

Il dolore si manifesta anche in modo improvviso dopo una contrazione involontaria del muscolo oppure può essere provocato dalla rottura di una struttura interna al muscolo a causa di un trauma oppure può dipendere da infiammazioni virali.

La mialgia è stata classificata in base alle cause scatenanti in:

  • MIALIGIA TRAUMATICA;
  • MIALGIA VIRALE;
  • MIALGIA PARASSITARIA;
  • MIALGIA REUMATICA;
  • MIALGIA DA AFFATICAMENTO.

Il dolore provocato dalla patologia può essere lieve con manifestazioni sporadiche oppure intenso e cronico.

2. LE CAUSE

La mialgia può essere localizzata o generalizzata e le cause più frequenti sono:

  •  muscolo sotto stress (solitamente causata dallo svolgimento intenso di esercizi o sforzi fisici);mialgia3-300x208
  •  infezioni provocate da virus influenzali;
  •  farmaci (ad esempio le statine);
  •  batteri;
  •  vaccini;
  •  stiramento muscolare;
  •  traumi (ad esempio distorsioni e contusioni);
  •  poliomelite;
  •  lupus erimatoso sistemico;
  •  fibromialgia;
  •  rabdomiolisi;
  •  polimialgia reumatica;
  •  trichinosi;
  •  polimiosite.

3. I SINTOMI FREQUENTI

La patologia si manifesta attraverso il dolore, lieve oppure intenso, che si manifesta ai muscoli o ad un muscolo specifico. Il dolore a volte può essere riflesso manifestandosi a livello osseo, nei tendini e nei legamenti.

Solitamente il dolore colpisce un muscolo quando la causa è legata ad un trauma o ad affaticamento, mentre colpisce tutti i muscoli nel caso di patologie specifiche.

Spesso si manifestano anche strappi e stiramenti muscolari.

4. I RIMEDI

I dolori muscolari provocati dalla mialgia vanno trattati con:

  •  assunzione di antidolorifici, antinfiammatori e miorilassanti;
  •  riposo dall’attività sportiva;
  •  massaggi;
  •  impacchi caldi;
  •  sedute con gli ultrasuoni;
  •  quando il dolore è accompagnato da strappi, il paziente deve rimanere a riposo ed effettuare degli impacchi con il ghiaccio;

Nel caso in cui il dolore è associato a delle patologie specifiche, il medico curante consiglierà al paziente la cura più adatta.

mialgia4

Tratto da: http://www.noene-italia.com/mialgia/

Artros, clinica ortopedica


Lascia un commento

Correre: le regole per una corsa salutare e senza rischi

Correre, ecco le regole per una corsa salutare e senza rischi
Correre è un’abitudine che molti hanno adottato per smaltire lo stress, scaricare la tensione o rimettersi in forma. Correre fa bene ma ancora di più correre senza rischi. Chiunque ami la corsa sa che ogni parte del corpo viene coinvolta, non solo le gambe.

Ecco i 4 principali errori dei runner amatoriali che aumentano i rischi di infortuni durante la corsa:

1) Postura:

correre bene è anche una questione di postura. La postura corretta prevedere l’angolazione dei gomiti di 90 gradi, anche quando gli arti effettuano una oscillazione posteriore; avere consapevolezza di spalle rilassate ovvero non portare le spalle verso le orecchie contraendo i trapezi; nella corsa le mani devono essere rilassate poichè tenere le mani a pugno o eccessivamente aperte e tese comporta un eccessivo dispendio di energia. Bisogna anche avere l’accortezza di tenere il capo sempre dritto e mai penzoloni, con lo sguardo fisso in avanti per poter guardare 20 metri davanti a sè.

2) Ritmo troppo blando di corsa:

ideali sono 3 passi al secondo cioè 180 battute per minuto (bpm). Questo permette di utilizzare in modo funzionale la muscolatura e i tendini, avere il gesto della corsa più elastico e ridurre lo sforzo su ginocchio e anca.

3) Appoggio del tallone:

nella corsa il tallone non ammortizza il carico perché, essendo un osso, non è in grado di assorbire e ridare energia dopo lo scarico del peso al suolo a differenza dell’avampiede che grazie ad un sistema di muscoli e tendini assorbe l’energia di ritorno. Attenzione anche ad atterrare di punta o di estremo avampiede nel correre. La giusta posizione è infatti sotto al nostro baricentro e non più avanti poichè ci porterebbe a frenare sul terreno.

4) Abbigliamento non adatto:

quando si esce a correre anche l’abbigliamento deve essere comodo e traspirante in ogni stagione.

5) Non fare lo stretching:

anche se non riduce il rischio di infortuni, lo stretching è fondamentale per migliorare l’estensibilità muscolare e quindi i movimenti e la relativa performance della corsa.

6) Allenarsi tutti i giorni:

se allenarsi fa bene, allenarsi troppo è invece deleterio perché sono maggiori i rischi di lesioni e infortuni. Bisogna invece considerare anche il riposo come una componente importante dell’allenamento nella corsa.

Per una corsa ottimale occorre:

1. Mantenere una cadenza di falcata più elevata avendo un passo più corto e frequente.
2. Non correre facendo saltelli cioè ridurre la spinta verticale e il tempo di “volo”.
4. Impiegare tutte le proprie forze per fare il percorso, senza sprecare le energie per “volare”.
5. Curare il movimento simmetrico delle braccia che devono essere flesse a 90 gradi, con le mani rilassate.
6. Cercare di avanzare il baricentro, cioè sporgersi in avanti senza però buttare troppo avanti le spalle.
7. Correre con il busto eretto, a testa alta, sguardo all’orizzonte, con le braccia morbide e le spalle rilassate, facendo oscillare le braccia con un movimento ampio e ritmico.
 
“Così la vita vi sorriderà e sarete fieri di quello che state facendo,” parola di Daniel Fontana, coach per le podiste di Runner’s World con due Olimpiadi all’attivo (Atene e Pechino) e un presente che lo vede tra i migliori al mondo nel triathlon di lunga distanza.

 

Tratto da: © Orthopedika Journal

Artros


Lascia un commento

Pubalgia del corridore: cause e rimedi

Pubalgia del corridore, cause e rimedi

La pubalgia del corridore è nota per affliggere calciatori professionisti e atleti della corsa, ma anche del tennis, scherma, atletica ed equitazione. Nel corridore la pubalgia è molto frequente e può portare, in casi gravi, alla sospensione dell’attività sportiva da un minimo di 20-30 giorni fino a un massimo di 90.

La pubalgia è una sindrome dolorosa che interessa la regione pubica, addominale e inguinale, e si manifesta con un fastidioso dolore che interessa una o tutte queste aree. Nella maggioranza dei casi è dovuta a un’infiammazione muscolo-tendinea da sovraccarico che colpisce i punti di intersezione sull’osso pubico di numerosi muscoli: gli adduttori, i muscoli della parete addominale inferiore, il piramidale ed il pettineo.

Nel corso degli anni sono state identificate ben 72 cause di pubalgia tra cui vanno menzionate le malattie tendinee, patologie muscolari, malattie ossee o articolari, ma anche patologie infettive, tumorali e intrappolamenti nervosi, mentre ancora poco indagato è il rapporto tra i denti, la mala occlusione e la postura.

Pubalgia del corridoreNel corridore invece, una delle cause della pubalgia si riferisce alle calzature inadatte, oppure al terreno su cui si corre, altre volte può dipendere dall’allenamento troppo intenso oppure per un’insufficiente preparazione atletica o per mancanza di stretching prima della corsa.

La combinazione poi di sport come corsa e calcetto aumenta il rischio di pubalgia, poiché gli arti sono soggetti spesso a cambi di direzione repentini.

 


Rimedi che agiscono sulla riduzione del dolore:

  • riposo e sospensione delle attività sportive

  • terapia farmacologica su prescrizione medica + programma di rinforzo della muscolatura della parete dell’addome + fisiochinesiterapia

  • terapia strumentale (laser, ultrasuoni, mesoterapia o terapia con onde d’urto)

  • ginnastica posturale per lavorare sulla lunghezza dei vari muscoli, sul retto addominale e sulla catena dei flessori

Se il dolore non passa rivolgersi allo specialista per ulteriori indagini (per esempio: ecografia, radiografia ed eventuale risonanza magnetica).


 

Tratto da: © Orthopedika Journal


Lascia un commento

Cellule staminali per curare la cartilagine del ginocchio

Le cellule staminali sono utilizzate a supporto della chirurgia articolare da circa dieci anni, soprattutto a sostegno della chirurgia delle cartilagini.
Per avere un adeguato riscontro biologico è necessario che le cellule staminali siano impiantate su una popolazione giovane che ha naturalmente una risposta biologica efficace.

Le cellule staminali sono per ora utilizzate su difetti focali, ovvero su difetti traumatici. Sono stati riscontrati buoni esiti nei risultati clinici, con diverse tecniche associate alle microfratture e all’utilizzo di scaffold.
I primi lavori e le prime esperienze testimoniano una buona affidabilità di queste tecniche, che consentono di riparare un tessuto che da sempre rappresenta una grande sfida per i chirurghi ortopedici.

Lo studio del gesto atletico, la conoscenza delle metodologie di allenamento, l’analisi biomeccanica, la conoscenza dei materiali, i dati epidemiologici, i fattori preventivi sono solo alcuni importanti aspetti del bagaglio culturale che qualificano il traumatologo dello sport.

La popolazione che si avvicina alla pratica sportiva è aumentata negli ultimi anni in maniera esponenziale. Da qui l’esigenza della conoscenza e della cura delle molteplici lesioni traumatiche che le varie discipline sportive possono determinare durante il loro esercizio.

Come in altri settori, anche in Traumatologia dello Sport i benefici degli studi e della ricerca applicati agli atleti di alto livello ricadono di conseguenza su tutti i pazienti con applicazioni pratiche di grande rilevanza e utilità.

Il ginocchio in particolare rappresenta un’articolazione molto sollecitata anche per chi non pratica attività sportive, che consente la normale deambulazione e che deve essere funzionale per lungo tempo. I traumi scheletrici, legamentosi, meniscali, le lesioni degenerative, le deviazioni di asse rappresentano le ricorrenti forme di interessamento patologico.

L’avvento dell’artroscopia con tecniche a cielo chiuso, minimamente invasive, ha cambiato la storia recente della chirurgia del ginocchio, così come l’avvento di nuovi modelli e dispositivi protesici ha determinato un grande impulso nella chirurgia sostitutiva articolare.
Gli specialisti ortopedici dell’unità di ortopedia del ginocchio e di traumatologia dello sport possono mettere al servizio di tutti queste tipologie di conoscenze in modo da offrire indicazioni terapeutiche appropriate e soluzioni chirurgiche innovative che spaziano dalle tecniche artroscopiche, alla riparazione della cartilagine, dei tendini e muscoli, all’utilizzo delle biotecnologie e alle sostituzioni protesiche.

Tratto da: http://www.affaritaliani.it/medicina/cellule-staminali-per-curare-la-cartilagine-del-ginocchio.html?refresh_ce

 

Artros


Lascia un commento

Correre scalzi: si o no?

barefoot-runningCorrere a piedi nudi e quindi in modo più naturale possibile o proteggersi con calzature sportive per evitare ogni tipo di rischio?

Correre a piedi nudi priva di un ritorno elastico dato dalla scarpa?

Questi e tanti altri temi andrebbero affrontati per dare risposte esaustive sull’argomento. In questa occasione ci avvaliamo di due esperti del piede che alleno e con cui condivido studi in materia. I chinesiologi Daniele De Pasquale e Marco Giambastiani ci esprimono i loro pareri a riguardo. A mio avviso la loro testimonianza è molto utile poiché essendo atleti, sanno perfettamente cosa significa correre.

Prima però due parole sul piede.

 

Il piede

Il piede, si trova all’estremità dell’arto inferiore ed è una struttura anatomica molto importante, poiché ogni carico generato da movimenti e attività sportive, agisce su esso. Lo scheletro del piede è formato da 26 ossa (numero che può variare da persona a persona per la possibile presenza di ossa accessorie o di sesamoidi) che vengono generalmente divise in:

Tarso, che costituisce la parte posteriore del piede e contribuisce a formare lo scheletro della caviglia e del tallone. Vi possiamo trovare due fila di ossa: la fila prossimale, formata dal talo e dal calcagno e la fila distale, formata dalle tre ossa cuneiformi, dall’osso cuboide e dall’osso scafoide.

Metatarso, che costituisce la metà anteriore del piede, è formato da cinque ossa metatarsali che fanno da tramite tra il tarso e le falangi che compongono le dita del piede

Falangi, sono 14 piccole ossa.

 

Tutte le dita del piede sono formate da tre falangi, a eccezione dell’alluce, che ne ha solo due. Tutte le ossa del piede, presentano un rivestimento di cartilagine, elastica, ma anche resistente, che consente lo scorrimento delle ossa nelle articolazioni. La parte superiore del piede è chiamata dorso (o collo) del piede, la parte inferiore pianta.

Esistono varie patologie che colpiscono il piede, le più diffuse sono l’alluce valgo, una deformazione dell’articolazione del primo dito e il piede piatto, caratterizzato dalla riduzione dell’arco plantare.

 

Curiosità

Nei Giochi Olimpici del 1960 a Roma, Abebe Bikila, corse l’intera maratona senza l’uso delle scarpe ottenendo la medaglia d’oro.

Questa scelta tecnica fu concordata con il suo allenatore. Nel 1964 bissò il successo correndo con le scarpe.

 

Otto domande all’esperto

(Dr. De Pasquale)

 

Come mai corri a piedi nudi?

Fondamentalmente perché ero sempre alla ricerca di una scarpa che lasciasse la maggior libertà al piede. La trovavo sempre troppo alta o stretta e ho cominciato a “togliere” sempre più, in 4/5 anni sono arrivato a correre scalzo.

 

In allenamento corri sempre scalzo?

Adesso si, ma è stato un passaggio graduale. Faccio sempre il solito percorso lineare su asfalto, solo quando sono fuori corro con le FiveFingers di pelle.

 

Quanto perdi in termine di prestazione?

Sotto i 10 km adesso guadagno, inizialmente perdevo perché dovevo reimpostare la meccanica. La spesa energetica dovuta al correre scalzi è secondo me trascurabile fino ai 10 km. Sulle lunghe distanze invece c’è una perdita in termini cronometrici perché correre scalzi è più dispendioso.

 

Correndo scalzo hai risentimenti maggiori dopo gli allenamenti e nel post gara?

Sto molto meglio. Durante la corsa sento i polpacci che lavorano tanto, ho un impegno maggiore, fatico di più, anche se corro lento sono impegnato muscolarmente, ma finita la seduta non avverto fastidi.

 

Tutti possono correre scalzi?

Dipende da che tipo di vita ha fatto il podista, dal suo trascorso sportivo e se ha avuto traumi di rilievo.

 

Consigli di fare allenamenti con le FiveFingers agli atleti che tratti?

Solo qualche uscita a chi non ha nessun problema e si è abituato nel tempo a usare i piedi. Ciò aiuta a ritrovare la naturalezza al piede.

 

Un consiglio per i podisti?

Per tutti consiglierei una minimalista, niente zeppe ai piedi.

 

Un’ultima nota?

Dovremmo dedicare alla corsa non più di 30’ al giorno, questo tempo sarebbe perfetto.

Se vogliamo fare cose più grandi dobbiamo guadagnarcele con il continuo allungamento delle catene posturali. Io faccio lunghe distanze, come le maratone, ma so bene che per fare ciò e stare bene devo dedicare ampi spazi di tempo al mio corpo.

 

Correre: con quale tipo di scarpa? Scalzi è meglio?

(Dr. Marco Giambastiani)

 

Prima di esporre la mia opinione su un tema tanto affascinante vorrei fare una premessa: facendo il chinesiologo, più precisamente occupandomi di riequilibrio posturale, vorrei far suonare un allarme per tutti i podisti e altri atleti sulla questione piede.

Mi trovo ogni giorno davanti sportivi, podisti, triatleti, ecc. che non riescono a eseguire movimenti semplici come la flessione delle dita del piede, flessione-estensione dell’articolazione tibio-tarsica e altri semplici movimenti senza che si scatenino crampi violentissimi.

Mi sembra di notare che l’attenzione dello sportivo medio sia sul tipo di calzatura da comprare (e qui arrivano i più svariati consigli, anche da chi non sa minimamente com’è fatto e quali funzioni abbia il piede), che non sulla salute del proprio piede.

Quella che noi snobbiamo è la parte del corpo che ci permette di camminare, correre, orientarci nello spazio, manda continuamente segnali al sistema tonico-posturale e infine si adatta alle tensioni muscolari che derivano dalla parte superiore del corpo. È la sola parte del corpo che ci tiene quasi costantemente in contatto con il nostro pianeta!

Logicamente, la salute del piede, ha un ruolo fondamentale nella corsa. Esso è fatto di muscoli, e anche questi muscoli hanno diritto ad allungarsi per la propria salute ed efficienza.

Quindi pensiamo al piede come una parte del corpo da curare, rendendola sensibile (propriocezione, più il piede è sensibile, migliore sarà la meccanica di corsa) allungando i vari muscoli estensori e flessori (un piede elastico ci dà una maggiore spinta e previene i traumi tendinei ammortizzando maggiormente).

Fatta questa premessa, cerchiamo di dare risposte concrete su chi si chiede quale calzatura comprare e se addirittura sia meglio non usarle affatto. Rimane una terza opzione che è rappresentata dalla corsa con le famose scarpe con le dita.

Cercando di spiegarmi con una terminologia semplice, la corsa a piedi nudi non è adatta a tutti, anzi a pochi, pochissimi soggetti. Per provare a correre senza l’ausilio delle scarpe è necessario avere una postura pressoché perfetta (cosa praticamente impossibile) e non si devono aver subito traumi agli arti inferiori (fratture, tendiniti, tendinosi, ecc), dando per scontato che il soggetto si sottoponga a sedute di allungamento globale, e faccia quotidianamente auto posture di allungamento globale (cosa assai improbabile, visto che ai più l’allungamento globale è sconosciuto).

I vantaggi di correre senza scarpe derivano dal fatto che la meccanica di corsa risulta essere più pulita, libera, il piede con tutti i suoi propriocettori funziona per quello che è la sua natura e i muscoli della volta plantare svolgono il ruolo di ammortizzatore naturale. Siamo nati scalzi, non con le scarpe. Di conseguenza vengono meno tutti i compensi posturali che il corpo deve mettere in atto per un piede che funziona solo a metà.

I centimetri di gomma, infatti, che mettiamo tra il nostro piede e l’asfalto, modificano la nostra meccanica di corsa/camminata in quanto il piede si adatta alla forma della scarpa.

Gli svantaggi tuttavia sono microtraumi ripetuti alle articolazioni del piede (e non solo) per due semplici motivi: indossiamo scarpe fin da piccoli disabituando così il piede al contatto col terreno (i muscoli della volta plantare si irrigidiscono, non ammortizzano più); l’asfalto su cui corriamo è una superficie troppo rigida anche per chi ha il piede in perfetta forma e un’ottima postura.

La corsa con le scarpe con le dita ha una meccanica di movimento pressoché identica a chi corre scalzo, avendo come suola 2 mm di gomma che servono per la protezione del piede ma non per l’ammortizzazione. Quindi i vantaggi e gli svantaggi sono gli stessi descritti precedentemente per la corsa a piedi nudi (ovviamente a piedi nudi lo sviluppo propriocettivo è maggiore).

Per quanto riguarda la scelta della scarpa da corsa: la scarpa deve essere flessibile, il piede non deve stare immobile all’interno ma avere almeno una minima libertà di movimento. Ricordiamoci che se il lavoro del piede lo esegue completamente la scarpa, il piede diventerà rigido!

A mio avviso vedo troppe “scarpe gommone” che sarebbero per parlare in termini tecnici le A3/4.

Queste scarpe hanno troppi centimetri di gomma, sembra di correre sui tappeti elastici su cui giocano i bambini.

Il piede non può funzionare bene in queste condizioni. Per iniziare, una buona scarpa A2 (dai 180 ai 240 g) ci protegge comunque dai traumi dell’asfalto. La forma non deve essere a punta, la scarpa non è aerodinamica ma deve avvicinarsi il più possibile alla forma del piede: quindi davanti è larga non a punta! Le dita del piede non possono fondersi insieme dentro una scarpa, altrimenti saremmo nati con le pinne! Le dita durante la meccanica della corsa si muovono, afferrano il terreno per farci avanzare; non azzeriamo completamente questi movimenti con scarpe che sembrano macchine da formula 1.

Dobbiamo progressivamente arrivare a correre con scarpe sempre più leggere (A1), flessibili e con la parte anteriore larga. Ce ne sono tante in commercio, io stesso ne uso un modello di una marca molto nota, quindi fateci attenzione quando acquistate le vostre scarpe, non sceglietele in base al colore per farle intonare con il completino!

Infine, fate molto allungamento globale di tutta la muscolatura posteriore ogni giorno (bastano 10’), camminate scalzi almeno in casa e le scarpe con le dita sono una buona terapia che potete fare ai vostri piedi portandole nella vita normale di tutti i giorni per qualche ora.

Spero che questi consigli vi possano aiutare per sviluppare al meglio il vostro modo di correre e di camminare. Buona corsa a tutti!

 

Conclusioni

Le riflessioni di questi due esperti, che lavorano ogni giorno sui piedi dei pazienti, devono essere valutate con estrema attenzione.

Ognuno di noi però deve trovare i suoi equilibri e fare le sue scelte.

Un venditore, un preparatore, un fisioterapista, ecc. ci possono aiutare a trovare la giusta direzione, ma solo noi siamo in grado di capire con precisione, ascoltandoci, quale strada prendere.

 

Tratto da: http://www.runners-tv.it/articoli.php?articoli_ID=321

 

http://www.artros.it


Lascia un commento

Ginocchio instabile? Le donne rischiano 5 volte più degli uomini

Uno studio americano ha dimostrato che le lesioni non traumatiche del legamento crociato anteriore (LCA), frequente negli sportivi, resta ancora un enigma dal punto di vista delle cause.
Sicuramente la causa è multifattoriale, spesso legata al tipo di sport praticato, all’adeguatezza dell’attrezzatura, ai traumi subiti. Ma alcuni elementi sembrano essere molto interessanti perché obbligano a spostare il focus dei ricercatori su fattori individuali legati al genere piuttosto che su fattori esterni.

TUTTA QUESTIONE DI GEOMETRIA FEMMINILE
Secondo i ricercatori del Dipartimento di Ortopedia e Medicina dello Sport dell’Università di Washington, la geometria dell’articolazione femminile sarebbe all’origine del ginocchio instabile in particolare a seguito di particolari movimenti (spostamenti rapidi in avanti e rotazione della tibia) responsabili della rottura non traumatica del legamento. Questo, secondo gli autori dello studio, dimostrerebbe la rilevanza della geometria del ginocchio nella lesione del LCA.

Tratto da: http://www.orthopedika.it/ginocchio-instabile-le-donne-rischiano-5-volte-piu-degli-uomini/

Artros