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Quanta attività fisica per conservare la cartilagine?

Cycling-imagesL’attività fisica si conferma con sempre maggiori evidenze scientifiche come uno dei segreti per una buona salute generale e per mantenere la funzionalità di muscoli, tendini e ossa. Ma, come spesso accade, anche in questo caso il concetto chiave è quello della giusta misura.

A livello tendineo, per esempio, un esercizio fisico regolare e moderato, aumenta il ricambio del collagene, rende le fibre più resistenti, migliora le potenzialità tensoelastiche e ha persino mostrato di agire positivamente sulle piccole infiammazioni; ma se si esagera, oltre ai sovraccarichi e ripetuti microtraumi, porta a una riduzione dell’apporto ematico, genera una situazione di anossia o sub-anossia in cui proliferano i radicali liberi che, come è noto, sono dannosi per le cellule.

Uno fra i più interessanti tra i contributi scientifici recenti riguarda però la cartilagine ed è stata presentata al meeting annuale della Radiological Society of North America (Rsna) tenuto lo scorso novembre a Chicago.

Con l’invecchiamento della popolazione, l’osteoartrosi di ginocchio sta diventando un serio problema globale se è vero, come affermano i Centers for disease control and prevention, che questa condizione colpisce un anziano di 85 anni su due e, entro il 2030, riguarderà 67 milioni di persone solo negli Stati Uniti.

In un precedente studio, i ricercatori della University of California di San Francisco avevano già evidenziato un’associazione tra l’attività fisica e la degenerazione della cartilagine e ora hanno approfondito la questione osservandone l’evoluzione in un gruppo di persone di mezza età lungo un periodo di quattro anni.

Le immagini ottenute con la risonanza magnetica permettono di rilevare le aree cartilaginee con più acqua e quindi lese, che hanno tempi di rilassamento trasversale T2 più lunghi. Con questa metodica, i ricercatori hanno analizzato le cartilagini di 205 adulti, dai 45 ai 60 anni, che avevano in precedenza partecipato a un’iniziativa di prevenzione e trattamento dell’osteoartrite di ginocchio messa in campo dal National Institutes of Health.

Ne è emerso che i soggetti abitualmente impegnati in attività fisiche intense, come la corsa, hanno un maggior grado di degenerazione delle cartilagini e sono quindi a maggior rischio di sviluppare osteoartrite.  Ma la sedentarietà non è una buona opzione, come conferma Thomas M. Link, il coordinatore dello studio: «quando abbiamo confrontato i dati fra i diversi gruppi di partecipanti, abbiamo evidenziato un aumento dei tempi T2 tra le persone maggiormente attive, ma lo stesso risultato si è avuto per coloro che hanno livelli di attività fisica particolarmente bassi; sembra che esista un livello ottimale di attività fisica in grado di preservare la cartilagine».

Come fanno notare gli autori dello studio, secondo le risonanze magnetiche standard i difetti cartilaginei appaiono irreversibili, ma i tempi di rilassamento T2 possono costituire un ottimo indicatore dei primi segni di degenerazione. «La cosa eccitante – riferisce il dottor Link – è che questo innovativo metodo di misurazione ci fornisce informazioni a livello biochimico e offre la possibilità di rilevare cambiamenti precoci che potrebbero essere ancora reversibili e prevenuti». Ed è ancora l’esercizio fisico, svolto però a intensità moderata, a costituire uno tra i più efficaci strumenti di prevenzione: nuotare o camminare, attività a basso impatto hanno un’azione benefica e contribuiscono a tenere sotto controllo l’obesità, un altro riconosciuto fattore di rischio per l’osteoartrosi di ginocchio.

Tratto da: http://www.orthoacademy.it/ginocchio/quanta-attivita-fisica-per-conservare-la-cartilagine/#sthash.JYHtD2f2.dpuf

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Gomito del Tennista (Epicondilite)

L’epicondilite laterale è un’infiammazione dolorosa dei tendini che collegano i muscoli dell’avambraccio alla parte esterna del gomito (epicondilo laterale). Questa condizione è nota anche come gomito del tennista, considerato che il tennis è l’attività sportiva che espone a maggior tensione le strutture muscolo-scheletriche interessate dal disturbo. Gomito del Tennista

L’epicondilite laterale è spesso determinata da un sovraccarico funzionale, cioè da un uso eccessivo e continuato del gomito, ed è tipica dei soggetti che, a causa di particolari attività sportive o professionali, sono costretti a ripetere determinati movimenti.
In particolare, il gomito del tennista è una tendinopatia inserzionale: il processo flogistico interessa l’inserzione dei muscoli epicondilei estensori dell’avambraccio, che originano dall’epicondilo laterale del gomito (localizzato in prossimità della sporgenza ossea nell’estremità inferiore esterna dell’omero). Il gomito del tennista è causato dunque da un’infiammazione a carico dei muscoli e dei tendini che si inseriscono nell’epicondilo laterale e che sono responsabili dell’estensione del polso o delle dita della mano.
In principio, il dolore associato all’epicondilite laterale interessa soltanto i tendini, soprattutto quando si compiono movimenti di estensione del polso contro una resistenza, e tende ad aumentare con le attività che richiedono il coinvolgimento dei muscoli nell’arto interessato. Con un abuso protratto nel tempo, la manifestazione dolorosa può irradiarsi lungo l’avambraccio e persistere anche a riposo, determinando la progressiva riduzione della funzionalità di mano, polso e gomito.

Cause e fattori di rischio

Abuso e traumi. Molte persone affette dal gomito del tennista svolgono attività lavorative o ricreative che richiedono l’uso ripetitivo e vigoroso dell’articolazione del gomito. Dolore gomitoL’epicondilite laterale è causata da un’infiammazione spesso determinata da un sovraccarico funzionale, che si verifica principalmente quando i muscoli e i tendini del gomito sono costretti a sforzi eccessivi. Inoltre, è stato dimostrato che ripetuti microtraumi o un danno diretto dell’epicondilo laterale, come un’eccessiva estensione dell’avambraccio o un movimento scorretto, causano più della metà di queste lesioni.
Attività. Gli atleti non sono le uniche persone in cui occorre il gomito del tennista. L’epicondilite laterale può insorgere a seguito di qualsiasi attività ripetuta che coinvolga la torsione o l’estensione del polso, il sollevamento di pesi e l’abuso dei muscoli dell’avambraccio.
Le attività che possono causare il gomito del tennista includono:

  • Sport con racchetta, come tennis, badminton e squash;
  • Sport da lancio, come il giavellotto o il disco;
  • Altri sport: golf e scherma;
  • Attività professionali che comportano movimenti ripetitivi delle mani e del polso: idraulico, muratore, carpentiere, macellai, cuochi, falegnami sarti e pittori;
  • Altre attività che sollecitano intensamente gomito e polso, come suonare il violino o utilizzare cesoie durante il giardinaggio.
Età. Il periodo di massima insorgenza dell’epicondilite è quello compreso tra i 30 e i 50 anni di età, anche se chiunque può essere colpito dal gomito del tennista qualora vi sia l’esposizione ai relativi fattori di rischio, come ad esempio:

  • Attività lavorative o ricreative. Persone che svolgono lavori che comportano movimenti ripetitivi del polso e del braccio hanno più probabilità di sviluppare il gomito del tennista.
  • Alcune attività sportive. Svolgere sport con la racchetta aumenta il rischio di sviluppare il gomito del tennista, soprattutto se si gioca per la prima volta, con una tecnica scarsa o con attrezzatura non adeguata (racchetta con le corde troppo tese o dal manico troppo corto) e muscoli della spalla e del polso poco allenati.

Segni e sintomi del gomito del tennista

I sintomi del gomito del tennista si sviluppano gradualmente. Nella maggior parte dei casi, il dolore inizia con lieve intensità e lentamente peggiora nel corso di settimane e mesi. In genere, non esiste una specifica lesione violenta associata all’esordio del quadro clinico.
Segni e sintomi dell’epicondilite laterale:

  • Dolore e gonfiore localizzati sulla parte esterna del gomito, in corrispondenza dell’epicondilo laterale;
  • Dolore nella parte esterna dell’avambraccio, appena sotto il gomito (in corrispondenza dei muscoli epicondilei che si innestano sull’epicondilo laterale). Il dolore può anche irradiarsi lungo l’avambraccio verso il polso e nella parte posteriore della mano;
  • Forza nella presa debole e dolorosa, anche mentre si stringono tra le mani piccoli oggetti, relativamente pesanti;
  • Peggioramento del dolore con i movimenti del polso, in particolare con l’estensione e i movimenti di sollevamento;
  • Rigidità mattutina.

I sintomi sono spesso peggiorati dalle attività dell’avambraccio, in particolare dai movimenti di torsione, come quando si gira una maniglia della porta o si apre un barattolo. Il braccio dominante è colpito con maggiore incidenza, tuttavia entrambi gli arti possono essere colpiti. Il dolore associato all’epicondilite laterale può essere di lieve o grave intensità (può essere avvertito anche quando il braccio viene tenuto a riposo). Un episodio di epicondilite laterale può durare, di solito, tra i sei mesi e i due anni. Tuttavia, la maggioranza delle persone tende a recuperare entro un anno.

Nota: il dolore che si verifica sul lato interno del gomito è conosciuto come gomito del giocatore di golf ed interessa l’epicondilo mediale, le cui inserzioni tendinee sono responsabili della flessione del polso verso il palmo della mano.

Epicondilite laterale: diagnosi

Se la condizione è causata da un’attività faticosa o ripetitiva, questa si dovrebbe evitare fino a quando i sintomi migliorano. Tuttavia, se il dolore al gomito persiste per diversi giorni nonostante il riposo, è consigliabile rivolgersi al proprio medico.
Diversi fattori devono essere presi in considerazione nel formulare la diagnosidi epicondilite laterale; questi includono l’entità dei sintomi che si sono sviluppati, eventuali fattori di rischio professionali e lo svolgimento di particolari attività sportive. Il paziente deve riportare la posizione esatta in cui è localizzato il dolore nel braccio, se si è verificato un episodio traumatico e se è affetto da altre patologie concomitanti (esempio: artrite reumatoide, neuriti, altre condizioni reumatiche o artrosiche del gomito). Durante l’esame obiettivo, il medico utilizzerà una serie di test per accertare la provenienza del dolore, attraverso la palpazione diretta e la contemporanea ricerca dei segni di tumefazione locale. Alcuni di questi esami includono:

  • Palpazione dell’epicondilo laterale: il medico esegue una pressione nel punto di inserzione dei muscoli epicondiloidei, mentre si chiede al paziente di muovere gomito, polso e dita;
  • Test di Cozen: valuta la presenza di dolore all’estensione contro resistenza di polso e dita a gomito esteso;
  • Test di Mills: rileva l’insorgenza del dolore alla pronazione forzata con polso flesso e gomito esteso.

Il medico può raccomandare ulteriori test per escludere altre cause alla base del disturbo:

  • Raggi X: per escludere l’artrite del gomito ed evidenziare eventuali calcificazioni.
  • Risonanza magnetica (MRI): può essere eseguita dinanzi al sospetto che l’insorgenza dei sintomi sia associata ad un problema al collo. Questo esame consente di evidenziare una possibile ernia del disco od un’artrite al collo. Entrambe queste condizioni spesso producono dolore al braccio.
  • Elettromiografia (EMG): il medico può ordinare un’elettromiografia per escludere la compressione di un nervo. Molte fibre nervose, infatti, decorrono a livello del gomito e i sintomi della loro compressione sono simili alle manifestazioni dell’epicondilite laterale.

Terapia conservativa del gomito del tennista

Il gomito del tennista è una condizione autolimitante; ciò significa che tende alla guarigione spontanea con il riposo. Tuttavia, il dolore può durare diverse settimane o mesi ed in tal caso alcuni trattamenti possono aiutare ad alleviare i sintomi e ad accelerare il recupero. Il trattamento convenzionale (non chirurgico) risulta avere successo in circa l’80-95% dei pazienti.

Il dolore associato al gomito del tennista dura, in genere, da sei a dodici settimane. Tuttavia, in alcune persone, il dolore può colpire il braccio per meno di tre settimane, mentre in altri pazienti il disturbo può essere persistente (da sei mesi a due anni). L’epicondilite, se non trattata adeguatamente, può recidivare o cronicizzare.
Il primo passo verso la guarigione consiste nel riposo del braccio colpito durante il periodo in cui l’infiammazione è in fase acuta. Inoltre, è fondamentale cercare di evitare per diverse settimane l’attività che ha provocato l’insorgenza del problema e che potrebbe ulteriormente aggravare il disturbo. Le applicazioni locali di un impacco freddo da porre contro il gomito per pochi minuti, più volte al giorno, possono contribuire a lenire il dolore e a ridurre il processo infiammatorio.
L’assunzione di antidolorifici, come il paracetamolo, può contribuire ad alleviare il dolore lieve causato dal gomito del tennista. Il medico può anche consigliare l’utilizzo di farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS), come l’ibuprofene o il ketoprofene. Oltre alle forme da assumere per via sistemica, i FANS sono disponibili anche come creme e gel da applicare a livello topico. L’applicazione locale, quindi direttamente su gomito e avambraccio, è spesso raccomandata per i disturbi muscolo-scheletrici, poiché può ridurre l’infiammazione e il dolore senza causare effetti collaterali come nausea e diarrea.
La fisioterapia può essere raccomandata se il gomito del tennista è più grave o persistente. Le tecniche di terapia manuale, come il massaggio e altre manipolazioni, possono aiutare ad alleviare il dolore e la rigidità dell’articolazione. Inoltre, il fisioterapista è in grado di mostrare al paziente gli esercizi specifici per mantenere il braccio in movimento e rafforzare i muscoli dell’avambraccio. Nel breve termine, potrebbe essere anche raccomandato l’utilizzo di un bendaggio di supporto o di un tutore, che impediscono i movimenti dolorosi, garantiscono il riposo dell’arto e alleviano i sintomi del gomito del tennista.
Talvolta, per il trattamento di forme particolarmente dolorose possono essere considerate delle iniezioni di corticosteroidi (infiltrazioni), che possono aiutare a ridurre il dolore, ma l’evidenza clinica che sostiene il loro utilizzo come trattamento efficace nel lungo termine è limitata.L’iniezione viene effettuata direttamente nella zona dolorosa a livello del gomito, previa somministrazione di un anestetico locale.
Infine, se i sintomi non migliorano dopo almeno un anno di terapia conservativa, possono essere presi in considerazione trattamenti invasivi, come la chirurgia.

Trattamento chirurgico dell’epicondilite laterale

Se i sintomi non rispondono dopo 6 – 12 mesi di trattamenti convenzionali, il medico può raccomandare un intervento chirurgico.
La maggior parte delle procedure per il gomito del tennista può comportare:

  • La rimozione della parte di tessuto danneggiata, per alleviare i sintomi dolorosi;
  • La disinserzione parziale dei tendini estensori del polso e delle dita;
  • La scarificazione con cruentazione locale dell’epicondilo (a livello dell’inserzione dei muscoli infiammati): parte dell’osso viene sottoposto a perforazioni multiple per garantire un aumentato apporto ematico che favorisce la guarigione

L’approccio chirurgico adatto al paziente dipende da una serie di fattori, che includono la gravità del danno, le caratteristiche fisiche dell’individuo e le sue condizioni di salute generali. Il trattamento chirurgico può essere effettuato a cielo aperto oppure per via artroscopica. Entrambi gli interventi chirurgici sono eseguiti in day hospital e raramente richiedono il pernottamento in ospedale.
Rischi chirurgici. Come per qualsiasi intervento chirurgico, esistono dei rischi connessi alle procedure. Le complicazioni più comuni da considerare sono:

  • Infezione;
  • Danni a Nervi e vasi sanguigni;
  • Necessità di riabilitazione prolungata;
  • Perdita di forza;
  • Perdita di flessibilità;
  • Necessità di un ulteriore intervento chirurgico.

Riabilitazione. Dopo l’intervento chirurgico, il braccio può essere immobilizzato temporaneamente con un tutore. Dopo circa una settimana, i punti di sutura sono rimossi, così come il supporto e vengono avviati gli esercizi idonei per ripristinare la funzionalità del gomito. Entro 2 mesi dall’intervento chirurgico, sono organizzati graduali esercizi di rafforzamento. Dopo circa 4 – 6 mesi dall’intervento e previa consultazione medica, sarà possibile tornare all’attività atletica. La chirurgia applicata al gomito del tennista è considerata di successo in circa l’80-90% dei pazienti. Tuttavia, non è raro accusare una perdita di forza nell’arto interessato. Gli esercizi di riabilitazione, pianificati insieme al medico e al fisioterapista, sono fondamentali per il recupero.

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 Tratto da: http://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/gomito-del-tennista-epicondilite.html#4

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Come correggere i più diffusi problemi del piede

Nuove tecniche chirurgiche permettono di correggere diversi problemi che colpiscono le dita dei piedi. Riducendo al minimo il disagio. E garantendo risultati sempre migliori.

Come correggere i più diffusi problemi del piede

Dopo mesi in cui sono stati dimenticati, chiusi nelle calzature, ora i piedi tornano protagonisti. E torna il desiderio di averli perfetti. I più comuni problemi che possono interessare la salute e il benessere del piede sono l’alluce valgo e le dita a martello. Per correggerli si deve intervenire chirurgicamente e questo è il momento migliore dell’anno per prendere una simile decisione perché stare coi piedi scoperti non è un problema. Ecco che cosa consiglia alle lettrici di più Sani più Belli il professor Mauro Montesi, coordinatore del corso di laurea di Podologia all’università Sapienza di Roma e presidente dell’Associazione italiana podologi.

Se le dita si piegano a martello

Si parla di “dita a martello” quando il dito del piede prende una conformazione più o meno evidente di “T”. È un’anomalia che interessa il secondo dito o, a volte, anche tutte le dita ed è la conseguenza di abitudini non del tutto corrette. Le cause più frequenti sono la presenza di un alluce valgo, cioè un alluce che devia verso le altre dita; l’utilizzo di collant troppo corti o dei fantasmini, indossati con scarpe dai tacchi alti e la punta stretta, perché il dito del piede non ha la possibilità di distendersi ed è costretto a flettersi ad angolo. Le cure sono utili se si cominciano non appena una persona si accorge di avere qualche difetto alle dita.

Plantari
Si può intervenire dapprima con plantari fatti su misura dal podologo, che sostengano le ossa del piede eccessivamente caricate dal peso del corpo, in modo da distendere le dita e facendole tornare nella posizione naturale.

Ginnastica
È consigliabile fare della ginnastica specifica, in modo da mantenere sempre allenate ed elastiche le articolazioni, e migliorare l’atteggiamento che assumono il piede e le dita.

Scarpe
Utilizzare scarpe con poco tacco, al massimo 4-5 centimetri, con la punta rotonda, morbide, non strette e prodotte con materiali naturali.

L’intervento chirurgico oggi è piuttosto breve (20-30 minuti) e viene riservato ai casi più seri, quando le soluzioni proposte dal podologo non hanno dato i risultati sperati. L’operazione si esegue con tecniche mininvasive che prevedono solo un taglietto e si possono eseguire in day-hospital con un’anestesia locale. Consiste nello scollare, riposizionare e ricucire il tendine fissando il dito nella posizione distesa. Il legamento si cuce con un filo metallico che viene rimosso dopo circa 3 settimane.

Quando l’alluce devia di lato

L’alluce si dice “valgo” quando devia verso le altre dita del piede, causando la formazione di una sorta di “cipolla”. Il continuo sfregamento di questa parte contro la parete delle scarpe può provocare un’infiammazione e dolori molto forti. Quest’anomalia fa sì che il peso non sia più distribuito in modo corretto sulla pianta. Inoltre, occupando spazio nelle scarpe, la “cipolla” costringe la persona a indossare calzature molto comode, per evitare che le altre dita si accavallino le une sulle altre, modificando la distribuzione del peso del corpo. Spesso, dunque, l’alluce valgo non determina problemi solo al piede, ma anche alla colonna vertebrale, perché la schiena deve rimediare alla mancanza di sostegno da parte del piede.
Le donne sono più colpite degli uomini, perché indossano calzature alte o strette in punta che insieme con la predisposizione ereditaria sono la principale causa di questo disturbo. L’alluce valgo non regredisce, anzi, con il tempo, è destinato a peggiorare con l’arrivo della menopausa quando le articolazioni diventano più fragili e sensibili.

Se il disturbo non è grave, il chirurgo riallinea solo i tendini, mentre se è danneggiata la parte scheletrica, elimina l’eccesso di osso. In alcuni casi, è necessario tagliare in due parti il primo metatarso, per poi unirlo con un’angolazione corretta e tenerlo nella giusta posizione con viti e fili metallici permanenti. Oggi sono state introdotte tecniche mininvasive come la “Pdo” e la “Seri” che permettono di fare solo un taglietto (lungo circa 1 cm che non lascia cicatrici). L’intervento si esegue anestesia locale, in day-surgery: dura solo pochi minuti (invece dei 30-40 di quello classico), la ripresa è molto rapida e il dolore post operatorio davvero contenuto.

Una ripresa rapidissima
Già qualche ora dopo l’intervento, ci si può alzare dal letto, appoggiando, però, solo il tallone. Dopo circa una settimana, si può riprendere a camminare normalmente. È molto importante scegliere le scarpe giuste, che devono essere morbide e con la pianta larga, mentre il tacco non deve superare i 2 cm d’altezza.
È sempre consigliabile anche l’uso di un plantare anatomico costruito su misura. Subito dopo l’intervento, è molto utile ricorrere ad alcuni esercizi di ginnastica, come flettere e distendere le dita dei piedi, per rinforzare i muscoli. Efficace anche stringere una matita con le dita dei piedi, mantenendo la presa per qualche secondo. Questi esercizi vanno fatti tutti i giorni per circa 3 settimane. Utile migliorare l’elasticità della pianta del piede, facendo passeggiate a piedi nudi sulla sabbia, meglio ancora a contatto con l’acqua.

Errori da evitare
Quando l’alluce valgo non causa forti dolori e non riduce la possibilità di camminare, l’anomalia può essere tenuta sotto controllo con l’intervento del podologo che, eventualmente, consiglierà particolari accorgimenti utili per evitare che l’anomalia peggiori.

Scarpe sbagliate
Scegliere scarpe comode, a pianta larga, con tacchi che non superino i 4-5 centimetri d’altezza, fabbricate con pelli morbide e di buona qualità. Se la parte a contatto con la scarpa diventa arrossata e dolente, per ridurre il dolore, ci si può rivolgere al podologo, che realizzerà protesi in silicone su misura, per ridurre lo sfregamento contro la calzatura.

Usare creme e togliere i calli
Non spalmare pomate o unguenti, perché possono far macerare la pelle, rendendola più debole e facilmente preda di germi, con conseguente insorgenza di infezioni. Non eliminare lo strato di callosità, perché la cute della zona infiammata può danneggiarsi, provocando anche ulcerazioni.

Divaricatori
Sono del tutto inutili perché non sono in grado di risolvere una deformità così importante come l’alluce valgo, in quanto creano ulteriore ingombro, accelerando la deviazione e l’accavallamento delle altre dita.

Physio-Lab-alluce-valgo

Tratto da: http://www.piusanipiubelli.it/salute/curarsi/come-correggere-piu-diffusi-problemi-del-piede.htm

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Traumi da attività sciistica

Come prevenirli, come affrontarli.

activities-Snowboarding_Or_Skiing_Experience-21369125902Lo sci è un’attività sportiva praticata da un numero elevatissimo di persone, spesso nel contesto di condizioni meteorologiche negative e senza un’adeguata preparazione atletica.

Negli ultimi anni l’incidenza delle lesioni traumatiche dovute a cadute o a scontri fra sciatori è notevolmente aumentata. Chi scia a livello dilettantistico non riesce facilmente a rendersi conto del proprio stato di affaticamento e spesso non conosce o sottovaluta le reali condizioni della pista.

Da alcuni anni, comunque, fra le patologie degli sciatori si osservano lesioni che non sono provocate dal trauma dello sci vero e proprio perché le tecnologie, con gli attacchi di sicurezza calibrati che liberano lo sci in caso di caduta, limitano questi danni. Sono provocate, invece, dall’eccessivo affollamento delle piste che aumenta in maniera esponenziale l’errore umano.

Se analizziamo le statistiche dei traumi riportati dagli sciatori, si nota come le fratture (51,5%) siano superiori alle distorsioni (28,75%). La gamba è interessata nella percentuale del 31%, il ginocchio nel 13%, il I dito della mano net 3,15%. Lo stiramento del legamento collaterale mediale del ginocchio è in testa alla classifica degli infortuni.

In sintesi i distretti classicamente interessati nella traumatologia da sci sono:

Il ginocchio

Anatomia-ginocchioLe superfici articolari di rotula, tibia e femore, in una caduta o in uno scontro con altro sciatore, possono riportare una contusione alla superficie articolare, con lesione della cartilagine articolare (frattura o microfrattura condrale).

I menischi, i legamenti crociati e i legamenti collaterali da soli o associati possono essere interessati da un trauma
da sci.
Le lesioni al menisco, soprattutto il mediale, sono evenienze tutt’altro the rare nello sciatore e solitamente provocate da un movimento di flessione del ginocchio associato a rotazione del piede indotto dal gesto atletico o da un malfunzionamento degli attacchi durante una caduta.

La lesione dei legamenti crociati, più frequentemente l’anteriore, si verifica quando l’articolazione viene sollecitata in modo abnorme tendendo il legamento o in iperestensione di ginocchio o in flessione-torsione dello stesso con pulsione anteriore o posteriore delta tibia rispetto al femore, La lesione dei crociati viene classificata in diversi gradi in base alla gravità di compromissione delle fibre legamentose;

Il legamento collaterale mediale, la cui funzione meccanica è la stabilizzazione del ginocchio al suo lato “interno” durante il movimento, viene solitamente leso per una spinta laterale al ginocchio con piede fisso a terra. È il caso dello sciatore che cade in avanti senza che si sgancino gli sci finendo a terra in posizione “a rana”.

La spalla

bigstock-Shoulder-bursa-bursitis-AlilaLa lesione della cuffia dei rotatori si può realizzare per una causa traumatica violenta, o può nascere da un’irritazione dei tendini dovuta all’iperuso funzionale cui segue una fase di infiammazione. Perdurando lo stimolo irritativo, si restringe lo spazio articolare causando un conflitto tra il tendine e la parete ossea sovrastante durante il movimento; ciò perpetua la sofferenza del tendine facendolo degenerare sino alla rottura, parziale o completa. Spesso l’alterazione articolare conseguente alla lesione della cuffia produce l’irritazione del capo lungo del bicipite brachiale e della guaina che l’avvolge nel tratto in cui scorrono sulla testa omerale.

Le lesioni dell’articolazione acromion-claveare sono provocate da un urto diretto alla faccia laterale della spalla o per caduta o per collisione con un altro sciatore; ciò produce un danno la cui estensione e profondità possono giungere, attraverso lo stadio di stiramento e parziale lacerazione, sino alla completa rottura della capsula e di tutto il complesso legamentoso dando cosi origine ad una lussazione acromionclaveare, II dolore all’apice della spalla, di tale intensità da impedire ogni movimento, è il sintomo principale delle lesioni di quest’articolazione; in caso di franca lussazione dell’acromion-claveare si noterà una deformità alla spalla legata allo spostamento della clavicola verso l’alto, rispetto all’acromion.

Per quanto riguarda le lesioni dell’articolazione glenoomerale, come sappiamo è costituita dall’estremità sferoidale della testa omerale che ruota su una superficie della scapola, detta glena consentendo al braccio di compiere una rotazione vicina ai 360° nello spazio.

Oltre alla capsula articolare, ad una struttura di contenimento appoggiata al bordo glenoideo scapolare, detta cercine ed ai legamenti la stabilità articolare è affidata ad un complesso di muscoli che sovrapponendosi in vari strati mantengono “centrata” la testa omerale sulla glena scapolare durante il movimento.

Come per l’acromion claveare una sollecitazione del braccio, durante uno sforzo od un contrasto, provoca una lesione delle struttura capsulare, legamentosa e muscolare che può condurre alla lussazione dell’omero, ovvero alla perdita del fisiologico contatto tra omero e scapola.

A differenza dell’acromion claveare, la cui lussazione avviene in un solo piano dello spazio, la lussazione omerale, grazie all’ampiezza dell’arco di movimento, può prodursi in diversi piani (anteriore, posteriore, ascellare…).

In realtà nello sportivo il 95% delle lussazioni gleno omerali è anteriore e si produce per un trauma prodotto mentre il braccio è alzato ed extrarotato.

Talora, in seguito ad un episodio di lussazione, si verificano le recidive, e cioè episodi di lussazione gleno-omerale anche per movimenti banali; ciò è dovuto alla lassità dei tessuti coinvolti nel primo episodio e in tale caso si definirà la lussazione di spalla come “abituale o recidivante”.

Il polso

b_14_1_2aSia un trauma diretto, ovvero una caduta che coinvolga l’articolazione del polso, sia un trauma indiretto, ovvero una leva provocata dall’impugnatura del bastoncino con l’ausilio del laccio, sono in grado di provocare lesioni a carico sia dello scheletro che delle strutture capsulo legamentose. Per quanto riguarda lo scheletro, sono più a rischio di frattura la parte distale del radio e dell’ulna, lo scafoide e le falangi.

Assai più frequenti delle fratture sono i traumi distorsivi, che colpiscono la regione articolare composta dal radio e dalle ossa scafoide e semilunare e quelli che colpiscono la regione metacarpo falangea del primo dito. Una caratteristica lesione da sci e a carico del I dito e, in particolare, a carico della articolazione metacarpofalangea del lato ulnare, articolazione nella quale si può rompere il legamento metacarpofalangeo per la scorretta impugnatura della racchetta.

Questa lesione, detta anche “pollice dello sciatore”, viene prodotta urtando con la punta del pollice la neve durante una caduta. Ciò può causare la rottura, parziale o totale, del legamento collaterale ulnare, componente indispensabile alla stabilità articolare nel movimento di “pinza” tra pollice ed indice. Con un meccanismo analogo possono verificarsi le rotture dell’espansione terminale del tendine estensore all’ interfalangea distale delle ultime dita (dal secondo al quinto).

Capo e rachide cervicale

Sono legati soprattutto a tre fattori: aumento della velocità di discesa, incremento dei praticanti con aumento della densità di sciatori sulla pista, urti contro ostacoli naturali (alberi, rocce…) durante i fuoripista o contro ostacoli non segnalati o non protetti (piloni di funivia, tralicci di cavi…ecc.).

II risultato è un incremento di traumi al capo, commotivi o meno, cosi come un aumento delle distorsioni del rachide cervicale legate a traumi del capo con iperestensione del collo. I danni possono spaziare da lesioni muscolari e capsulo-legamentose di lieve entità fino a lussazione o frattura di corpi cervicali, con danno del midollo spinale cui possono conseguire lesioni irreversibili ed invalidanti.

Fratture di femore e tibia

imagesSHNYNFSRTali fratture, pur essendo diminuite rispetto ad un recente passato grazie ai progressi in tema di sicurezza degli attacchi e degli scarponi, rappresentano ancora un capitolo cospicuo della traumatologia dello sciatore.

Diverse dallo sci, invece, le lesioni the vengono provocate dalla pratica dello snow-board: predominano i traumi agli arti superiori, seguiti da traumi alla testa e da quelli agli arti inferiori (principalmente la caviglia). È di interesse il fatto che tra i rider traumatizzati quelli con frattura sul totale sono in percentuale doppia (28%) rispetto agli sciatori
(14%). La maggior parte di tali fratture riguarda il polso.

Per quanto riguarda i traumi non fratturativi le lesioni tipiche sono localizzate soprattutto alle spalle, dove si verificano sublussazioni dell’articolazione acromionclaveare e dell’articolazione sterno-claveare; frequenti sono i traumi del polso e della mano per la mancanza di racchette.

Per gli arti inferiori gli infortuni al femore, tibia e perone sono di solito il risultato di un trauma diretto contro un oggetto statico o contro un altro sciatore/rider. Per il ginocchio la maggior parte dei traumi alle ginocchia avviene a snowboarder con un solo piede agganciato (ski lift, …).
Lo snowboard è comunque meno peicoloso per le ginocchia che non lo sci perché:

a) mentre sulla tavola, con entrambi i piedi aggancianti agli attacchi, qualunque forza di torsione dovesse esserci provocherebbe la torsione di tutto il corpo poiché entrambe le gambe e il busto devono muoversi nella stessa direzione, non è la stessa cosa nello sci, dove una gamba può girarsi all’interno o all’esterno indipendentemente dal movimento del resto del corpo; direzione, non è la stessa cosa nello sci, dove una gamba può girarsi a l l ’ i n t e r n o o a l l ’ e s t e r n o indipendentemente dal movimento del resto del corpo;

b) una tavola ha solo due lamine the possono spigolare improvvisamente sulla neve al contrario delle quattro per gli sci;

c) le tavole da snowboard sono più corte degli sci, ciò riduce il braccio di leva della forza prodotta dalla torsione.

Gli infortuni alle caviglie sono particolarmente comuni dopo i salti per una combinazione di forte compressione e torsione. Ciò potrebbe portare alla distorsione della caviglia o ad un trauma peggiore detto “la caviglia dello snowboarder”. Si tratta delta frattura dell’ipofisi laterale dell’astralago scambiata spesso per una forte distorsione.

Gli infortuni alla spina dorsale non sono frequenti e si verificano in due modi:

a) come risultato di un salto che non è andato bene, con un atterraggio in una posizione scomoda sulla schiena o sul collo, o su qualcuno o qualcos’altro;

b) in seguito ad una brusco stop, lo snowboarder atterra pesantemente sul sedere e l’energia è trasmessa su per la spina dorsale causando fratture da schiacciamento della colonna vertebrale.

Consigli utili per prevenire gli incidenti sulla neve:
• Curare nei minimi dettagli la preparazione atletica, da svolgere nei mesi che precedono la stagione invernale. La preparazione fisica deve essere finalizzata a recuperare il tono muscolare dell’intero corpo, irrobustire i muscoli della schiena, rendere elastiche le articolazioni (caviglia, anca, ginocchio). Per chi intende dedicarsi allo sci di fondo può essere utile un allenamento preliminare con appositi “sci a rotelle” su strada, per abituare i propri arti inferiori al movimento tipico del fondista. In mancanza di questo tipo di allenamento, può comunque risultare utile l’esecuzione di un programma aerobico per migliorare le doti di resistenza (cyclette, marcia, nuoto, eseguiti a velocità moderata,
per almeno 40-60 minuti ogni 3-4 giorni).

• Scegliere materiali resistenti e collaudati.

• Controllare spesso la perfetta funzionalità di tutto il kit: sci, attacchi, scarponi e racchette. Verificare se i ganci delle calzature sono a posto e se gli attacchi sono regolati secondo il vostro peso e le vostre capacità atletiche.
• Raddoppiare in pista la concentrazione, in particolare all’inizio e alla fine della giornata sulla neve. È stato provato, infatti, che la maggior parte degli incidenti sugli sci avvengono durante la prima ora (a muscoli freddi) o in ultima discesa.
• Prudenza soprattutto nelle ore di punta, quando la pista è più affollata, controllando – e cercando di prevedere – i movimenti degli altri sciatori più vicini.
• Percorrere sempre una pista adatta alle proprie capacità tecniche, evitando i “fuori pista”.
• Non lanciarsi a forte velocità perché si rischia di perdere il controllo degli sci; evitare le gare in mezzo alla folla, le curve a raggio troppo largo, le acrobazie inutili.

II preoccupante aumento di incidenti anche mortali in pista, ha costretto il legislatore italiano a porre fine ad una sostanziale mancanza di regole di prevenzione e sicurezza. Con Ia pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 5 Gennaio 2004 delta Legge n. 363/2003, è entrata in vigore la prima legge italiana destinata a regolare gli sport sulla neve all’interno di aree sciabili attrezzate.

Si tratta di un intervento normativo finalizzato ad introdurre regole e prescrizioni di sicurezza obbligatorie per i gestori degli impianti e per i loro utenti. Escludendo lo sci alpinismo o il fuori pista, sui percorsi di discesa battuti dallo spazzaneve gli utenti devono essere protetti da ostacoli presenti lungo le piste con adeguate protezioni e segnalazioni di pericolo e devono potere disporre di postazioni per il pronto soccorso; i gestori sono inoltre obbligati a segnalare le cattive condizioni del fondo e a chiudere la pista in caso di pericolo o di non agibilità.
La seconda parte della legge introduce, invece, regole di comportamento e sicurezza per l’utente di aree sciistiche attrezzate: velocità, precedenza, sorpasso, incrocio, stazionamento, omissione di soccorso, transito e salita. L’obbligo di dare precedenza viene imposto allo sciatore a monte. In particolare, va proibito allo sciatore che sopraggiunge da dietro di sfiorare lateralmente lo sciatore che lo precede.

E se non si è medici, può essere rischioso prestare al ferito “l’assistenza occorrente” prescritta dall’art. 14, dato che è sconsigliato o addirittura proibito intervenire su un ferito senza avere la preparazione medica necessaria (si pensi al trauma cranico o cervicale); per i non addetti ai lavori, è più agevole comunicare immediatamente al gestore l’avvenuto incidente.

Tratto da: http://www.tuttosanita.it/PugliaSalute/Anno2004/PugliaSaluten%C2%B011%20PDF/sci_ortopedia_17_19.pdf

Artros


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Mal di schiena e attività fisica: un modello per la scelta dello sport

images0STE2XWZIl non specific low back pain (Nslbp) è diventato il maggiore problema mondiale di salute pubblica. Nel corso della propria vita più dell’84% delle persone lamenta almeno un episodio di mal di schiena, oltre il 23% va incontro alla cronicizzazione della patologia e ben l’11% diventa disabile. Probabilmente i fattori meccanici, come il sollevamento e il trasporto di carichi, pur essendo influenti, non rivestono il ruolo maggiore nella patogenesi e anche la genetica viene considerata una causa importante.

Le ultime evidenze indicano l’autogestione del paziente, opportunamente supportata dagli specialisti, come uno dei metodi più efficaci per affrontare il Nslbp (Balagué et al, 2012).

«Faccia un po’ di attività fisica», «Vada a nuotare», «Se praticherà questa attività due volte alla settimana il mal di schiena sarà solo un brutto ricordo». Tutte le persone che soffrono regolarmente di mal di schiena si sono sentite dire frasi simili a queste, ma poche hanno seguito il consiglio (Lonsdale et al, 2012). Spesso però l’attività fisica o lo sport viene “consigliato” ai pazienti prestando poca attenzione alle loro attitudini e disponibilità. Inoltre la scarsa propensione delle persone ad allenarsi con costanza induce i professionisti ad utilizzare una comunicazione che rinforza il concetto che il “bravo paziente” si impegna per stare bene, colpevolizzando implicitamente coloro che non amano allenarsi.

Cambio di paradigma: il modello biopsicosociale

Di contro dal 2001, anno della pubblicazione dell’International Classification of Functioning, Disability and Health (Icf), l’Organizzazione mondiale della sanità sostiene l’approccio biopsicosociale e in quest’ottica ha recentemente posto tra gli obiettivi primari il coinvolgimento del paziente nel percorso di cura e la ricerca del suo benessere, anche psicologico.

Sapendo che gli individui che provano sensazioni positive durante la pratica dell’attività fisica tendono a ripetere l’esperienza con regolarità (Young, 1953; Ekkekakis e Petruzzello, 1999; Parfitt et al, 2006) è ipotizzabile che gli scopi dell’Oms e dei pazienti siano raggiungibili anche attraverso la scelta partecipata di attività/esercizi che perseguano i risultati attesi inducendo al contempo sensazioni piacevoli. È quindi importante che il medico consigli al paziente un’attività, per quanto possibile, individualizzata.

Esiste anche una parte di popolazione che pratica regolarmente sport, a livello amatoriale o agonistico, e si rivolge al medico per avere l’autorizzazione a continuare la pratica, ponendogli la fatidica domanda: «adesso che sto bene, posso tornare a praticare il mio sport?».

Sport a confronto

Sia la patogenesi del Nslbp che gli effetti derivanti dalla pratica regolare delle varie discipline sportive sono ancora scarsamente noti. Tuttavia le evidenze scientifiche ben inquadrano i meccanismi lesionali e i movimenti che maggiormente sollecitano le strutture della colonna vertebrale (Panjabi 1992, 2003); se per ogni sport si effettua un’attenta analisi anatomo-funzionale del gesto e si considerano tempi e metodologia, è possibile stilare una tabella che, se pur non derivata dalle evidenze scientifiche, potrebbe essere di supporto nella scelta dell’attività per questi pazienti.

È fondamentale ribadire che l’anamnesi e la valutazione del medico, abbinate alle preferenze del paziente, sono la base indispensabile da cui partire per la scelta e che, grazie a un’attenta individualizzazione, abbinata alla pratica supervisionata, nessun tipo di disciplina o attività del tempo libero deve essere scartata a priori. Per questo è più che mai importante che ad affrontare questo impegno sia un team multidisciplinare composto da medici, fisioterapisti, laureati in scienze motorie, dietologi e psicologi che, nel rispetto delle singole competenze professionali, operi per creare un percorso individualizzato che dovrebbe continuare per tutta la vita.

women in the office with back pain

Tratto da: http://www.orthoacademy.it/riabilitazione-medicina-sport/mal-di-schiena-attivita-fisica-scelta-sport/#sthash.708bcRf0.dpuf

Artros


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Ernia del disco: operare è meglio

ernia-300x300Chirurgia e trattamento conservativo: qual è la scelta migliore in caso di ernia del disco? Secondo lo studio condotto da Jon D. Lurie del Dartmouth-Hitchcock medical center e della Geisel school of medicine (News Hampshire, Usa) e pubblicato su Spine, l’opzione chirurgica è la migliore e porta a un più marcato miglioramento a lungo termine, sia riguardo al dolore che al recupero della funzionalità.
I ricercatori hanno analizzato i dati ottenuti dallo Spine patient outcomes research (Sport), uno dei più grandi studi clinici sulla chirurgia per i disturbi della colonna vertebrale.

In 13 cliniche ortopediche degli Stati Uniti, sono stati presi in esame 1244 pazienti con ernia del disco intervertebrale a livello lombare, confermata dalle immagini ottenute in fase diagnostica. Circa 500 sono stati suddivisi in due gruppi per ricevere un intervento di discectomia oppure un trattamento non chirurgico comprendente una terapia fisica attiva, esercizi fisici da eseguire domiciliarmente e farmaci antinfiammatori non steroidei se ben tollerati. A ciascun paziente è stata comunque offerta la possibilità di cambiare gruppo e ricevere un trattamento diverso da quello assegnato dall’algoritmo di randomizzazione.

Per gli oltre 700 soggetti rimanenti, la scelta tra la chirurgia e il trattamento conservativo è stata lasciata ai pazienti stessi e ai loro medici. I gruppi sono stati confrontati, lungo un periodo di follow-up durato otto anni, in base alle misurazioni standard del dolore, della funzionalità fisica e della disabilità. Coerentemente con i dati precedentemente ottenuti nell’ambito dello stesso trial, i pazienti assegnati a intervento chirurgico hanno ottenuto risultati migliori.

mal-di-schiena-t-shirt-postura-corretaaSui cento livelli previsti dalla scala del dolore utilizzata, la differenza media di punteggio è stata di circa undici punti e le misurazioni della funzionalità fisica e della disabilità hanno fatto registrare differenze analoghe. La chirurgia ha portato anche a un miglioramento più forte anche riguardo ad alcune variabili aggiuntive, come il fastidio dovuto ai sintomi della sciatica, la soddisfazione del paziente e la percezione soggettiva dei risultati ottenuti.

La differenza si è mantenuta nel corso del tempo e, dopo otto anni di follow-up, i pazienti che erano stati sottoposti a intervento di discectomia hanno mantenuto i miglioramenti clinici in tutti gli outcome primari. In entrambi i gruppi, comunque, tra il quarto e l’ottavo anno c’è stato solo un minimo, se non nessun peggioramento nei risultati ottenuti. C’è però da segnalare che, tra i pazienti con forti indicazioni chirurgiche, oltre un terzo ha optato per il trattamento conservativo e molti di loro hanno comunque ottenuto miglioramenti sostanziali nel tempo. La presenza di una percentuale così elevata di soggetti con patologia grave che hanno deciso di non operarsi introduce un altro elemento di riflessione: infatti, restringendo l’analisi e basandola solo sulla “intention to treat” non sono state rilevate differenze statisticamente significative per quanto riguarda gli outcome primari di dolore, limitazione funzionale e disabilità.

Lurie JD, Tosteson TD, Tosteson AN, Zhao W, Morgan TS, Abdu WA, Herkowitz H, Weinstein JN. Surgical versus nonoperative treatment for lumbar disc herniation: eight-year results for the spine patient outcomes research trial. Spine (Phila Pa 1976). 2014 Jan 1;39(1):3-16.

Tratto da: http://www.orthoacademy.it/colonna/ernia-del-disco-operare-e-meglio/#sthash.THxUaBpV.dpuf