Artros

Clinica ortopedica


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Articolazioni

Le articolazioni sono strutture anatomiche, talora complesse, che mettono in reciproco contatto due o più ossa. Per evitare fenomeni degenerativi dovuti all’usura, nella maggior parte dei casi si tratta di un contatto non diretto, ma mediato da tessuto fibroso o cartilagineo e/o da liquido.

Le articolazioni del corpo umano sono assai numerose, se ne contano in media 360, e strutturalmente molto dissimili le une dalle altre. Questa diversificazione rispecchia il tipo di funzione richiesta a quella determinata giuntura. Nel loro insieme, il compito delle articolazioni è di tenere uniti i vari segmenti ossei, in modo tale che lo scheletro possa espletare la sua funzione di sostegno, mobilità e protezione.

 

CLASSIFICAZIONE DELLE ARTICOLAZIONI SU BASE STRUTTURALE

Le articolazioni si suddividono, dal punto di vista strutturale, in:

articolazioni fibrose: le ossa sono unite da tessuto fibroso;

articolazioni cartilaginee: le ossa sono legate da cartilagine;

articolazioni sinoviali: le ossa sono separate da una cavità, oltre che essere legate per mezzo di strutture che descriveremo meglio in seguito.

La suddivisione più conosciuta è tuttavia quella su base funzionale. Le ossa dello scheletro umano sono infatti connesse per mezzo di di articolazioni a cui sono consentiti movimenti di vario tipo e grado. Si parla, allora, di giunture immobili (sinartrosi), semimobili (anfiartrosi) e mobili (diartrosi).

 

CLASSIFICAZIONE DELLE ARTICOLAZIONI SU BASE FUNZIONALE

Le articolazioni si suddividono, dal punto di vista funzionale, in:

articolazioni immobili o sinartrosi: legano strettamente i capi ossei, come una cerniera lampo chiusa, tanto da impedirne i movimenti.

 

Articolazioni ipomobili o anfiartrosi: legano due superfici articolari, ricoperte da cartilagine, tramite legamenti interossei; tra le due superfici è interposto un disco fibrocartilagineo che permette soltanto movimenti limitati.

Nelle vertebre, per esempio, superfici ossee pianeggianti sono unite da un disco interosseo cartilagineo che funge da ammortizzatore.

 

Articolazioni mobili o diartrosi: permettono un ampio range di movimento, in una o più direzioni dello spazio (ginocchio, spalla, dita…)

La struttura di un’articolazione ne influenza il grado di mobilità:

 

Nome funzionale Nome strutturale Grado di movimento Esempio
sinartrosi fibrosa fissa cranio
anfiartrosi cartilaginea poco mobile vertebre
diartrosi sinoviale molto mobile spalla

 

Le sinartrosi (articolazioni immobili) si dividono in:

Sinostosi: il grado di movimento è nullo, dal momento che uniscono le articolazioni tramite tessuto osseo (come nel cranio dell’adulto).

Sincondrosi: il grado di movimento è scarso, dal momento che uniscono le articolazioni tramite tessuto cartilagineo denso (come le prime costole dello sterno).

Sindesmosi o sinfimbrosi: il grado di movimento è limitato, dal momento che sono tenute insieme da tessuto connettivo fibroso (come la sinfisi pubica).

Le articolazioni mobili o semimobili si differenziano per la forma e per i movimenti consentiti. In proposito esistono classificazioni leggermente differenti tra loro. Una di queste e prevede la suddivisione delle diartrosi in base alle differenze di forma delle superfici articolari:

 

Artrodia

Movimenti permessi: semplice scorrimento
Articolazione artrodia Le artrodie, che uniscono le ossa del carpo nella mano e del tarso nel piede, permettono soltanto piccoli movimenti di scivolamento.

Superfici ossee piatte si limitano a scorrere l’una sopra l’altra per consentire minimi movimenti. Le ossa carpali, per esempio, scivolano tra di loro durante i movimenti della mano. Hanno il compito di ammortizzare gli urti.

 

Ulteriori esempi: articolazioni costo-vertebrali.

Trocleoartrosi (ginglimo angolare)

Movimenti permessi: flesso/estensione
TROCLEO-ARTROSI Le superfici articolari che si affrontano, hanno forma di segmento di cilindro, di cui uno, a gola concava (troclea) si inserisce nella faccia convessa dell’altro. Gli assi dei cilindri sono ortogonali (ad angolo retto).
Il movimento avviene in un piano secondo un solo asse (uniassiale), come una porta nel cardine.

 

Esempio: gomito, ginocchio

Trocoidi (ginglimo laterale/parallelo)

Movimenti permessi: pronazione e supinazione
Trocoide Le due superfici articolari, hanno forma di segmento di cilindro, di cui uno, a gola concava (troclea), si inserisce nella faccia convessa dell’altro. Gli assi dei cilindri sono paralleli.

E’ un articolazione uniassiale.

 

Esempio: tra il capitello del radio e l’ulna (articolazione radio-ulnare prossimale).

A Sella o Pedartrosi

Movimenti permessi: flessione estensione, adduzione abduzione, circonduzione
sella

 

Sono articolazioni costituite da due superfici aventi ognuna due curvature, una concava e l’altra convessa.

 

Esempio: tra il carpo ed metacarpo del pollice; tra lo sterno e la clavicola.

Condilartrosi

Movimenti permessi: flessione estensione, adduzione abduzione, circonduzione
Articolazione condiloidea Sono articolazioni costituite da due superfici elissoidali, di cui una piena (condilo) è ospitata in un altra convessa (cavità condiloidea).

 

Esempio: tra il radio e il carpo; tra il metacarpo e le falangi; l’articolazione del ginocchio; articolazione temporo-mandibolare.

Enartrosi

Movimenti permessi: flessione estensione, adduzione abduzione, circonduzione, intra ed extrarotazione
enartrosi Sono articolazioni costituite da un capo articolare simile ad una sfera piena (testa) ospitato in una cavità articolare a forma di sfera cava.

I movimenti si effettuano lungo tutti e tre gli assi fondamentali (sagittale, trasverso e verticale)

Sono le articolazioni più mobili del corpo umano.

 

Esempio: articolazione dell’anca

(coxo‑femorale); articolazione tra scapola e omero (scapolo‑omerale ).

Tratto da: http://www.my-personaltrainer.it/fisiologia/articolazioni.html

www.artros.it


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Gomito: PERCHE’ L’INTERVENTO DI PROTESI È RARO

Elobow%20painNata per alleviare il dolore nei malati di artrite reumatoide, la protesi di gomito è diventata uno strumento usato anche in caso di artrosi di gomito o fratture. Le indicazioni però sono specifiche e per questo è un intervento raro praticato solo presso pochi centri specializzati.

 

Perché la protesi di gomito è un intervento così raro?

Nonostante materiali e tecnologie innovative, dopo un intervento di protesi di gomito il paziente soffre di una limitazione di tipo funzionale che non permette il sollevamento di più di 3-5kg. Basti pensare che, con una protesi di gomito, si fatica a sollevare un bimbo piccolo, per esempio, oppure le buste della spesa o le confezioni dell’acqua. Per questo si tende a ritardare il più possibile, soprattutto nei pazienti giovani. I candidati sono per lo più over65 sia che si tratti di artrosi sia di fratture non riparabili in alcun modo. Quando infatti, si perde il sostegno dell’articolazione da parte dell’omero l’unica soluzione è la protesi.

Nei pazienti giovani, invece, quando viene a mancare la parte trocleare, quella parte rigida da contrapporre all’ulna, oppure in presenza di fratture esposte con perdita di sostanza, non ci sono alternative alla protesi.

 

Quali criteri determinano la scelta della protesi?

L’età del paziente è senza dubbio un primo criterio. In soggetti giovani, e per permettere loro di arrivare al momento della protesi totale qualora necessaria, si possono usare emiartroprotesi, cioè protesi convertibili, che sostituiscono solo la paletta omerale dell’omero distale. Infatti, l’emiartroprotesi permette una maggiore attività fisica rispetto alla protesi totale e per un giovane è, senza dubbio, più adatta. Le indicazioni, però, sono precise e restrittive dal punto di vista anatomico: per questo non sempre è possibile impiantare una emiartroprotesi che di fatto è un intervento raro. Infatti, devono essere integri o riparabili i legamenti e il capitello radiale. Inoltre, questo tipo di intervento richiede un po’ di attenzione nella mobilizzazione e riabilitazione post-operatoria. Invece, in tutti gli altri casi, cioè quando non è possibile riparare i legamenti, le protesi usate sono le semivincolate, ovvero protesi totali con una cerniera che le unisce e permette un movimento accessorio di circa 7 gradi sul piano frontale per evitare un’eccessiva sollecitazione allo stelo all’interno dell’omero e dell’ulna. Nelle artriti degenerative, che presentano strutture legamentose integre o riparabili, invece, le protesi non vincolate, che richiedono una grande stabilità, sono le più indicate.

Tratto da: http://www.orthopedika.it/gomito-perche-lintervento-di-protesi-e-raro/

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Laserterapia ad alta intensità (Hilterapia)

Un impulso laser e un protocollo terapeutico di avanzata concezione permettono di portare elevate dosi energetiche in profondità, senza causare alcun danno ai tessuti: patologie fino ad oggi intrattabili con la laserterapia tradizionale possono essere curate rapidamente, semplicemente e con garanzia di successo con la terapia HILT.

 

Molte patologie, da sovraccarico, traumatiche o degenerative, coinvolgono strutture muscolari, tendinee, articolari collocate in profondità. Fino ad oggi era impossibile trasferire a queste strutture una quantità adeguata di energia attraverso la luce laser per stimolarle e indurne la guarigione. Infatti, via via che la radiazione luminosa penetra nei tessuti perde la sua intensità, sia perché è in parte diffusa, sia perché trasferisce la sua energia ai tessuti stessi. Ciò significa che per arrivare negli strati profondi è necessario erogare una maggior quantità di energia, con dosi energetiche molto elevate, col rischio però di cederne troppa agli strati superficiali si rischia di produrre un eccessivo riscaldamento della cute e del sottocute che possono danneggiarsi. Il limite riscontrato fino ad oggi nell’uso della laserterapia per patologie che coinvolgono strutture profonde è stato proprio la difficoltà nel riuscire a trovare il modo di fornire queste elevate quantità di energia senza che il calore accumulato portasse alla lesione dei tessuti superficiali. Questo ostacolo è stato superato grazie alla tecnologia HILT (High Intensity Laser Therapy) in cui la luce laser anziché in modo continuo è erogata a impulsi.
Personalmente uso un laser di IV classe cioè ad uso esclusivamente da parte di un medico con una capacità di frazionare l’impulso molto alta 1/400 fino a 1/1000 in modo da poter somministrare una grande quantità di energia in un tempo ridotto (dai 3 ai 5min di applicazione per zona).
L’efficacia dell’energia laser si esplica su tre effetti : fotochimico, fotomeccanico e fototermico.
Una prima importante azione esercitata dalla laserterapia ad alta intensità è effetto fotochimico cioè il laser svolge un’azione biostimolante. La laserterapia ad alta intensità determina cioè un innalzamento dello “stato energetico” con attivazione dei meccanismi coinvolti nella riparazione dei danni cellulari. La stimolazione luminosa delle strutture profonde attiva il metabolismo cellulare attraverso un effetto fotochimico di interazione della luce a livello cellulare, basato sull’attivazione delle reazioni chimiche fondamentali. La trasmissione dell’impulso doloroso è rallentata, e si ha un rapido effetto analgesico
.
Oltre a quello fotomeccanico e fotochimico, la laserterapia ad alta intensità esercita anche un effetto fototermico. Quest’ultimo, provocando un aumento controllato della temperatura dei tessuti, induce una stimolazione della circolazione con conseguente aumento dell’apporto di ossigeno alle strutture sofferenti. Il rialzo termico controllato che si realizza durante la terapia, può essere finalmente gestito ai fini terapeutici. È possibile infatti sfruttare l’effetto fototermico dell’emissione utilizzata per mantenere il volume di tessuto ad uno stato energetico attivato, che permette il perdurare nel tempo degli effetti benefici della terapia. L’elevata potenza di picco del sistema di laserterapia ad alta intensità permette di sfruttare un ulteriore effetto terapeutico, l’effetto fotomeccanico. Si tratta di onde elastiche di pressione che si propagano con la medesima direzione e verso dell’impulso che le ha generate. Queste onde, esercitano un micromassaggio fondamentale per la riattivazione del microcircolo e del drenaggio linfatico. È favorita così l’ossigenazione dei tessuti, è facilitato il drenaggio delle molecole infiammatorie, è stimolata l’eliminazione delle raccolte di liquido. Si assiste ad un rapido ed intenso effetto anti-infiammatorio ed antiedemigeno.

 

Indicazioni
Tutte le patologie dolorose ad esclusione dei casi dove vi è una chiara indicazione chirurgica possono beneficiare da un trattamento con laserterapia ad alta intensità, diversamente può essere usato come palliativo per limitare il dolore nei casi dove il paziente non vuole o non può operarsi. Ad esempio:

  • Artrosi cervicale – Cervicalgia – Cervicobrachialgia
  • Sindrome del tunnel carpale
  • Epicondilite – Gomito del tennista
  • Strappi – Stiramenti Muscolari, traumi sportivi
  • Periartrite scapolo omerale – Tendinopatia cuffia rotatori
  • Spina calcaneare
  • Morbo di Dupuytren
  • Tendinopatie (tendiniti, peritendiniti, tenosinoviti, tendiniti inserzionali e calcifiche, tendinosi, lesioni parziali)
  • Distorsioni – Lesioni ai legamenti Traumi articolari Lesioni della cartilagine
  • Gonalgia – Sinoviti e borsiti
  • Ernia del disco, discopatia, protrusioni discali
  • Sindrome fibromialgica
  • Osteoartrosi

Tratto da: http://www.asalaser.com/it/terapie-prodotti/hilterapia

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Malattie agli arti: si curano anche con le cellule staminali

Nuove cure e tecniche sempre più efficaci: ogni giorno i ricercatori si impegnano per garantire ai pazienti operati agli arti un recupero rapido e un ritorno sereno alla vita di prima.

Doctor with test tube

L’obiettivo degli esperti è ridurre al minimo l’asportazione dell’osso, rimodellare le articolazioni danneggiate e malformate prima che il problema necessiti di una totale sostituzione di articolazione.
Per le articolazioni, sono stati elaborati vari trattamenti a livello biologico; per esempio, si utilizza l’acido ialuronico che migliora la lubrificazione delle articolazioni e nutre la cartilagine presente, senza però avere la capacità di rigenerarla.
Un’alternativa a questo metodo è l’impiego delle cellule staminali prelevate dal sangue del paziente: il concentrato di piastrine (PRP) è estremamente efficace per aiutare la rigenerazione dei tessuti danneggiati.


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Problemi alle articolazioni

Problemi alle articolazioni sono uno dei più frequenti fastidi dell’uomo moderno. Costituzionalmente le più sensibili sarebbero le persone atletiche, ma il fatto è che non esiste un trentenne che non abbia ancora sentito il dolore ad almeno una delle articolazioni.

ortopedia

Gomito del tennista

Anche se chiamiamo questa condizione il gomito del tennista questa non è connessa solo con il gioco di tennis. Spesso è determinata da un uso eccessivo e continuato del braccio e dell’avambraccio, ed è tipica di soggetti che, a causa di particolari attività sportive o professionali, sono costretti a ripetere determinati movimenti. La causa del gomito del tennista non è solo lo sforzo fisico ma anche il lavoro frequente con il computer a causa del uso di tastiera e mouse. Il dolore tipico di questa condizione è localizzato sulla parte esterna del gomito e si aggrava quando il braccio è caricato. Il dolore è causato dall’infiammazione dei tendini. Nella fase iniziale quando il dolore si verifica, basta interrompere il lavoro per un po’ di tempo e riposare, questo col tempo non basta più. Continuando a lavorare nello stesso modo e praticando lo stesso sport, i dolori si aggravano e non cessano neanche quando interrompiamo con l’attività. Anche normali attività quotidiane come lavare i denti oppure guidare sono eseguite con difficoltà. Il dolore è accompagnato dal gonfiore, mobilità limitata, anche disagio, la forza muscolare è diminuita.

 

Lesioni del polso

Distorsioni e fratture del polso sono lesioni abituali per cadute. Se per esempio inciampate, la reazione normale è di stendere le braccia e cadere sulle mani. La conseguenza può essere la distorsione o anche frattura del polso. Se la mobilità è severamente limitata e dolorosa, e si sentono dei scricchiolii, è molto probabile che il polso è fratturato. Più frequentemente si verifica una frattura dell’osso navicolare o scafoide.

Dolori severi al polso possono essere anche una conseguenza della ripetizione di determinati movimenti. Si tratta del sindrome del tunnel carpale dove il dolore severo colpisce il polso e la mano. I tessuti nel tunnel carpale si gonfiano, infiammano e schiacciano il nervo,il che causa formicolio e dolore. Questa lesione è tipica per persone che spesso usano la tastiera e il mouse, e anche per falegnami, mercanti, dipendenti nelle catene di produzione, violinisti.

 

Problemi alla spalla

Il dolore nell’articolazione della spalla è una conseguenza di una lesione oppure un’affezione. Questa può diffondersi anche nella parte superiore del braccio fino al gomito. Le cause più frequenti per il dolore cronico nella spalla sono sindrome da impingement della cuffia dei rotatori, lesioni dei tendini della cuffia dei rotatori, infiammazione della capsula articolare e usura della spalla oppure artrosi. Nella sindrome da impingement il tendine nella spalla si gonfia e infiamma. Il paziente sente dolore nell’elevazione del braccio, durante il sonno, si può sentire anche il scricchiolio nella spalla.

Anche una lesione o rottura dei tendini può manifestarsi nella incapacità di usare le braccia. Il paziente a volte non può elevare la mano neanche davanti a sé e si veste con difficoltà. Questa lesione spesso appare in persone di età superiore a 40 anni a causa di sovraccarico del muscolo oppure di cambiamenti degenerativi. In persone più giovani di solito la lesione è causata da una caduta sulla spalla. Il corso della malattia è formato da tre fasi. La prima è la fase dell’infiammazione, questa è veramente dolorosa e dura da tre fino a otto mesi. Nella seconda fase, la quale dura da tre fino a quattro mesi, il dolore gradualmente cessa, e nella terza fase si ricovera e la mobilità migliora.

Il dolore cronico della spalla può essere causato anche dall’usura dell’articolazione della spalla o artrosi. Questa è una rara ma insidiosa affezione, le cui cause sono molto differenti e nei 20 o 30 anni di età non può essere prevista, e si esprime più frequentemente dopo i 65 anni di età. In questo caso si tratta di degradazione della matrice cartilaginea dell’articolazione.

 

Dolore alla schiena

Quasi ogni adulto conosce il dolore nella colonna cervicale e lombare. I più diffusi sono i danni ai dischi intervertebrali che si verificano più frequentemente nella parte inferiore della schiena. Il dolore acuto della schiena può essere causato da malattie degenerative, per esempio cambiamenti nella superficie cartilaginea di piccole articolazioni della colonna vertebrale, cambiamenti di dischi intervertebrali e apofisi vertebrali – sporgenze dei corpi delle vertebre, ma molte volte il dolore alla schiena è causato da un semplice movimento come raccogliere qualcosa dalla terra. La causa potrebbe essere che prima facevamo altre cose come sollevamento di carichi pesanti, e non lo facevamo in modo corretto e abbiamo subito una lesione che si verifica più tardi, facendo un semplice movimento. Le cause più frequenti per problemi alla colonna vertebrale sono la debolezza muscolare o mancanza di movimento e postura scorretta quando siamo seduti, sdraiati e quando camminiamo. Specialmente a causa di un aumentato numero di ore che siamo seduti (scorrettamente) nel ufficio, i problemi alla schiena sono oggi una della più frequenti cause per l’assenza da lavoro.

 

Usura della cartilagine

La causa più frequente per dolori alle articolazioni in persone adulte è l’usura della cartilagine articolare. La causa profonda di solito non è nota, alla lesione possono contribuire sovraccarico articolare, processi degenerativi e anche genetica. L’usura della cartilagine abitualmente procede lentamente, il primo segno è spesso un dolore occasionale che è presente se l’articolazione è caricata per troppo tempo. È molto interessante il fatto che l’usura della cartilagine è un punto comune di sportivi professionisti e persone anziane. La struttura della cartilagine cambia specialmente con l’invecchiamento, la superficie diventa sempre più rigida e fragile, problemi addizionali possono essere causati da piccole particelle di cartilagine che si staccano. L’usura dell’articolazione causa dolori durante il movimento, il paziente può sentire uno scricchiolio, quando si è fermi l’articolazione si indurisce. A causa della mobilità peggiorata e attività diminuita, le conseguenze colpiscono anche i muscoli, i quali si indeboliscono, il che significa un’addizionale mobilità peggiorata del paziente.

 

Lesione del legamento crociato anteriore del ginocchio

L’articolazione del ginocchio è una delle articolazioni più caricate. Nonostante il fatto che è costruito in un modo che lo fa molto flessibile, le lesioni possono accadere, specialmente se nel momento di un caricamento maggiore facciamo un movimento incontrollato. La lesione più frequente del ginocchio è quella del legamento crociato anteriore (LCA), la quale causa un’instabilità del ginocchio e movimenti anomali dell’articolazione. Questi sono la causa di possibili lesioni di altre strutture e di un usura aggravata. La lesione del legamento crociato anteriore è un evento traumatico molto frequente soprattutto per chi pratica attività sportiva, specialmente per persone giovani e attive. In generale è più frequente tra maschi, ma negli ultimi tempi è cresciuto il numero delle lesioni anche tra donne. Gli sport maggiormente rischiosi sono lo sci, calcio e basket.

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Tratto dalla rivista MOVIMENTO, edizione speciale

 

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Gomito del Tennista (Epicondilite)

L’epicondilite laterale è un’infiammazione dolorosa dei tendini che collegano i muscoli dell’avambraccio alla parte esterna del gomito (epicondilo laterale). Questa condizione è nota anche come gomito del tennista, considerato che il tennis è l’attività sportiva che espone a maggior tensione le strutture muscolo-scheletriche interessate dal disturbo. Gomito del Tennista

L’epicondilite laterale è spesso determinata da un sovraccarico funzionale, cioè da un uso eccessivo e continuato del gomito, ed è tipica dei soggetti che, a causa di particolari attività sportive o professionali, sono costretti a ripetere determinati movimenti.
In particolare, il gomito del tennista è una tendinopatia inserzionale: il processo flogistico interessa l’inserzione dei muscoli epicondilei estensori dell’avambraccio, che originano dall’epicondilo laterale del gomito (localizzato in prossimità della sporgenza ossea nell’estremità inferiore esterna dell’omero). Il gomito del tennista è causato dunque da un’infiammazione a carico dei muscoli e dei tendini che si inseriscono nell’epicondilo laterale e che sono responsabili dell’estensione del polso o delle dita della mano.
In principio, il dolore associato all’epicondilite laterale interessa soltanto i tendini, soprattutto quando si compiono movimenti di estensione del polso contro una resistenza, e tende ad aumentare con le attività che richiedono il coinvolgimento dei muscoli nell’arto interessato. Con un abuso protratto nel tempo, la manifestazione dolorosa può irradiarsi lungo l’avambraccio e persistere anche a riposo, determinando la progressiva riduzione della funzionalità di mano, polso e gomito.

Cause e fattori di rischio

Abuso e traumi. Molte persone affette dal gomito del tennista svolgono attività lavorative o ricreative che richiedono l’uso ripetitivo e vigoroso dell’articolazione del gomito. Dolore gomitoL’epicondilite laterale è causata da un’infiammazione spesso determinata da un sovraccarico funzionale, che si verifica principalmente quando i muscoli e i tendini del gomito sono costretti a sforzi eccessivi. Inoltre, è stato dimostrato che ripetuti microtraumi o un danno diretto dell’epicondilo laterale, come un’eccessiva estensione dell’avambraccio o un movimento scorretto, causano più della metà di queste lesioni.
Attività. Gli atleti non sono le uniche persone in cui occorre il gomito del tennista. L’epicondilite laterale può insorgere a seguito di qualsiasi attività ripetuta che coinvolga la torsione o l’estensione del polso, il sollevamento di pesi e l’abuso dei muscoli dell’avambraccio.
Le attività che possono causare il gomito del tennista includono:

  • Sport con racchetta, come tennis, badminton e squash;
  • Sport da lancio, come il giavellotto o il disco;
  • Altri sport: golf e scherma;
  • Attività professionali che comportano movimenti ripetitivi delle mani e del polso: idraulico, muratore, carpentiere, macellai, cuochi, falegnami sarti e pittori;
  • Altre attività che sollecitano intensamente gomito e polso, come suonare il violino o utilizzare cesoie durante il giardinaggio.
Età. Il periodo di massima insorgenza dell’epicondilite è quello compreso tra i 30 e i 50 anni di età, anche se chiunque può essere colpito dal gomito del tennista qualora vi sia l’esposizione ai relativi fattori di rischio, come ad esempio:

  • Attività lavorative o ricreative. Persone che svolgono lavori che comportano movimenti ripetitivi del polso e del braccio hanno più probabilità di sviluppare il gomito del tennista.
  • Alcune attività sportive. Svolgere sport con la racchetta aumenta il rischio di sviluppare il gomito del tennista, soprattutto se si gioca per la prima volta, con una tecnica scarsa o con attrezzatura non adeguata (racchetta con le corde troppo tese o dal manico troppo corto) e muscoli della spalla e del polso poco allenati.

Segni e sintomi del gomito del tennista

I sintomi del gomito del tennista si sviluppano gradualmente. Nella maggior parte dei casi, il dolore inizia con lieve intensità e lentamente peggiora nel corso di settimane e mesi. In genere, non esiste una specifica lesione violenta associata all’esordio del quadro clinico.
Segni e sintomi dell’epicondilite laterale:

  • Dolore e gonfiore localizzati sulla parte esterna del gomito, in corrispondenza dell’epicondilo laterale;
  • Dolore nella parte esterna dell’avambraccio, appena sotto il gomito (in corrispondenza dei muscoli epicondilei che si innestano sull’epicondilo laterale). Il dolore può anche irradiarsi lungo l’avambraccio verso il polso e nella parte posteriore della mano;
  • Forza nella presa debole e dolorosa, anche mentre si stringono tra le mani piccoli oggetti, relativamente pesanti;
  • Peggioramento del dolore con i movimenti del polso, in particolare con l’estensione e i movimenti di sollevamento;
  • Rigidità mattutina.

I sintomi sono spesso peggiorati dalle attività dell’avambraccio, in particolare dai movimenti di torsione, come quando si gira una maniglia della porta o si apre un barattolo. Il braccio dominante è colpito con maggiore incidenza, tuttavia entrambi gli arti possono essere colpiti. Il dolore associato all’epicondilite laterale può essere di lieve o grave intensità (può essere avvertito anche quando il braccio viene tenuto a riposo). Un episodio di epicondilite laterale può durare, di solito, tra i sei mesi e i due anni. Tuttavia, la maggioranza delle persone tende a recuperare entro un anno.

Nota: il dolore che si verifica sul lato interno del gomito è conosciuto come gomito del giocatore di golf ed interessa l’epicondilo mediale, le cui inserzioni tendinee sono responsabili della flessione del polso verso il palmo della mano.

Epicondilite laterale: diagnosi

Se la condizione è causata da un’attività faticosa o ripetitiva, questa si dovrebbe evitare fino a quando i sintomi migliorano. Tuttavia, se il dolore al gomito persiste per diversi giorni nonostante il riposo, è consigliabile rivolgersi al proprio medico.
Diversi fattori devono essere presi in considerazione nel formulare la diagnosidi epicondilite laterale; questi includono l’entità dei sintomi che si sono sviluppati, eventuali fattori di rischio professionali e lo svolgimento di particolari attività sportive. Il paziente deve riportare la posizione esatta in cui è localizzato il dolore nel braccio, se si è verificato un episodio traumatico e se è affetto da altre patologie concomitanti (esempio: artrite reumatoide, neuriti, altre condizioni reumatiche o artrosiche del gomito). Durante l’esame obiettivo, il medico utilizzerà una serie di test per accertare la provenienza del dolore, attraverso la palpazione diretta e la contemporanea ricerca dei segni di tumefazione locale. Alcuni di questi esami includono:

  • Palpazione dell’epicondilo laterale: il medico esegue una pressione nel punto di inserzione dei muscoli epicondiloidei, mentre si chiede al paziente di muovere gomito, polso e dita;
  • Test di Cozen: valuta la presenza di dolore all’estensione contro resistenza di polso e dita a gomito esteso;
  • Test di Mills: rileva l’insorgenza del dolore alla pronazione forzata con polso flesso e gomito esteso.

Il medico può raccomandare ulteriori test per escludere altre cause alla base del disturbo:

  • Raggi X: per escludere l’artrite del gomito ed evidenziare eventuali calcificazioni.
  • Risonanza magnetica (MRI): può essere eseguita dinanzi al sospetto che l’insorgenza dei sintomi sia associata ad un problema al collo. Questo esame consente di evidenziare una possibile ernia del disco od un’artrite al collo. Entrambe queste condizioni spesso producono dolore al braccio.
  • Elettromiografia (EMG): il medico può ordinare un’elettromiografia per escludere la compressione di un nervo. Molte fibre nervose, infatti, decorrono a livello del gomito e i sintomi della loro compressione sono simili alle manifestazioni dell’epicondilite laterale.

Terapia conservativa del gomito del tennista

Il gomito del tennista è una condizione autolimitante; ciò significa che tende alla guarigione spontanea con il riposo. Tuttavia, il dolore può durare diverse settimane o mesi ed in tal caso alcuni trattamenti possono aiutare ad alleviare i sintomi e ad accelerare il recupero. Il trattamento convenzionale (non chirurgico) risulta avere successo in circa l’80-95% dei pazienti.

Il dolore associato al gomito del tennista dura, in genere, da sei a dodici settimane. Tuttavia, in alcune persone, il dolore può colpire il braccio per meno di tre settimane, mentre in altri pazienti il disturbo può essere persistente (da sei mesi a due anni). L’epicondilite, se non trattata adeguatamente, può recidivare o cronicizzare.
Il primo passo verso la guarigione consiste nel riposo del braccio colpito durante il periodo in cui l’infiammazione è in fase acuta. Inoltre, è fondamentale cercare di evitare per diverse settimane l’attività che ha provocato l’insorgenza del problema e che potrebbe ulteriormente aggravare il disturbo. Le applicazioni locali di un impacco freddo da porre contro il gomito per pochi minuti, più volte al giorno, possono contribuire a lenire il dolore e a ridurre il processo infiammatorio.
L’assunzione di antidolorifici, come il paracetamolo, può contribuire ad alleviare il dolore lieve causato dal gomito del tennista. Il medico può anche consigliare l’utilizzo di farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS), come l’ibuprofene o il ketoprofene. Oltre alle forme da assumere per via sistemica, i FANS sono disponibili anche come creme e gel da applicare a livello topico. L’applicazione locale, quindi direttamente su gomito e avambraccio, è spesso raccomandata per i disturbi muscolo-scheletrici, poiché può ridurre l’infiammazione e il dolore senza causare effetti collaterali come nausea e diarrea.
La fisioterapia può essere raccomandata se il gomito del tennista è più grave o persistente. Le tecniche di terapia manuale, come il massaggio e altre manipolazioni, possono aiutare ad alleviare il dolore e la rigidità dell’articolazione. Inoltre, il fisioterapista è in grado di mostrare al paziente gli esercizi specifici per mantenere il braccio in movimento e rafforzare i muscoli dell’avambraccio. Nel breve termine, potrebbe essere anche raccomandato l’utilizzo di un bendaggio di supporto o di un tutore, che impediscono i movimenti dolorosi, garantiscono il riposo dell’arto e alleviano i sintomi del gomito del tennista.
Talvolta, per il trattamento di forme particolarmente dolorose possono essere considerate delle iniezioni di corticosteroidi (infiltrazioni), che possono aiutare a ridurre il dolore, ma l’evidenza clinica che sostiene il loro utilizzo come trattamento efficace nel lungo termine è limitata.L’iniezione viene effettuata direttamente nella zona dolorosa a livello del gomito, previa somministrazione di un anestetico locale.
Infine, se i sintomi non migliorano dopo almeno un anno di terapia conservativa, possono essere presi in considerazione trattamenti invasivi, come la chirurgia.

Trattamento chirurgico dell’epicondilite laterale

Se i sintomi non rispondono dopo 6 – 12 mesi di trattamenti convenzionali, il medico può raccomandare un intervento chirurgico.
La maggior parte delle procedure per il gomito del tennista può comportare:

  • La rimozione della parte di tessuto danneggiata, per alleviare i sintomi dolorosi;
  • La disinserzione parziale dei tendini estensori del polso e delle dita;
  • La scarificazione con cruentazione locale dell’epicondilo (a livello dell’inserzione dei muscoli infiammati): parte dell’osso viene sottoposto a perforazioni multiple per garantire un aumentato apporto ematico che favorisce la guarigione

L’approccio chirurgico adatto al paziente dipende da una serie di fattori, che includono la gravità del danno, le caratteristiche fisiche dell’individuo e le sue condizioni di salute generali. Il trattamento chirurgico può essere effettuato a cielo aperto oppure per via artroscopica. Entrambi gli interventi chirurgici sono eseguiti in day hospital e raramente richiedono il pernottamento in ospedale.
Rischi chirurgici. Come per qualsiasi intervento chirurgico, esistono dei rischi connessi alle procedure. Le complicazioni più comuni da considerare sono:

  • Infezione;
  • Danni a Nervi e vasi sanguigni;
  • Necessità di riabilitazione prolungata;
  • Perdita di forza;
  • Perdita di flessibilità;
  • Necessità di un ulteriore intervento chirurgico.

Riabilitazione. Dopo l’intervento chirurgico, il braccio può essere immobilizzato temporaneamente con un tutore. Dopo circa una settimana, i punti di sutura sono rimossi, così come il supporto e vengono avviati gli esercizi idonei per ripristinare la funzionalità del gomito. Entro 2 mesi dall’intervento chirurgico, sono organizzati graduali esercizi di rafforzamento. Dopo circa 4 – 6 mesi dall’intervento e previa consultazione medica, sarà possibile tornare all’attività atletica. La chirurgia applicata al gomito del tennista è considerata di successo in circa l’80-90% dei pazienti. Tuttavia, non è raro accusare una perdita di forza nell’arto interessato. Gli esercizi di riabilitazione, pianificati insieme al medico e al fisioterapista, sono fondamentali per il recupero.

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 Tratto da: http://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/gomito-del-tennista-epicondilite.html#4

Artros


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Riconoscere la borsite e le sue cause

borsiteRiconoscere la borsite e le sue cause Un recente articolo pubblicato sul Journal of the American Academy of Orthopaedic Surgeons non illustra nuovi particolari sviluppi nella ricerca o nella pratica clinica ma sollecita maggiore attenzione verso una patologia molto comune ma spesso trascurata: la borsite. Ne è autore Daniel Aaron, della Brown University di Providence (Rhode Island), che si concentra sulle quattro forme più diffuse: dell’anca (borsite trocanterica), del ginocchio (borsite prerotulea), del gomito (borsite olecranica) e del calcagno (borsite retrocalcaneare).

«La borsite – esordisce Aaron – è causa frequente di dolori a livello muscolo-scheletrico tali da indurre chi ne soffre a richiedere un consulto ortopedico. Una delle sfide che il clinico deve fronteggiare è proprio la necessità di riconoscerla, differenziandola da altre condizioni patologiche che presentano sintomi simili, come artrosi, fratture, lesioni a tendini o legamenti e tumori. Inoltre, la borsite può derivare da cause infettive o traumatiche e, una volta individuata, un’altra sfida altrettanto impegnativa è distinguerne l’origine».

L’articolo scientifico si caratterizza per la sua sistematicità e fornisce alcuni utili schemi riassuntivi. Uno tra questi elenca i sintomi tipici delle borsiti: dolore in presenza o assenza di movimento articolare e quando la borsa viene toccata; gonfiore, arrossamento della pelle e calore nell’area circostante l’articolazione. Ma Daniel Aaron fa notare che non tutti i tipi di borsite hanno lo stesso tipo di sintomi. La borsite trocanterica può comportare dolore sulla parte laterale dell’anca, che spesso si irradia verso la coscia. Tutta l’area può risultare dolorosa al tatto e, sebbene il range of motion dell’articolazione possa apparire normale, i sintomi tendono a esacerbarsi in seguito a semplici movimenti come camminare, salire le scale o alzarsi da posizione seduta.

La borsite prerotulea può essere favorita da una serie di fattori come la ripetizione di micro-traumi (come il frequente e prolungato atto di inginocchiarsi), disordini del sistema immunitario, l’alcolismo, la malattia polmonare ostruttiva cronica, l’insufficienza renale o l’utilizzo a livello locale di corticosteroidi. Il dolore associato al movimento è raro, a meno che l’articolazione venga flessa in maniera pronunciata. La borsite olecranica deriva generalmente da una lunga ripetizione di piccoli traumi. Spesso è caratterizzata da gonfiore, che ha una consistenza più morbida quando è presente un’infezione.

Infine, quando colpisce il calcagno, il dolore si estende intorno al tendine di Achille e la zona è spesso molle alla pressione. Anche qui entra solitamente in gioco l’overuse ed è quindi comune in atleti che si allenano nella corsa, soprattutto fuori pista e ancor di più su terreni non pianeggianti.

L’approccio chirurgico per la soluzione della patologia rappresenta l’extrema ratio. Diversi tipi di trattamenti non chirurgici sono spesso efficaci, tra cui l’utilizzo di impacchi di ghiaccio o di bendaggi compressivi; la modifica di alcune attività quotidiane in modo da ridurre l’irritazione sull’area interessata; il ricorso ad antibiotici o ad antinfiammatori non steroidei; infiltrazioni di corticosteroidi (ginocchio e gomito); esercizi di stretching o sostituzione delle calzature (calcagno). Quando questi interventi non danno i risultati sperati, allora si può ricorrere alla chirurgia.

«La scelta del trattamento migliore – ribadisce Aaron – passa attraverso l’identificazione delle cause e della presenza di un eventuale processo infettivo».

Tratto da: http://www.orthoacademy.it/ginocchio/riconoscere-la-borsite-e-le-sue-cause/#sthash.sVfXw3t8.dpuf

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Lesioni muscolari: trattamento con PRP

Nell’ organismo ci sono muscoli volontari e muscoli involontari, che hanno strutture e funzioni diverse tra loro.
I muscoli scheletrici o volontari costituiscono circa il 40% del peso corporeo. Ogni muscolo scheletrico contiene, al suo interno, un certo numero di fasci muscolari. Ciascuno di essi è costituito da un insieme di cellule muscolari che si definiscono FIBRE MUSCOLARI. Ogni fibra muscolare è formata a sua volta da elementi più piccoli chiamati MIOFIBRILLE, che si estendono per tutta la sua lunghezza. Ogni miofibrilla è costituita da elementi ripetitivi chiamati SARCOMERI, che rappresentano le unità fondamentali del muscolo e che gli conferiscono la tipica striatura. Le striature a bande chiare e scure, sono dovute all’alternanza di diversi tipi di filamenti proteici più piccoli all’interno dei sarcomeri. Ogni sarcomero si compone, infatti, di due filamenti proteici: un filamento formato da una proteina globulare chiamata ACTINA e  filamenti più spessi costituiti da un’altra proteina, la MIOSINA. La contrazione del muscolo avviene quando le molecole di actina scorrono su quelle di miosina e vi si sovrappongono. Questo scorrimento avviene in ogni miofibrilla e la accorcia.

I muscoli scheletrici sono detti VOLONTARI perché controllati attivamente dal sistema nervoso centrale. Essi si contraggono velocemente e sviluppano grande potenza: liberano molta energia in poco tempo, ma si stancano rapidamente. Sono avvolti da una guaina di rivestimento e nella parte centrale si riconosce un ventre che si inserisce sulle ossa attraverso dei cordoni fibrosi biancastri di tessuto connettivo chiamati TENDINI.
Le lesioni muscolari sono molto frequenti nello sport e la loro incidenza varia fra il 10 ed il 55% di tutti i traumi da sport (Jarvinen, 1997).
Le lesioni muscolari possono essere determinate da un Trauma Diretto più frequente negli sport di contatto (pallacanestro, calcio, rugby) o da un Trauma Indiretto più frequente negli sport individuali (tennis, atletica leggera).
Il danno muscolare si produce anche come conseguenza di fattori predisponenti intriseci (carenza di allenamento, affaticamento muscolare, squilibrio tra muscoli agonisti ed antagonisti, età) ed estrinseci (situazioni climatiche, situazioni ambientali)

Quali sono le lesioni muscolari?

Il trauma muscolare può prodursi per un trauma diretto o indiretto.
Nel trauma diretto la forza agisce sul muscolo schiacciandolo contro i piani profondi: il danno prodotto varia dalla semplice contusione fino alla rottura muscolare.
Nel trauma indiretto, in cui manca il contatto diretto contro una forza traumatica, si può ipotizzare una disfunzione neuro-muscolare: improvviso allungamento passivo del muscolo per effetto di una forza di trazione applicata durante la fase di contrazione  oppure una troppo rapida contrazione del ventre muscolare a partire da uno stato di rilasciamento completo.
In entrambe le lesioni da trauma diretto e indiretto, essendo il tessuto muscolare molto vascolarizzato, si forma un ematoma.

Le lesioni possono distinguersi in:

Traumi diretti:

  • Lesione di  I grado: rottura di poche fibre muscolari
  • Lesione di II grado: rottura di un discreto quantitativo di fibre muscolari
  • Lesione di  III grado: interruzione quasi totale o totale del ventre muscolare

Traumi indiretti:

  • Contrattura: alterazione diffusa del tono muscolare che provoca dolore a distanza dall’attività sportiva  e si localizza con difficoltà
  • Stiramento: alterazione funzionale delle miofibrille, acuta, si manifesta durante l’attività sportiva con ipertono e dolore ben localizzato
  • Strappo: lacerazione di un numero variabile di fibre muscolari accompagnato da dolore acuto e violento nel corso di un’attività sportiva. A seconda della quantità di muscolo lacerato si distinguono tre gradi.

Nonostante la dimensione del problema, il trattamento è prevalentemente non chirurgico, basandosi sulle fisiologiche capacità rigenerative del tessuto: riposo funzionale, ghiaccio, bendaggio compressivo e elevazione dell’arto leso.

Risultati incoraggianti, anche se ancora ad uno stadio iniziale, sono stati osservati in seguito a stimolazioni con fattori di crescita anche nel muscolo lesionato.
La limitazione all’utilizzo del PRP negli ultimi anni è dovuta al fatto che, trattandosi di una terapia con fattori di crescita, è stata classificata dalla WADA tra le procedure proibite fino all’anno 2010. Dopo molte discussioni, è stato chiarito che le attuali formulazioni del PRP non sono in grado di determinare un aumento delle prestazioni che vadano oltre quelle presenti nel caso di normale ritorno alle condizioni fisiologiche del tessuto. Perciò, poiché l’uso a scopo terapeutico del PRP non viola lo spirito delle competizioni sportive, esso è stato rimosso dalla lista delle procedure proibite del 2011.

In cosa consiste?

Il PRP contiene numerosi elementi bioattivi osservati nel tessuto muscolare in guarigione, ed è stato quindi suggerito qualorthokine terapijae possibile trattamento per accelerare tale processo. Si è visto che diversi fattori di crescita in esso contenuti svolgono un ruolo chiave nella rigenerazione muscolare e nella miogenesi.

Il PRP viene ottenuto prelevando del sangue dal soggetto che deve essere trattato. Dopo il prelievo il sangue viene sottoposto a processi di centrifugazione e separazione cellulare dando origine alla nuova sostanza molto più ricca di piastrine e dei relativi fattori di crescita. Il prodotto finale è rappresentato o da una soluzione liquida o da un gel applicabili sulle lesioni da trattare.
L’attivazione del PRP viene effettuata al momento in cui esso viene utilizzato: le sostanze impiegate per l’attivazione sono il calcio (sotto forma di cloruro o gluconato) e la batroxobina (un enzima ad attività procoagulante).
Il prodotto attivato viene infiltrato direttamente nella lesione muscolare sotto controllo ecografico.

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Quali sono gli effetti?

Ai controlli successivi di RM dei soggetti trattati  si è evidenziata una cicatrice stabile senza eccesso di fibrosi. Questo è un risultato estremamente rilevante perchè numerosi dati in letteratura indicano che una incompleta guarigione del tessuto e la presenza di fibrosi costituiscono un importante fattore di rischio per un secondo infortunio.
Un accelerato tempo di recupero sarebbe quindi del tutto inutile in presenza anche solo di uno di questi due reperti.
Le stimolazioni con PRP consentono un recupero precoce dell’atleta, ma consentono anche di restituire una migliore qualità del tessuto rigenerato in modo da ottenere un recupero della forza muscolare e un minor rischio di recidive o di nuove lesioni a monte o a valle della lesione originaria.
Si è osservato anche una diminuzione del dolore già dopo la prima applicazione di PRP, verosimilmente correlata con gli effetti antiinfiammatori che studi precedenti avevano attribuito a queste preparazioni.
Se da un lato questo rappresenta un risvolto positivo nella gestione del paziente e nella sua adesione alla terapia, dall’altro è un dato di cui bisogna tenere conto nell’impostare il protocollo riabilitativo. Diminuendo il dolore, le preparazioni permettono infatti al paziente una più rapida mobilizzazione e danno la sensazione allo stesso di poter sopportare carichi riabilitativi che potrebbero invece risultare dannosi.

prp muscoliMuscolo adduttore lungo. RM di lesione a 0 e 14 giorni, proiezione coronale.

 

A chi è rivolto?

Considerato che le infiltrazioni di PRP consentono una migliore qualità del tessuto rigenerato del muscolo e un miglior controllo del dolore e che non si tratta di procedure molto invasive con costi contenuti, oggi la loro applicazione è stata estesa anche ai soggetti che non praticano sport a livello agonistico.

Tratto da: http://www.sanitafacile.it/blog/lesioni-muscolari-trattamento-prp/#sthash.46TNjkzg.dpuf

 

Artros


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Prevenzione di lesioni sportive

b1785cd712ac00cdbb89d4d281d5dacfSia per l’atleta di punta sia per il dilettante un trauma da sport si traduce spesso con una pausa non pianificata nell‘allenamento, che porta inevitabilmente già dopo pochi giorni a un significativo calo di forma e prestazioni. Per questo motivo gli sportivi d’élite prestano particolare attenzione alle misure di prevenzione. I dilettanti dovrebbero fare altrettanto, poiché i traumi da sport non sono soltanto sgradevoli e dolorosi, ma anche – a causa dell’assenteismo dal lavoro – un fattore significativo di costi a livello economico.

Riscaldamento

Prima di qualsiasi attività sportiva è importante riscaldare adeguatamente la muscolatura. Il riscaldamento può iniziare ad esempio con una corsa lenta. Ogni programma di allenamento dovrebbe includere una fase di riscaldamento per la quale è consigliabile prevedere da 15 a 20 minuti. Naturalmente il riscaldamento è specifico per lo sport praticato e dovrebbe coinvolgere i gruppi muscolari che verranno poi sollecitati durante l’allenamento. Con il riscaldamento – lo dice la parola stessa – si aumenta l’afflusso del sangue nei tessuti, generando un riscaldamento marcato dei muscoli, che si fa particolarmente notare in inverno. Il riscaldamento fa aumentare non solo la temperatura di tendini, legamenti e muscoli, ma anche la loro elasticità. Poiché i tessuti riscaldati sopportano un carico maggiore, non bisogna temere di provocare una lesione non appena si aumenta il ritmo.

Attività di compensazione

Con il tempo la pratica di un’unica attività sportiva può, oltre a diventare noiosa, portare anche a sollecitazioni unilaterali dell’apparato muscolo-scheletrico. E’ consigliabile dunque non limitare l’esercizio fisico a uno sport solo, ma dedicarsi parallelamente anche ad attività di compensazione. Il nuoto è particolarmente indicato in quanto risparmia le articolazioni, attivando nello stesso tempo l’insieme dei gruppi muscolari.

Programma di allenamento e agenda sportiva

Altrettanto importante quanto la pratica di attività di compensazione è la stesura di un programma di allenamento ben ponderato, che elenchi non solo le sessioni di allenamento, ma anche i periodi di recupero. Un buon allenamento non si distingue necessariamente per il volume di lavoro svolto, ma piuttosto per la sua suddivisione nel tempo.
Idealmente, il volume di allenamento dovrebbe essere proporzionato allo stato fisico del momento. Bisognerebbe prevedere unicamente la quantità di sforzo che il corpo può effettivamente sopportare. Perciò è necessario stabilire un programma di allenamento che riporti le varie intensità di lavoro e la durata delle sessioni a seconda dell’attuale stato fisico. Un improvviso e forte aumento nell’intensità o nella durata dello sforzo è il miglior presupposto per subire delle lesioni, dato che tendini, legamenti e muscoli non sono stati avvicinati gradualmente al carico aumentato. Volume e intensità di lavoro dovrebbero perciò crescere del 10 percento al massimo e a intervalli settimanali, affinché l’apparato muscolo-scheletrico possa abituarsi al nuovo carico.

Stretching

Durante i periodi di recupero e dopo ogni sessione di allenamento bisognerebbe dedicarsi ad esercizi di stretching e di rilassamento della muscolatura interessata. Massaggi, bagni caldi in acqua salina, sedute di sauna o di bagno turco ecc. aiutano, grazie all’azione del calore, a eliminare più velocemente le sostanze di rifiuto da muscoli e tessuto connettivo. Per riposarsi bene è indispensabile dormire abbastanza e sorvegliare l’alimentazione.

Alimentazione

Una dieta ricca di carboidrati e arricchita di proteine è d’obbligo per tutte le attività aerobiche. L’apporto di carboidrati rinnova le riserve energetiche (glicogeno) nei muscoli e nel fegato, mentre il giusto apporto di proteine fornisce materiale da costruzione per la ricostituzione delle proteine muscolari e per la disintossicazione dei tessuti. Se ci si allena senza tenerne conto, si rischia di iniziare l’attività già stanchi, aumentando esponenzialmente il rischio di procurarsi una lesione.

Attrezzature

Un effetto preventivo in questo senso riveste sicuramente anche l’attrezzatura che viene utilizzata o portata durante l’attività sportiva. I commercianti di articoli sportivi seri dovrebbero essere in grado di consigliare il principiante in modo esauriente. Un buon equipaggiamento esercita inoltre un influsso psicologico positivo e motivante che non va sottovalutato.

Inattivo da tanto tempo?

Se non è stato praticato nessuno sport per tanto tempo e la soglia dei 40 anni è stata superata oppure sussiste il rischio di qualche problema di salute, è consigliabile sottoporsi a una visita medica prima di iniziare un’attività sportiva al fine di riconoscere eventuali fattori di rischio (sistema cardiovascolare, diabete, sovrappeso ecc.) e poter adottare le necessarie misure preventive.

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Tratto da: http://www.lesionisportive.ch/it/prevenzione-e-provvedimenti-terapeutici/prevenzione-di-lesioni-sportive/