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Clinica ortopedica


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Lussazione della spalla

Articolazione della spalla e lussazioni

La spalla è una zona del corpo umano estremamente complicata perché formata dall’insieme di ben 5 articolazioni. Tra queste la principale viene chiamata scapolomerale o glenomerale poiché mette in comunicazione la testa dell’omero con la cavità glenoidea della scapola. Lussazione della spallaL’insieme di queste cinque articolazioni, azionate da numerosi gruppi muscolari (ventisei muscoli in tutto), fa della spalla “l’articolazione” più mobile del nostro organismo. Tutta questa mobilità permette l’esecuzione di movimenti molto complessi ma diminuisce la stabilità dell’intera regione. L’articolazione della spalla è comunque protetta da numerosissime strutture anatomiche stabilizzatrici capitanate dai muscoli e dai tendini che formano la cuffia dei rotatori.

In particolari situazioni, come una forte contusione, tale protezione non riesce ad impedire che la testa dell’omero fuoriesca dalla sua normale sede, senza ritornarci spontaneamente. Si parla in questi casi di lussazione della spalla o lussazione glenomerale.

Questa importante articolazione può essere colpita da due diverse tipologie di lussazioni. La più frequente (95% dei casi), soprattutto nelle persone giovani ed attive, è la lussanzione anteriore in cui l’omero viene deviato in avanti e in basso, come riportato in figura.

La lussazione posteriore è invece molto meno frequente ed un po’ più complicata da trattare.

LUSSAZIONE

La lussazione o slogatura è un evento traumatico che causa la perdita dei rapporti reciproci tra i capi articolari di un’articolazione. Lo slittamento a livello cartilagineo delle due estremità ossee è consentito dalla rottura, almeno parziale, della capsula e dei legamenti che stabilizzano l’articolazione. Talvolta a tali lesioni si associano quelle della cartilagine articolare, dei vasi, delle ossa, della cute (lussazione esposta) e dei nervi.

Le lussazioni si dividono in complete ed incomplete. Nel primo caso vi è una netta separazione tra le due superfici articolari, mentre nel secondo i capi ossei rimangono parzialmente in contatto tra di loro. In entrambi i casi è necessario un intervento esterno per riportare in sede le due superfici articolari fuoriuscite.

La lussazione della spalla può causare la rottura di numerose strutture anatomiche (legamenti, ossa, cute, cartilagine articolare, muscoli e capsula). In particolare circa il 90% delle lussazioni anteriori si accompagna al distacco del labbro glenoideo, una sorta di guarnizione che permette lo scivolamento dell’omero sull’omonima cavità della scapola.

Dopo la lesione questo labbro cartilagineo tende a riposizionarsi spontaneamente e a cicatrizzare ma talvolta assume una posizione viziata che ne diminuisce la funzionalità. Questa condizione, chiamata lesione di Bankart, è una tra le più comuni cause di lussazioni ricorrenti e per questo, specie nei soggetti più giovani, viene spesso trattata chirurgicamente.

La lussazione si può accompagnare anche alla rottura della testa dell’omero che viene spinta violentemente contro il margine anteriore della cavità glenoidea (lesione di Hill Sachs). Anche questa frattura aumenta il rischio di lussazioni ricorrenti ma è più frequente negli anziani rispetto ai giovani.

 

Cause e fattori di rischio

La lussazione della spalla è una lesione piuttosto comune negli sport di contatto come l’hockey, il basket, il rugby, il baseball, lo sci e la lotta. Tale condizione si registra più frequentemente negli uomini rispetto alle donne (9:1) e nei giovani rispetto agli anziani.

I meccanismi lesivi sono diversi ma tutti riconducibili ad un forte evento traumatico che fa disclocare l’omero dalla sua sede naturale:

  • caduta in appoggio su braccio extraruotato (quando si cade si tende a ruotare il braccio verso l’esterno in modo da creare un solido punto di appoggio per proteggere il resto del corpo)
  • forte trauma su braccio intraruotato ed addotto (lussazione posteriore)
  • caduta sul versante laterale della spalla
  • brusco movimento del braccio sopra la testa(lancio del baseball)
  • violento strattonamento del braccio all’indietro e verso l’esterno da parte di un avversario
  • violenta collisione della spalla contro un ostacolo o un avversario
  • iperlassità congenita (naturale predisposizione all’instabilità) o acquisita (in seguito a precedente lussazione)
  • insanabilità cronica della spalla dovuta a sovrallenamento (sovraccarico cronico dei muscoli stabilizzatori)

 

Sintomi

  • Impossibilità di movimento
  • Il braccio rimane penzolante, extraruotato e vicino al corpo (lesione anteriore)
  • Dolore violento e fastidioso
  • La spalla, alla palpazione, perde la caratteristica rotondità

 

Diagnosi

La diagnosi di lussazione spesso è piuttosto immediata, dato che il danno articolare è visibile ad occhio nudo o comunque palpabile. Tuttavia per avere un quadro clinico completo è bene sottoporsi, prima del riposizionamento, ad indagini diagnostiche come radiografie e risonanza magnetica. Tali esami sono in grado di evidenziare eventuali complicanze (fratture ossee, lesioni di vasi, nervi ecc.). L’esame radiografico andrà poi ripetuto dopo l’intervento di riposizionamento per verificare l’allineamento articolare. Nel caso si voglia evidenziare correttamente una lesione posteriore bisogna invece avvalersi di tecniche radiografiche speciali.

 

Trattamento e riabilitazione

Come tutte le slogature, anche la lussazione della spalla necessità di un intervento di riduzione (riposizionamento) tempestivo. Tale manovrà dev’essere eseguita esclusivamente da un medico, solitamente dopo un esame radiografico di accertamento. Spesso tale intervento viene svolto in anestesia locale per limitare il dolore.

Riabilitazione lussazioneDopo aver riposizionato l’omero nella sua posizione fisiologica ed aver eseguito una seconda radiografia, il braccio viene immobilizzato tramite un tutore che lo manterrà aderente al corpo per almeno una o due settimane (solitamente in rotazione interna con l’avambraccio aderente al corpo anche se secondo alcuni recenti studi l’immobilizzazione in rotazione esterna, seppur scomoda, sarebbe più efficace).

Soprattutto nelle lesioni ricorrenti si consiglia di iniziare esercizi di mobilitazione precoce associati ad un successivo programma di potenziamento muscolare. Nei giovani atleti si tende invece a prolungare l’immobilità per favorire la completa guarigione delle strutture anatomiche lesionate. Anche in questi casi è comunque importante eseguire regolarmente esercizi di mobilizzazione precoce del polso, della mano e del gomito.

Statisticamente, le probabilità di lussazioni recidive alla spalla sono maggiori nei pazienti di età inferiore ai 30 anni (circa l’80% dei casi). Al di sopra di questa età le probabilità di una futura lussazione diminuiscono significativamente.

Anche per questo motivo il trattamento riabilitativo si differenzia in base all’età del soggetto, alla gravità della lussazione e alla recidività della patologia. E’ infatti di FONDAMENTALE importanza evitare nuovi episodi lussativi dato che ad ogni nuova slogatura aumenta considerevolmente il rischio di danneggiare strutture anatomiche importanti. Per questo l’intervento chirurgico diviene quasi d’obbligo in caso di frequenti lussazioni.

Una lussazione trascurata può causare, con il passare del tempo, dei fenomeni degenerativi della cartilagine articolare o comunque compromettere seriamente la funzionalità della spalla (dolore, deficit di forza, alterazioni della sensibilità).

Per questo motivo e per per contrastare il pericolo di nuovi episodi lussativi nei giovani atleti si procede spesso con un riposizionamento in artroscopia del labbro glenoideo e dei legamenti articolari. I risultati dell’intervento sono solitamente molto buoni dato che circa il 95% dei pazienti riprende le normali attività sportive e quotidiane senza subire nuove lussazioni. L’efficacia di tale intervento è sovrapponibile a quella della tradizionale tecnica a cielo aperto che abbassa ulteriormente il rischio di recidive ma è piuttosto invasiva. I tempi di guarigione dopo intervento chirurgico sono mediamente compresi tra i 45 ed i 180 giorni mentre per il trattamento conservativo attività fisiche leggere possono essere intraprese già dopo 2-4 settimane dalla lesione.

Tratto da: http://www.my-personaltrainer.it/lussazione-spalla.html

 

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Mialgia: cause, sintomi frequenti e rimedi

1. LA MIALGIA

mialgia2-300x300La mialgia è un dolore muscolare che può interessare un muscolo oppure più muscoli; i muscoli risultano contratti e al tatto provocano dolore.

Il dolore si manifesta anche in modo improvviso dopo una contrazione involontaria del muscolo oppure può essere provocato dalla rottura di una struttura interna al muscolo a causa di un trauma oppure può dipendere da infiammazioni virali.

La mialgia è stata classificata in base alle cause scatenanti in:

  • MIALIGIA TRAUMATICA;
  • MIALGIA VIRALE;
  • MIALGIA PARASSITARIA;
  • MIALGIA REUMATICA;
  • MIALGIA DA AFFATICAMENTO.

Il dolore provocato dalla patologia può essere lieve con manifestazioni sporadiche oppure intenso e cronico.

2. LE CAUSE

La mialgia può essere localizzata o generalizzata e le cause più frequenti sono:

  •  muscolo sotto stress (solitamente causata dallo svolgimento intenso di esercizi o sforzi fisici);mialgia3-300x208
  •  infezioni provocate da virus influenzali;
  •  farmaci (ad esempio le statine);
  •  batteri;
  •  vaccini;
  •  stiramento muscolare;
  •  traumi (ad esempio distorsioni e contusioni);
  •  poliomelite;
  •  lupus erimatoso sistemico;
  •  fibromialgia;
  •  rabdomiolisi;
  •  polimialgia reumatica;
  •  trichinosi;
  •  polimiosite.

3. I SINTOMI FREQUENTI

La patologia si manifesta attraverso il dolore, lieve oppure intenso, che si manifesta ai muscoli o ad un muscolo specifico. Il dolore a volte può essere riflesso manifestandosi a livello osseo, nei tendini e nei legamenti.

Solitamente il dolore colpisce un muscolo quando la causa è legata ad un trauma o ad affaticamento, mentre colpisce tutti i muscoli nel caso di patologie specifiche.

Spesso si manifestano anche strappi e stiramenti muscolari.

4. I RIMEDI

I dolori muscolari provocati dalla mialgia vanno trattati con:

  •  assunzione di antidolorifici, antinfiammatori e miorilassanti;
  •  riposo dall’attività sportiva;
  •  massaggi;
  •  impacchi caldi;
  •  sedute con gli ultrasuoni;
  •  quando il dolore è accompagnato da strappi, il paziente deve rimanere a riposo ed effettuare degli impacchi con il ghiaccio;

Nel caso in cui il dolore è associato a delle patologie specifiche, il medico curante consiglierà al paziente la cura più adatta.

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Tratto da: http://www.noene-italia.com/mialgia/

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Elettromiografia

L’elettromiografia (detta anche “EMG”) è un esame diagnostico utile per la diagnosi delle malattie dei nervi (es. neuropatie) e dei muscoli (es. miopatie). Con il termine “elettromiografia” si intendono in generale sia le “velocità di conduzione” o “elettroneurografia” (detta anche “ENG”), che l’elettromiografia vera e propria (elettromiografia “ad ago”).

elettromiografia

Le velocità di conduzione prevedono l’utilizzo di stimoli elettrici somministrati quasi sempre con elettrodi che si appoggiano sulla cute (“elettrodi di superficie”) al di sopra dei nervi e registrando le risposte che viaggiano lungo i nervi tramite altri elettrodi di superficie oppure, in alcuni casi, tramite aghi sottocutanei.

L’elettromiografia ad ago, invece, prevede l’utilizzo di aghi più o meno lunghi (in relazione alla dimensione del muscolo), che il medico inserisce nei muscoli da studiare per registrarne l’attività sia a muscolo rilassato che durante contrazione.

È importante sottolineare che l’elettromiografia è un esame di tipo funzionale, cioè indaga la funzione del nervo o del muscolo. Esami come per esempio la risonanza magnetica, la TAC o l’ecografia sono viceversa esami di tipo morfologico. Questo fa si che possiamo per esempio sapere se un nervo conduce male ed in che punto conduce male, però l’esame non ci dice se il problema è dovuto ad un’infiammazione, ad una compressione, oppure a qualcos’altro. Per questo è importante sapere che l’elettromiografia non sempre è in grado di precisare una diagnosi da sola; in certi casi è necessario eseguire altri esami ad integrazione.

A cosa serve

Per la diagnosi di quali malattie è utile l’elettromiografia?

  • Sindrome del tunnel carpale (o intrappolamento del nervo mediano al canale del carpo – polso)
  • Sindrome del solco ulnare (o intrappolamento del nervo ulnare alla doccia epitrocleare – gomito)
  • Sindrome di Guyon (o intrappolamento del nervo ulnare al canale di Guyon – polso)
  • Sindrome del tunnel tarsale
  • Radicolopatie
  • Polineuropatie (es. polineuropatia diabetica)
  • Plessopatie
  • Sclerosi laterale amiotrofica (SLA)
  • Malattie muscolari (es. miopatie e miositi)
  • Malattie della giunzione neuromuscolare (es. miastenia gravis)
  • e altre malattie…

Ci sono situazioni in cui l’elettromiografia normalmente non è indicata:

  • Dolori articolari o artralgie
  • Tendiniti
  • Strappi muscolari o contratture muscolari
  • Alterazioni motorie causate da ictus o sindromi parkinsoniane
  • e altre malattie…

I medici che richiedono più spesso l’elettromiografia sono:

  1. Neurologi
  2. Ortopedici
  3. Neurochirurghi
  4. Fisiatri (specialisti in medicina fisica e della riabilitazione)
  5. Reumatologi
  6. Medici internisti – diabetologi
  7. Medici di medicina generale

Chi la esegue

Mentre le velocità di conduzione possono essere effettuate sia dai tecnici di neurofisiopatologia che direttamente dal medico, l’elettromiografia (ad ago) viene effettuata esclusivamente dal medico. Generalmente l’elettromiografia viene eseguita da medici specializzati in neurologia o neurofisiopatologia. Nel caso in cui sia necessario esclusivamente l’esecuzione di velocità di conduzione (e non di elettromiografia), l’esame può essere eseguito dal tecnico di neurofisiopatologia. In tal caso, i tracciati vanno comunque valutati ed interpretati dal medico, il quale produrrà e firmerà il referto.

Il tecnico di neurofisiopatologia è una figura professionale specializzata nell’esecuzione di esami neurofisiologici tra cui, oltre alle velocità di conduzione, anche l’elettroencefalogramma (EEG) ed i potenziali evocati. L’elettromiografia può essere eseguita sia negli ospedali che in strutture sanitarie diverse o in ambulatori, sia in regime pubblico o convenzionato, sia privatamente. Alcuni medici, che possiedono un elettromiografo portatile, sono in grado di eseguire l’esame privatamente anche a domicilio.

Tratto da: http://www.elettromiografia.net/index.php

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Cellule staminali per curare la cartilagine del ginocchio

Le cellule staminali sono utilizzate a supporto della chirurgia articolare da circa dieci anni, soprattutto a sostegno della chirurgia delle cartilagini.
Per avere un adeguato riscontro biologico è necessario che le cellule staminali siano impiantate su una popolazione giovane che ha naturalmente una risposta biologica efficace.

Le cellule staminali sono per ora utilizzate su difetti focali, ovvero su difetti traumatici. Sono stati riscontrati buoni esiti nei risultati clinici, con diverse tecniche associate alle microfratture e all’utilizzo di scaffold.
I primi lavori e le prime esperienze testimoniano una buona affidabilità di queste tecniche, che consentono di riparare un tessuto che da sempre rappresenta una grande sfida per i chirurghi ortopedici.

Lo studio del gesto atletico, la conoscenza delle metodologie di allenamento, l’analisi biomeccanica, la conoscenza dei materiali, i dati epidemiologici, i fattori preventivi sono solo alcuni importanti aspetti del bagaglio culturale che qualificano il traumatologo dello sport.

La popolazione che si avvicina alla pratica sportiva è aumentata negli ultimi anni in maniera esponenziale. Da qui l’esigenza della conoscenza e della cura delle molteplici lesioni traumatiche che le varie discipline sportive possono determinare durante il loro esercizio.

Come in altri settori, anche in Traumatologia dello Sport i benefici degli studi e della ricerca applicati agli atleti di alto livello ricadono di conseguenza su tutti i pazienti con applicazioni pratiche di grande rilevanza e utilità.

Il ginocchio in particolare rappresenta un’articolazione molto sollecitata anche per chi non pratica attività sportive, che consente la normale deambulazione e che deve essere funzionale per lungo tempo. I traumi scheletrici, legamentosi, meniscali, le lesioni degenerative, le deviazioni di asse rappresentano le ricorrenti forme di interessamento patologico.

L’avvento dell’artroscopia con tecniche a cielo chiuso, minimamente invasive, ha cambiato la storia recente della chirurgia del ginocchio, così come l’avvento di nuovi modelli e dispositivi protesici ha determinato un grande impulso nella chirurgia sostitutiva articolare.
Gli specialisti ortopedici dell’unità di ortopedia del ginocchio e di traumatologia dello sport possono mettere al servizio di tutti queste tipologie di conoscenze in modo da offrire indicazioni terapeutiche appropriate e soluzioni chirurgiche innovative che spaziano dalle tecniche artroscopiche, alla riparazione della cartilagine, dei tendini e muscoli, all’utilizzo delle biotecnologie e alle sostituzioni protesiche.

Tratto da: http://www.affaritaliani.it/medicina/cellule-staminali-per-curare-la-cartilagine-del-ginocchio.html?refresh_ce

 

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Osteoartrite: nuovi mezzi per affrontarla prima

E’ stato messo a punto un nuovo metodo per diagnosticare l’osteoartrite ad uno stadio precoce, e questo permetterà di ritardare di molti anni la progressione della malattia, e forse, di arrestarla completamente.

L’osteoartrite, malattie delle articolazioni, è una delle patologie croniche più diffuse ed una delle principali cause di disabilità nel mondo.

Spiega Carl Siversson, che ha discusso la sua tesi in Medical Radiation Physics alla Lund University in Svezia: “L’osteoartrite colpisce spesso il ginocchio e l’anca distruggendo la cartilagine. Normalmente la progressione della malattia richiede anni, con un crescente aumento del dolore che spesso porta alla disabilità.”
Uno dei problemi con l’osteoartrite è rappresentato dalla possibilità di diagnosticare e seguire la malattia prima che questa diventi evidente, per cui è difficile cambiare il corso della malattia o ritardarne la progressione.

Alcuni anni fa, ricercatori della Lund University e della Harvard Medical School hanno sviluppato un metodo per misurare il grado di osteoartrite utlizzando l’apparecchio per la risonanza magnetica ad uno stadio molto precoce. Questo metodo è chiamato dGEMRIC (delayed gadolinium-enhanced MRI of cartilage).

dgemric

Spiega sempre Carl Siversson: “Questo è stato un grande progresso, ma vi era il problema rappresentato dal fatto che la misurazione poteva essere fatta solo su di una parte limitata della cartilagine. Ora abbiamo migliorato la tecnica e possiamo studiare tutta la cartilagine dell’articolazione allo stesso tempo. Abbiamo raggiunto questo risultato risolvendo i problemi connessi alla correzione di tutte le irregolarità nelle immagini della risonanza magnetica.”

Carl Siversson conclude spiegando che ora, la metodica, messa a punto, è stata verificata su persone sane e su individui con l’osteoartrite, ed i risultati mostrano che la malattia può essere seguita come prima non era possibile. Il lavoro prosegue in modo da rendere facile l’uso ai medici nella pratica quotidiana.
La speranza è che tutto ciò possa essere utile, in futuro, per lo sviluppo di nuovi farmaci. Carl Siversson, dopo aver completato il PhD, continuerà la sua ricerca alla Harvard Medical School in Boston, USA.

Tratto da: http://www.mybestlife.com/ita_salute/news_2011/settembre/26092011_osteoartrite_risonanza.htm

Novita’: Nella nostra clinica si puo’ eseguire la risonanza magnetica secondo il metodo dGEMRIC per poter valutare la composizione biochimica della cartilagine dell’articolazione.

Prenota appuntamento su +39 040 972 00 15 oppure scrivendo su info@artros.si.


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Piede piatto

Il piede piatto (pes planus) è un’alterazione di tipo morfologico del piede caratterizzata da valgismo del retropiede e da una riduzione della cosiddetta volta plantare.

Alla nascita tutti hanno il piede piatto; nella prima infanzia infatti il piede è costituito in prevalenza da grasso sottocutaneo, i muscoli sono deboli, i legamenti sono ancora lassi e si ha una fisiologica deviazione del calcagno verso l’esterno. Trascorsi pochi anni (mediamente 5 o 6), si assiste a un progressivo assetto del retropiede, che si sposta verso l’interno, e a un progressivo sviluppo della volta plantare.

Il piede piatto, nei primi anni dell’infanzia, fa sì che il bambino acquisisca maggiore propriocettività dal momento che la superficie d’appoggio del piede risulta aumentata. Quando un bambino inizia a deambulare il suo valgismo è di circa 12-15 gradi per poi assestarsi sui 5-7 gradi quando avrà raggiunto l’età di 5 o 6 anni. In diversi casi però il piede piatto permane anche trascorsi i primi anni di vita e il problema permarrà anche durante la vita da adulti; in linea generale si è portati a ritenere che il piede piatto sia sostanzialmente dovuto a una predisposizione di tipo genetico; non sempre però il piede piatto può essere attribuito a familiarità; è interessante il risultato di alcuni studi che hanno messo in evidenza che il far indossare le calzature ai bambini in modo eccessivamente precoce può essere causa di un ridotto o mancato sviluppo della volta plantare con tutto ciò che ne consegue.

Le cause e la stadiazione del piede piatto

piede piattoDal punto di vista eziologico esistono tre grandi categorie di piede piatto:

  • piede piatto da alterazioni ossee
  • piede piatto da alterazioni muscolo-legamentose
  • piede piatto da alterazioni neuromuscolari.

Rientrano nella prima categoria il piede piatto da astragalo verticale congenito, il piede piatto da alterazione dello scafoide, il piede piatto da sinostosi ossea e il piede piatto post-traumatico.

Fanno parte della seconda categoria il piede piatto lasso infantile, il piede piatto da patologie endocrine, il piede piatto da artriti reumatiche e il piede piatto da patologie sistemiche.

La terza categoria comprende il piede piatto da miopatie, il piede piatto da paralisi flaccida, il piede piatto da paralisi spastica e il piede piatto da retrazioni dell’achilleo.

La gravità del piede piatto viene suddivisa in tre stadi:

  • I stadio: l’arco longitudinale risulta ridotto, ma è ancora presente. La funzionalità del piede è sostanzialmente normale, in particolar modo se esso non è sottoposto ad alcun carico.
  • II stadio: l’arco longitudinale non è più visibile. Si inizia ad assistere alla comparsa di sintomatologia dolorosa e all’alterazione morfologica del piede.
  • III stadio: l’arco longitudinale è mancante e si ha convessità del bordo mediale del piede.

Il piede piatto è deformato in modo irreversibile, la muscolatura dei peronei è permanentemente contratta e il piede mostra un’accentuata sporgenza dello scafoide.

Piede piatto: i sintomi

All’inizio la sintomatologia del piede piatto non è particolarmente fastidiosa, anche se chi è affetto da piede piatto può affaticarsi più facilmente di altri quando cammina o mantiene la stazione eretta. Progressivamente si inizia ad avvertire la presenza di dolore che dal piede può estendersi fino al polpaccio. Man mano che il tempo passa, il dolore diventa più intenso e cominciano a essere visibili le alterazioni di tipo morfologico; si avvertiranno quindi sempre maggiori difficoltà al momento di eseguire movimenti di flessione e supinazione del piede. È da sottolineare il fatto che, proprio a causa delle modificazioni morfologiche tipiche del piede piatto, aumentano le probabilità che si presentino nel tempo problemi di tipo artrosico.

Piede piatto: la diagnosi

Generalmente, vista la sua iniziale asintomaticità, il piede piatto viene diagnosticato solamente nel momento in cui si verificano problemi di postura o se i movimenti provocano dolore. Una prima valutazione può essere fatta quando il bambino ha circa 3-4 anni. Ovviamente, se vi sono casi familiari, è necessaria una più attenta valutazione.

La diagnosi di piede piatto è basata sia sull’esame obiettivo (con esecuzione di test che mettano in evidenza la mancata correzione del valgismo di tallone e volta plantare nel momento in cui ci si erge sulle punte dei piedi) che su indagini di tipo strumentale quali, per esempio un podogramma e/o una radiografia dei piedi sotto carico.

Piede piatto: il trattamento

Il trattamento del piede piatto è sostanzialmente di tipo conservativo. Esso si avvale, oltre che dei consigli medici, della prescrizione di specifici plantari correttivi. Lo scopo del plantare è quello di correggere la pronazione del retropiede e di consentire all’avampiede di ruotare internamente. Esistono diversi tipi di plantare utilizzati nel trattamento del piede piatto: il plantare a elica, il plantare in metallo di Viladod, il plantare a conchiglia di scuola californiana ecc. Secondo alcuni autori il plantare più efficace nei casi di piede piatto è quello con il quarto di sfera sottoastragalico al quale si può eventualmente abbinare un cuneo a funzione devalgizzante al tallone.

Non tutti gli autori concordano sull’effettiva utilità dei plantari (le perplessità sul plantare sono le stesse espresse nel nostro articolo sul plantare usato da adulti sportivi), mentre altri ritengono che l’utilizzo di un plantare corretto svolga una funzione fondamentale perché, anche se non è in grado di correggere il problema del piede piatto, permette al soggetto di mantenere una postura che non crea squilibri a livello di scheletro e articolazioni soprastanti, cosa oltremodo importante in un soggetto in fase di crescita.

Nei casi più gravi è possibile valutare l’opzione chirurgica. L’intervento chirurgico per la correzione del piede piatto non è un’operazione particolarmente invasiva; di fatto viene introdotta una vite per via percutanea che ha lo scopo di limitare l’iperpronazione bloccando lo scivolamento dell’astragalo sul calcagno. Il soggetto sarà poi munito di uno speciale stivaletto gessato e potrà caricare sul piede fin da subito. Trascorse circa due settimane si procederà con la rimozione del gesso e si dovrà seguire un breve ciclo di fisioterapia. La ripresa delle normali attività avverrà nel giro di due mesi. Non è necessario un successivo intervento chirurgico per la rimozione della vite inserita che nel giro di pochi anni verrà riassorbita dai tessuti circostanti essendo realizzata con un materiale particolare.

Tratto da: http://www.albanesi.it/salute/sintomi/piede_piatto.htm

 

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